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Posts Tagged ‘ristorante’

Sunday, July 18th, 2010

Un giorno a elBulli: la cucina di Ferran Adrià


Dopo il successo della prima edizione pubblicata a marzo 2009 ed esaurita in meno di un mese, Phaidon annuncia una nuova edizione in brossura del bestseller Un giorno a elBulli, il volume che rivela i processi creativi, la filosofia innovativa e le straordinarie tecniche del pluri-premiato ristorante elBulli e del suo chef Ferran Adrià.

Situato in un’isolata baia sulla costa nord-est della Spagna, elBulli è famoso per essere meta di pellegrinaggio degli appassionati di cibo, tanto che è quasi impossibile riuscire a prenotare una cena. Il locale infatti è aperto per soli sei mesi l’anno e riceve più di due milioni di richieste per soli 8.000 coperti disponibili.

Il ristorante è rinomato per il suo menù degustazione di 30 portate, che viene annualmente modificato e aggiornato con nuovi e originali piatti. Negli ultimi 10 anni le pionieristiche tecniche culinarie di Ferran Adrià sono state applaudite – e imitate – dai migliori cuochi del mondo e Ferran è stato nominato dalla rivista “Time” una delle 100 persone più influenti dei nostri tempi. Dal 2006 al 2009 elBulli è stato nominato per quattro anni consecutivi il “Number One Best Restaurant in the World” nella classifica dei 50 migliori ristoranti al mondo stilata da San Pellegrino.

Un giorno a elBulli alla scoperta delle idee e della creatività di Ferran Adrià – nuova edizione in brossura (limited edition – edizione limitata) – 632 pagine, 1100 illustrazioni a colori, grafica elegante, raffinata – come  Phaidon da sempre propone i suoi libri. Un libro che ogni gourmet dovrebbe avere nella propria cucinolibroteca per comprendere sino a dove possa arrivare l’esplorazione gastronomica

Il primo volume che svela il retroscena del miglior ristorante al mondo e indaga la mente del suo creatore, Ferran Adrià. Un’opera elegante  che apre le porte ad un mondo peculiare e originale.

Grazie a Michela Beretta e all’ufficio stampa Italy Phaidon

Stefano Buso

Press and Publicity in Italy Phaidon
Corso Sempione, 33
20145 Milano
T  + 39 02 43994680
Fax +39 02 43990450
mberetta@phaidon.com
www.phaidon.com

Tuesday, June 22nd, 2010

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"IL SUO CONTO... SU UN LETTO DI POLENTA"

Tuesday, June 15th, 2010

Clandestino al Clandestino…

Ho passato un’ora, l’altro giorno, dopo aver pranzato al Clandestino Milano, il  locale di Moreno Cedroni, a cercare online i commenti e soprattutto le critiche che gli sono state rivolte.

Nelle settimane scorse avevo già letto qualcosa di non particolarmente positivo, ma questo naturalmente non ha frenato il mio desiderio di provare  a ficcarci il naso di persona.
La facciata della palazzina liberty è molto anonima, questo sì. Ed effettivamente, ci si accorge subito che l’ambiente non sembra reggere il contesto “lusso” nel quale dovrebbero identificarsi l’hotel ed il ristorante. Le bocchette dell’areazione (molte) in bella vista, lì vicino all’illuminazione. La cassetta antincendio lì anch’essa visibile, gli infissi che diciamo che di classe proprio non sono, con i maniglioni antipanico… il pavimento non proprio bellissimo…
Devo ammettere che mi trovo d’accordo con le critiche all’ambiente: non è propriamente adeguato al livello.
Non mi trovo assolutamente d’accordo invece con le critiche rivolte alla cucina e al personale. Premetto che non mi ritengo un gourmet, non sono un critico e non voglio esserlo, ma devo dire che questo pranzo o brunch è stata proprio una bella esperienza.
Ho provato il percorso degustativo “Brunch box“.
Gusti decisi, ma con delicatezza. Gusti “puliti”. Il tutto accompagnato dalla competenza e dalla passione del personale in sala, per niente invadente, ma che, appena entrati in sintonia, si è “aperto”, trasmettendomi passione e amore per il proprio lavoro.
Arriva il primo box: il pane di Cedroni. Al nero di seppia, grissini, focaccia da “scarpettare” nel favoloso olio alla mentuccia servito in una ciotolina bianca.

Mentre aspetto il secondo box, degusto un calice di Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “Vigna delle Oche” della Fattoria San Lorenzo di Montecarotto, Ancona, che scopro essere davvero molto interessante.

