Spero che abbiate notato che il nostro menu è piacevolmente privo di creatività.
In edicola con il Corriere della Sera un’agile guida di Vivimilano, il supplemento settimanale del quotidiano milanese.
Si tratta di un centinaio di pagine, con una prima parte dedicata ai locali (divisi in categorie – tradizionali, pizzerie, carne, pesce…), con una descrizione sintetica del locale e della cucina, il punto di forza e il prezzo – e senza cappellini forchettine e quant’altro, che forse forse non è del tutto sbagliato…
I ristoranti riportati sono più o meno quelli che tutti conoscono, ma la presentazione è veramente gradevole e rapida – e interessante.
La seconda parte invece è dedicata ai menu: vengono proprio riportati i menu (anche con una certa estensione) di una serie di ristoranti già presentati, con i prezzi, tutti i dati del locale, e qualche indicazione particolare.
Una bella idea, utile – anche per farsi un’idea prima di cosa si potrebbe mangiare, e magari anche di quali piatti è necessaria l’ordinazione anticipata… – e originale, anche rispetto alla pletora di guide che al contrario abbondano di stelle cappelli e asterischi e mezze forchette, in un gioco quasi autoreferenziale, che a volte lascia un po’ il tempo che trova… Mentre la tendenza a trovare qualcosa di nuovo, come in questo caso, o come nella guida di Identità Golose l’attenzione, che so, a pasticcerie o locali di altro tipo…
Emanuele Bonati
Leggendo la Lonely Planet, mi avevano particolarmente incuriosito due locali: un noodle bar, del quale poi ho visto un libro sugli scaffali delle librerie (e la cosa ha accresciuto ancor più il mio desiderio di andarci), Momofuku, e un locale vegetariano crudista, Pure Food & Wine.
Siamo arrivati piuttosto presto da Momofuku, verso le 18.30, perché si dice che ci sia addirittura la coda di persone fuori ad aspettare per cenare, visto che non prendono prenotazioni. Una volta lì, effettivamente c’era già un bel po’ di gente che mangiava, e qualcuno in attesa di collocazione…
Lungo e stretto il locale; ci siamo accomodati al bancone, in fondo al quale una brigata di almeno sei chef e sous chefs alle prese con spadellamenti e tagli ultraveloci. Abbiamo optato per il menù degustazione che prevede 4 piatti a prezzo fisso di 30$. All’inizio, un assaggio: cucchiaio di petto di coniglio, maionese di rafano, cavolo rosso marinato e cilantro (cos’è il cilantro? O culantro? Il nostro coriandolo…). Poi un piatto di tonno in crosta di qualcosa, con salsa di barbabietola, e salsina al lime. Quindi, Clam Ramen: noodles fatti a mano e con alghe nori, molluschi tipo vongole, dei crostini di pesce e olio al peperoncino, il tutto immerso in brodo di pesce – è un piatto tipico giapponese.
Un fuori menù che ho visto al tavolo accanto e mi ha decisamente invogliato… Una sorta di panozzo stramorbido tipo nuvola e bianco (di riso) che avvolgeva delle fettine di pancetta di maiale alla piastra con del Kimchi (verdure orientali fermentate con spezie).
Ancora, petto di anatra scottato e servito con una restrizione agrodolce. Infine, due dessert: palline biscottate che facevano “crunch” moooolto buone, e un bicchierino di soft ice cream all’olio di oliva e ciliegie.
Spesa = 78$ (per 2 persone).
Non ho comprato il loro libro (edizione speciale) perché, ho pensato, sicuramente su IBS lo trovo, e non appesantisco il bagaglio… Ecco, non fate come me: prendetelo lì.
Vorrei infine soffermarmi su quella che è stata la mia vera esperienza culinaria di questi giorni a New York. Prima di partire dall’Italia, leggendo sempre quella che per me è una sorta di Bibbia del viaggiare bene, avevo notato – come dicevo – un locale molto particolare, un locale di cucina vegetariana-vegana. Ma non solo… un locale dove si mangia del cibo crudo. Insomma, di ristoranti vegetariani-vegani ne ho provati molti, ma uno che propone il solo crudo – no, mai.
