Posts Tagged ‘tradizioni popolari’

Tanto CibVs QuantoBasta

20 May 2010 - Commenti (11) »

Il gatto brasato e l’etica del cibo…

Sicuramente conoscete la fortunata trasmissione televisiva “La prova del cuoco” ed il burbero Beppe Bigazzi, un attempato toscanaccio gastronomo, espulso qualche tempo fa dalla trasmissione a colpi di mattarello perché ha osato parlare di una ricetta che, secondo gli ipocriti che hanno l’email e il commento facile, offende gli animali d’affezione.

Ma cosa ha detto questo signore di tanto grave che ha fatto saltare sulle poltrone i dirigenti Rai, che pure lasciano passare come acqua fresca le tantissime simil-notizie che si sentono al TG1?

Ha spiegato come si marina la carne di gatto, la quale, come si dice nel Veneto, altrimenti odorerebbe di “freschin”, ovvero di selvatico – azione, la marinatura, evidentemente utilizzata sessanta/settanta anni fa dalle massaie che, magari sfollate dopo un bombardamento aereo, cercavano di nutrire la numerosa prole. E visto che comunque una delle malattie più frequenti al tempo era la pellagra, ovvero la mancanza cronica di vitamine del gruppo B, causata dall’utilizzo pressoché esclusivo del mais (leggi polenta) per l’alimentazione, evidentemente di gatti non devono esserne stati marinati poi così tanti…

GATTO BRASATO E ANATRA ALL'ARANCIA?

Attenzione, non sono una sostenitrice del gatto arrosto con le patatine novelle, per carità, ma trovo quanto meno ipocrita stracciarsi le vesti per gli eventuali ipotetici mici brasati, e soprassedere  allegramente sulle torture quotidiane alle quali vengono sottoposti gli animali dei quali ci nutriamo e che hanno avuto la sfortuna di nascere che so, con il becco al posto delle vibrisse. Animali che crescono, vivono e muoiono rinchiusi in gabbie che impediscono loro qualsiasi movimento, pulcini scartati dalla selezione perché maschi e quindi impossibilitati a produrre uova, frullati vivi per comporre le allegre cotolette che fanno bella mostra di sé nel banco frigo, polli  disciplinatamente accomodati in nastri trasportatori per amputare loro, sempre da vivi ovviamente, le ali che diventeranno piccanti e golose alette tex-mex. Perché i quaraquaquà dall’email facile e dal commento stupito, stupido e parziale non si scandalizzano? Perché la gallina non fa miao? C’è tanta differenza tra un animale d’allevamento e un animale d’affezione? Ma avete mai visto quanto è simpatica la gallina padovana?

Foto jacilluch / jacinta lluch valero / flickr.com

Le notizie andrebbero divulgate tutte e per intero altrimenti è facilissimo rovinare la reputazione a qualcuno, come accadde nel Vicentino durante il dominio della Serenissima. Nel 1698 la città fu invasa dai topi, e il ricordo della terribile pestilenza del 1630, che decimò la popolazione di Venezia (e fu il motivo della costruzione della bellissima Basilica della Madonna della Salute), era ancora vivo nella memoria dei più. All’epoca, la gestione della sanità dei territori della Serenissima, tra cui Vicenza appunto, era centralizzata, e la città chiese a più riprese di inviare in “teraferma” gatti, unico ed efficace rimedio per eliminare le colonie di topi. E, all’ennesima richiesta, il doge esclamò: “Ma i Vicentini i magna i gati?!”.

Questa è la storia, il resto è leggenda…

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

CibVs a teatro: Föch a Bergamo…

5 January 2010 - Commenti »

Segnaliamo questa iniziativa teatrale di una giovane – in tutti i sensi – compagnia bergamasca, Araucaìma Teater (amici di amici… di cui non avremmo mai sentito parlare, forse, se non per queste vie traverse…): uno spettacolo – Föch appunto – che parla di contadini, di campagna, di famiglia, di vita dura, di “Fame, freddo e lavoro. Pance vuote che urlano polenta, facce tagliate dal vento e segnate dal sudore, mani gonfie di zappa, badile e falce.”

Leggiamo dalla presentazione dello spettacolo:

“Nei primi anni del secolo XX la famiglia contadina era unità allargata, estesa. Comprendeva i discendenti di una stessa linea familiare, ma poteva altresì far convivere al suo interno diversi nuclei familiari. Nella famiglia rurale, inserita in un sistema economico di tipo artigianale, prevalevano schemi di autorità patriarcale. Il governo degli affari familiari era affidato ai più anziani. La famiglia contadina si distingueva perché fondata su uno stato di fatto: l’affetto dei suoi componenti. Grande nucleo famigliare rappresentativo di un sistema sociale autarchico, ma non solo, anche intreccio di relazioni, amori, intrighi, faide e vendette. Luogo di importanza fondamentale, che assume significato sacro, era la stalla, dove, durante le lunghe sere d’inverno, si svolgeva la veglia. Attraverso il recupero della lingua parlata, il dialetto, con storie, leggende e canzoni popolari tradizionali e la costruzione dei personaggi, secondo le dinamiche relazionali interne, si vuole raggiungere la rappresentazione di un affresco storico popolare dell’Italia del secolo scorso.”

Il tutto all’interno di una stalla, una notte d’inverno. Il tutto in bergamasco. Il tutto appunto a Bergamo, per tre sere. La prima sera preceduto da una degustazione curata da SlowFood Bergamo, e da alcuni interventi su cultura popolare, teatro e sacro con la partecipazione fra gli altri di Franco Brevini, Renato Palazzi e Gabriele Allevi. L’occhio attento di CibVs si è fermato subito, ovviamente, sulla sctitta “degustazione” – ma probabilmente vale la pena di gustare anche quello che viene dopo…

debutto_foch_sito

Emanuele

CIBVS ascolta

14 October 2009 - Commenti »

A çímma / La cima

Fabrizio de André, Ivano Fossati, Mauro Pagani

da Nuvole

Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin
ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare

ti t’ammiàe a ou spègiu dà ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn

ti guarderai allo specchio di un tegamino
metterai la scopa dritta in un angolo

che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia

che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura

Bell’oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu ‘ntou prebuggiun

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

cun dui aguggiuìn dritu ‘n pùnta de pè
da sùrvia ‘n zù fitu ti ‘a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia

con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

ch’ou cègu ou pèrde ‘a tèsta l’àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos’àtru fa cos’àtru dàghe a ou cè

che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera

nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria

non ritornare dura
e nel nome di Maria

tùtti diài da sta pùgnatta
anène via

tutti i diavoli da questa pentola
andate via

Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d’ou toèu mestè

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via

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