Arriva poi la seconda  scatola, bella e bianca: davanti agli occhi una deliziosa carrellata di piattini… ovvero, come recita il menu, e come ci ha raccontato la deliziosa Eva, “un percorso salato con alcune note dolci”: verdure crude e cotte, pasta, pesce, carne, formaggi e dolci. Cito: “Otto piccole creazioni che contengono tutto il meglio di un sano pasto appagante al gusto e leggero nella digestione. Il mos kit brunch viene servito all’interno di un prezioso cofanetto bianco che riproduce con un tocco di ironia una scatola da scarpe (25€).”
Ovvero?
Ovvero:

• pinzimonio di germogli finocchi e alfa alfa con crema di formaggi fresco

• simmenthal di pesce (rombo branzino gelatina di pesce e pomodoro)

• spinosini al salmone, polvere di yuzu, mayonese di rapa rossa e salsa al cocco e lime

• frittatina all’amatriciana con alice sott’olio

• tataki di tonno con conditella di pomodorini, cipolla e colatura d’ alici, riso susci

• insalata, pollo rosolato salsa soya e zenzero

• ricotta di capra con confettura di prugne

• mousse di cioccolato fondente, sale di cipro, olio alle clementine

Squisito! Ottimo!
Direi che come pausa pranzo non c’è proprio male.
Non pago, ho voluto provare il famoso tiramisù, proprio perché le critiche lo avevano cassato brutalmente. No, non mi trovo d’accordo nemmeno in questo caso.

Si tratta di un elisir che mi ha ridato le energie per rientrare al lavoro sorridente e contento sia per l’esperienza, sia perché ho compiuto la mia missione “San Tommaso”, ma soprattutto perché sono sempre molto contento quando ho di fronte delle persone che si emozionano mentre trasmettono la loro passione per questo lavoro, per la materia prima che toccano e che servono.
Grazie mille, e continuate così, nonostante le critiche negative.
Christian Sarti
Monday, May 17th, 2010

Dalle stelle al firmamento: Una tovaglia più grande

Come ho già detto, ho partecipato all’incontro di lunedì scorso 10 maggio alla Triennale di Milano Una tovaglia più grande. La crescita della Cucina Italiana d’autore – della serie Dalle stelle al firmamento. La cucina italiana e la sfida della crescita. Molto interessante – stasera si terrà il secondo incontro, Tra pop art e crescita industriale. Standard, prototipi e replicazione nella ristorazione di qualità con Rossella Cappetta, Moreno Cedroni, Oscar Farinetti, Gianni Lorenzoni, Gualtiero Marchesi, Davide Paolini e Davide Scabin.

Cosa si è detto lunedì scorso? Riporto qui qualche appunto sparso, tanto per dare un’idea – si tratta di spunti e temi che verranno sicuramente ripresi nei prossimi incontri.

Severino Salvemini (Docente di Organizzazione Aziendale, Università Bocconi) ha messo in evidenza le carenze economico-amministrative della ristorazione italiana, e lo scarso confronto che essa ha con le altre industrie creative. Esiste una nuova generazione di cuochi di cui si conoscono magari benissimo le motivazioni culinarie ma non quelle imprenditoriali; e forse l’imprenditorialità in senso stretto è “frenata” anche da critici e giornalisti prigionieri del “mito” della piccola dimensione, del discorso per cui la quantità è nemica della qualità, della retorica della valenza positiva della regionalità, della conduzione familiare, delle tovaglie a scacchi…

Massimo Bergami (Docente di Organizzazione Aziendale, Università di Bologna) ha sottolineato da un lato l’identità, cioè l’esistenza di diverse cucine italiane, legate al territotio, che riproducono le vicende storiche del paese, dall’altro la presenza dei giovani chef, del loro rapporto con la tradizione e con l’innovazione, ma senza purtroppo “contaminazioni” imprenditoriali: la loro motivazione è ancora “artistica” (assecondata probabilmente dalle guide, che sembrano vedere con sospetto l’ingresso degli chef nel campo economico-manageriale).

Enzo Vizzari (Direttore Guida de l’Espresso) ha parlato delle caratteristiche degli chef della “nuova cucina italiana”: 30/50enni che intendono la ristorazione come cultura gastronomica, in cui trovano le radici del proprio modo di lavorare; utilizzo “laico” dei prodotti, capacità di iniziare a “fare sistema”, a parlarsi e a scambiare esperienze, a vedere cosa viene fatto, a copiarlo e a rielaborarlo. Con qualche punta polemica: ad esempio, secondo lui il cuoco non è un artista, magari al più un eccellente artigiano.

Lidia Bastianich (Felidia e Gruppo Bastianich), in videoconferenza dagli Stati Uniti, ha raccontato la sua esperienza, che dal primo impiego nel 1971 la ha portata alla creazione di un vero e proprio gruppo, composto da ristoranti, libri, programmi tv – estrema simpatia e semplicità, e comunicativa, oltre all’indubbia capacità come cuoca, gli strumenti del suo successo, a cui si sono aggiunti l’attenzione nella scelta dello staff, l’opera di mentoring, la cura della cucina.