Ho prenotato con largo anticipo perché sembrava un altro posto molto gettonato e frequentato…
Il locale si chiama Pure Food & Wine dell’amica Sarma Melngailis (chef e patron) – e ringrazio subito Tiffany Burton dello staff, che mi ha gentilmente inviato le fotografie dei piatti scattate da Erica Graff e quella del giardino estivo scattata da Ayo Oto.
Arrivati nel quartiere, troviamo il ristorante, la cui entrata è seminterrata. L’atmosfera è molto intima. Colori scuri, luci basse e candele; siamo accolti con simpatia dal personale. C’è anche questo delizioso giardino dove si può cenare, ma il tempo ancora non lo permette, purtroppo.

Come bevande servono ovviamente dei tè organici, dei succhi e dei vini biodinamici. Scegliamo un calice di vino della California (che ovviamente non ho memorizzato) davvero ottimo. Poi, con non poco imbarazzo, scegliamo i piatti dalla carta – li riporto qui senza traduzione (pensateci un po’ voi…): dei rolls (tipo gli Hosomaki giapponesi) di alga nori, formaggio vegano cremoso, baby bok choi, hijiki, avocado; crostini di cocciola con funghi, bernese di capperi, crauti e riduzione di sidro di mele; una composizione che assomiglia a una lasagna, anzi, è una lasagna, però composta da fette di zucchine alternate a fette di pomodoro, tra le quali viene inserito del pesto di pistacchio e basilico, del pesto di pomodorini essiccati e una sorta di ricotta fatta con semi di zucca e macadamia, ovviamente, tutto crudo; ravioli fatti con fette sottili di barbabietola marinata, farciti di un formaggio di pistacchio ed uva passa, cavolfiore arrostito al curry, anacardi speziati e canditi, olio al peperoncino…
Come dessert:
• Trio of Dark Chocolate Coated Indian Spiced Ice Cream Treats (chocolate cardamom coconut ice cream cone, pistachio gelato ice cream sandwich, and chai tea creamsicle)
• Chocolate Passion Fruit Tart (passion fruit curd with fresh raspberries, framboise pearls, vanilla cream and chocolate cacao nib ice cream)
Grandiosa esperienza! Non posso descrivere le sensazioni provate e soprattutto il gusto: io e il mio commensale ci siamo guardati interdetti per tutta la cena!
Una cosa simpatica che tutti i ristoranti di un certo livello fanno, è quella di portare assieme al conto anche una cartolina da compilare per lasciare una sorta di feedback. Sulla cartolina di Pure Food & Wine ho scritto: Great Experience!!!
Volendo si possono trovare le loro specialità nel takeaway dietro l’angolo,vicino al ristorante, oppure nello shop all’interno del Chelsea Market.
Christian
Sono passati una decina di giorni dal mio rientro da New York, dove sono stato una settimana, e mi sembra sia passata una vita. Vorrei raccontarvi qualcosa di questa straordinaria esperienza.
Non mi dilungherò nella descrizione del viaggio, ovviamente bellissimo – anche perché ogni volta che mi sposto e vedo posti nuovi, sembro un bambino di 3 anni che si meraviglia di ogni cosa. Mi limiterò a raccontare le mie impressioni – e soprattutto le mie esperienze culinarie…
La primissima sensazione che si ha quando si arriva a New York e si cammina per le strade è un grande senso di libertà, di ampio respiro, di poter andare ovunque, di poter fare tutto.
Una cosa che ho notato quasi subito: otto persone su 10 sono grasse, anche i bambini. Dico proprio grasse, non leggermente sovrappeso; e la cosa fa un po’ impressione, devo dire.
Un’altra cosa che mi ha impressionato è la quantità di locali, ristoranti, chioschi che somministrano cibo, di negozi di food e di attrezzi da cucina. Qui in Italia, quando io cerco un determinato attrezzo per preparare la tal cosa, impazzisco per trovare in Milano un posto che lo venda. A New York no. Ci sono posti, come Bowery Kitchen Supply al Chelsea Market, dove trovi tutto. E quando dico tutto, dico tutto. Entrato al Chelsea Market, mi sembrava di essere in paradiso: per i negozi di prelibatezze, per quelli di utensili e accessori, per i locali… Già il posto di per sé merita di essere visto: è una ex fabbrica della Nabisco, oggetto di un meraviglioso recupero architettonico.
Non avendo molto tempo a disposizione per avventurarmi e scovare -di mio- nuovi posti dove consumare i pasti, mi sono affidato alla Lonely Planet, a mio avviso, la guida più affidabile per soddisfare ogni aspettativa, non solo gastronomica quindi. La prima cosa che si faceva la sera, prima di andare a dormire, era organizzare i giri del giorno seguente in base ai ristoranti in zona, tra una visitina ad un museo e un pranzo per recuperare le energie spese.
Anzitutto, va segnalato che ci sono centinaia di catene di somministrazione di cibo – da quella specializzata nei burritos, alla famosa catena che vende i doughnuts, le ciambelle di Homer Simpson, la catena del vegetariano, la catena degli smoothies e via discorrendo… I locali che ho visto sono stupendi – e dove ho mangiato, ho mangiato davvero bene!
Insomma si ha la sensazione che ci sia una certa cultura legata al cibo, visti i negozi specializzati e la quantità esagerata di libri legati al food che si trovano nelle librerie.
Poi non si spiega quando cucinino a casa, visto che i ristoranti sono sempre pieni!
Christian
Ad un locale si può perdonare tutto, persino un pasto poco riuscito o un servizio distratto – tutto, tranne i tavolini appiccicati, che impediscono ogni movimento e la necessaria intimità…
Non ho mai tollerato pranzare “attaccato” alle persone – ascoltando i loro discorsi e guardando nei loro piatti. Senza sforzare troppo la vostra memoria, ricorderete certamente che anche a voi sarà capitata una simile avventura. Probabilmente in pausa pranzo, o in vacanza, o per qualche altra necessità…
È ovvio che mangiare dove capita non è mai il risultato di una ricerca programmata: a un certo punto, l’importante è trovare una realtà sufficientemente accogliente, dove spendere il giusto.
Così, dopo aver spalancato la porta della trattoria, trovi l’oste che ti accoglie con un saluto cerimonioso. Senza perdere minuti preziosi, gli chiedi la disponibilità di un tavolo. La risposta è immediata: ma certo signore – s’accomodi!
Il titolare della maison ci precede tra camerieri affannati e traballanti vassoi in fase d’atterraggio. Il brusio in sottofondo è infernale, uguale a quello di uno sciame di vespe, del pubblico alla partita.
Ecco il tavolo signore, menu e pane arrivano subito.
Tutto sembra perfetto, ma ciononostante il bel sogno dura poco. Effettivamente la stanza ricorda un girone infernale. I tavolini sono talmente attaccati da suscitare non poco imbarazzo: un enorme desco unico, a mo’ di refettorio aziendale. Senza troppa fatica è possibile curiosare nei piatti e nelle pappe degli altri commensali!
Pranzare in queste condizioni potrebbe essere davvero stressante. La voglia di darsela a gambe è incontenibile. Già – ma andare dove? E a quest’ora!
Non rimane che rassegnarsi, sperando che almeno il rancio sia decente. Mentre i “balletti conviviali” tra piatti camerieri portate gente che va e che viene hanno inizio, inizi a fantasticare, e nella fantasia fa capolino persino un regista con tanto di troupe e attrezzatura per girare uno spot gastronomico… Ma il celebre cineasta (o il vip dell’ultima ora) non entrerà mai in posto così lillipuziano, perciò meglio dare una pedata a qualsiasi sogno e masticare la cruda realtà…
E alla fine si ripropone la vexata quaestio…
C’è stato un periodo in cui si è scritto e discusso copiosamente sul coperto, in particolare relativamente al suo costo. La cronaca gastronomica gareggiava nell’evidenziare i locali che nel loro listino non contemplavano questa voce! A parte questo, è congruo pagarlo?
Bisogna dire che esso rappresenta senza dubbio un servizio elargito. Se curato in ogni dettaglio, perché non onorarlo nel conto finale?
Ma tornerò sull’argomento coperto, ci potete scommettere il prossimo pranzo di Natale!
Ci sono posti che ti affascinano, che senti di avere nel cuore da sempre, senza neanche sapere il perché. Per me, la Romagna è uno di quei posti.
Parto sabato sera da Milano, in treno, impavidamente, nonostante lo sciopero che inizierà per le 21. A Bologna mi rendo conto che lo sciopero inizia anche prima del previsto, quindi resto fregato e il treno che avrebbe dovuto portarmi a Faenza non parte. Fortunatamente riesco a prendere l’eurostar per Roma al volo e giungo a destinazione, anche se in ritardo.
A manetta, come diciamo sempre io e la mia amica fotografa Lidia, che è venuta a prendermi in stazione, ci rechiamo al ristorante in centro: è un posto di cui ho sentito parlare da diverse persone: La Baita.
Appena entrato resto sbalordito: due banconi frigoriferi con formaggi e salumi e tutto intorno ogni bendidio: cioccolato di mille qualità o formato, confetture, spezie, olii… Accolti da Roberto, ci addentriamo nel locale ed attraversiamo tre sale meravigliose: una con alcuni tavoli attorniati da bottiglie di vino; un’altra sala con il bancone della mescita; e infine una saletta più intima dove troviamo il nostro tavolo. Sedie e tavoli di legno vissuto, apparecchiati con le tovagliette di carta (uhm…) con la faccia dell’Albertone nazionale intento a sforchettare la sua pasta…
Ordiniamo subito due piatti di pasta fresca: tagliolini verdi con guanciale, finferli e crema di zucca, e ravioli dal nome irripetibile tipo urciunsoi urcionsei urcion..qualcosa, ripieni di ricotta fresca con una grattata di tartufo sopra.
Credo di essermi quasi capottato dalla sedia alla prima forchettata dei i miei tagliolini. Resto invece un po’ allucinato dall’odore del tartufo (mi rendo conto che è un mio grande limite, ma proprio non riesco ad affrontarlo): comunque assaggio il raviolo di Lidia, e anche questo mi piace un bel po’. A seguire, un tagliere di salumi e formaggi misti che resteranno impressi a lungo nella mia memoria. Beviamo un bel calice di cabernet che Roberto ha scelto per noi.
Concludiamo con un generoso bicchiere di barolo chinato accompagnato da un pastigliaggio di cioccolato Java di Gobino, che mi daranno la buona notte come la carezza di una madre.
Saluti e baci a tutti e via di nuovo a manetta in direzione del Garden Bulzaga che come ogni anno, sotto Natale (eh già, ormai è Natale…), sceglie un tema ed allestisce il negozio con prodotti legati a quel tema.
Il tema di quest’anno è: NOSTALGIA BALCANICA.
Se fossimo arrivati prima, e non alle 23.30, avremmo trovato dei mangiafuoco all’ingresso, vicino ad una carrozza colorata con donne vestite da zingare in posa da “lettura della mano”. Invece troviamo una facciata completamente illuminata con luci di mille colori…
Uno spettacolo che contrasta di netto il buio faentino. Ma ormai è tardi: scatto una foto in notturna del Garden e andiamo in albergo.
Torneremo qui domattina per acquistare un po’ di cose carine – e rubare altre immagini.
…è la una di notte quando arriviamo davanti al cancello e Villa Abbondanzi è immersa nella quiete. Potremo ammirare la sua bellezza solo la mattina dopo…
Una guardia ci accoglie, con la simpatia e la cordialità tipiche dei Romagnoli, aprendoci il cancello, e ci accompagna verso la zona notte, dove c’è la nostra camera dal nome Vaghezze e gentilezze. Chi dei due è chi, pensiamo?!? Lei vaghezza ed io gentilezza, decidiamo.
La camera è molto carina e dispone anche di una cucina ed un simpatico balconcino con tavolo, che dà su un giardino. Il bagno anch’esso ampio ed elegantemente rifinito.
Distrutti, come al solito, per il “frullo” della serata ci accasciamo nel letto.
Christian

Riprendo l’elenco dei premi di Identità Golose, consegnati settimana scorsa –
Siamo andati alla presentazione della guida di Identità Golose alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, ieri 28 settembre – letto il trafiletto sul giornale, di corsa… Paolo Marchi, la mente di IG, ha presentato al sua opera con Massimo Bottura e Davide Oldani, e ha consegnato una serie di premi.
La guida – appena sfogliata, ho cercato qualche locale che non ho trovato, qualcun altro c’era – 19€, oltre 750 pagine – contiene a dire di Marchi 619 locali visitati da 70 collaboratori, che firmano le loro schede, non dà voti o cappellini, riporta i nomi dei cuochi chef sommelier e così via. Attenzione particolare ai giovani 20-30enni (come dimostrano peraltro i premi assegnati tutti under 40) e ai (giovani) pasticceri; itinerari in 12 città italiane e mondiali…
Interessante l’idea di riportare nomi di cuochi chef maitre sommellier e così via – attenzione alle persone, importante (molto bella l’idea di indicare in guida cosa piace e non piace cucinare allo chef, si possono fare considerazioni interessanti), anche se l’idea di “andare a conoscere i cuochi” propugnata dal giornalista e prefatore Roberto Perrone (seguendo peraltro quello che dice anche Alaimo) ha quel che di insomma strano elitario (andiamo tutti dal cuoco? o ci andiamo noi giornalisti critici? e noi timidi come facciamo?) che lascia un po’ perplessi – forse forse è meglio che il cuoco mescoli il sugo… Anche se naturalmente è piacevole parlare anche solo per qualche momento con lo chef – Oldani gira fra i tavoli, ed è comunque bello dirgli che buono, scambiare due parole (una volta mi ha detto che forse avrebbe visto bene su un certo piatto di riso dei cubetti di barbabietola magari alla piastra mi sembra… e mi sto ancota domandando se poi lo ha fatto)
Comunque: presentazione con spunti interessanti (ancora Perrone: cucina come la letteratura, il piacere di mangiar bene come il piacere di un bel libro), la premiazione dei giovani ha avuto momenti simpatici e interessanti al di là dei ringraziamenti, della commozione o degli imbarazzi – fra i premiati, Pietro Zito (Antichi Sapori di Montegrosso, Andria) che parla di “emozionare con la semplicità” (una parola d’ordine ormai), i due simpatici sous-chef di Aimo e Nadia, Fabio Pisani e Alessandro Negrini, lo chef Alija del Guggenheim Cafè all’interno del museo a Bilbao (meno di trent’anni…)… Massimo Bottura, uno dei presentatori, ha annunciato la “pace” fra Grana Padano e Parmigiano Reggiano (se di “guerra” si poteva parlare), e Davide Oldani ha anticipato il suo intervento al prossimo congresso di IG: prenderà alcuni dei piatti raffinati ed elaborati che faceva da Giannino una decina d’anni fa e li rivisiterà alla luce della sua attuale esperienza e filosofia…
Magari ne riparleremo – per ora aspettiamo il congresso…

Emanuele Bonati