Interessanti anche gli interventi di Antonio Santini (Dal Pescatore) – importanza della comunicazione, degli scambi tra gli chef, della valorizzazione del personale – e, dalla platea, di Antonino Cannavacciuolo (Villa Crespi), entrambi ricchi di riferimenti alle proprie esperienze e alla propria storia personale…

Emanuele

Tuesday, March 30th, 2010

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CHI HA IL NANOFILETTO, E CHI IL PIATTO DEL DIGIUNO?

Friday, March 26th, 2010

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Ma perché dobbiamo sempre mangiare fuori?

Ma perché dobbiamo sempre mangiare fuori?

Sunday, January 24th, 2010

Considerazioni al dente di Stefano Buso

E il risotto? Me lo pappo io!

Rifiutare recisamente un risotto anche se la carte propone altre allettanti opportunità? Ma scherziamo? Con qualsiasi ingrediente – resta sempre un bocconcino assolutamente fidato. Impossibile dire no – quando ti viene proposto, naturalmente…!

Ad esempio, il sottoscritto è spesso costretto a sfamarsi da solo, quasi in isolamento – e sentirsi negare un piatto di riso scoccia, eccome. Per la verità, sempre più i locali offrono porzioni mono-riso. In pratica, hanno abdicato ai diktat del “solo per due” in favore di una maggiore elasticità culinaria.

A voler essere pignoli, qualche resistenza qua e la c’è ancora. Francamente non credo si tratti di perfidia. È indubbiamente vero che allestire una pietanza di riso a regola d’arte è una mission piuttosto impegnativa – con riti (a volte veri e propri esorcismi) culinari intoccabili: preparare il soffritto, tostare il bianco cereale, mescolarlo sino alla fine, aggiungere il brodo bollente, mantecarlo con vigore… In parole povere, dedicarsi anima e corpo ad un risotto solo per un avventore è alquanto impegnativo. Missione in ogni modo fattibile, sia chiaro.

Anche di fronte a una sola ordinazione sarebbe auspicabile assecondare il desiderio del cliente che decide per il riso espresso – giustappunto, “espresso”, non precotto.

Un’altra considerazione è relativa alla presenza del riso nel menu. Imbattersi in potage di riso, timballi, risotti all’onda, al salto, sembra ormai un prodigio. Ritengo che sarebbe opportuno proporlo come sostituto ai soliti primi piatti, restituendo così il buonumore a chi apprezza il riso in tutte le sue declinazioni. Insomma, una pacifica tenzone della buona tavola – perché il riso ci intriga, anche se siamo in momentanea solitudine.

E se proprio il risotto è esclusivamente solo per due? In casi estremi, le istruzioni sono ovvie: mangiarne una doppia porzione!

Risotto e… risposte

Tostare il riso: sì o no? Certo che sì – la tostatura, piaccia o no, è una prassi importante. Dopo che il fondo (soffritto) si è rosolato e prima di coprire il riso di brodo (vegetale o di carne) bollente, o di sfumarlo con del buon vino, è fondamentale tostarlo a fiamma allegra. La tostatura serve per chiudere i pori del riso: in questo modo, tiene meglio la cottura e rimane al dente… altrimenti, avremmo del riso “bollito”…

Mescolare il risotto continuamente? Guai a non mescolare il risotto con un mestolo di legno. Si amalgama così l’amido alla preparazione che diversamente andrebbe sul fondo della casseruola facendo attaccare il riso.

Quale consistenza deve avere il risotto? Va da sé che dipende dagli ingredienti ma all’onda – cremoso e morbido – è sempre cosa buona e giusta. Troppo compatto o altresì liquido non sarebbe più risotto ma qualcosa d’altro…

Stefano Buso

Saturday, November 21st, 2009

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Le raccomando caldamente, per l'amor del cielo, la specialità della casa: lumache...

Le raccomando caldamente, per l'amor del cielo, la specialità della casa: lumache...

Thursday, November 5th, 2009

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Percjhé, se lo friggiamo, non è più sushi.

Perché, se lo friggiamo, non è più sushi.

Saturday, October 24th, 2009

WORLD PASTA DAY 2009

Domani a New York il WORLD PASTA DAY 2009 (e ottobre è il mese della pasta…). Un convegno, con studiosi cuochi esperti americani, relazioni su dieta mediterranea, pasta e Alzheimer, sullo stato della ricerca scientifica sui carboidrati, e un incontro in cui alcuni protagonisti del mondo culinario d’oltreoceano parleranno dei loro ricordi e delle loro esperienze legate alla pasta. E naturalmente diversi sponsor (Barilla),un sito veloce ma interessante http://www.worldpastaday.com/index.html soprattutto per avere un’idea di com’è la pasta oggi negli USA.

Siamo abbastanza lontani (almeno in superficie) dai cliché della pasta collosa, dai nomi improbabili, in ricette fintoitaliane – anche se naturalmente non sappiamo cosa ci sia davvero nei piatti di pasta della gente comune, a Plains Georgia, a Cabot Cove, a Milwaukee, nei paesi della provincia più sperduta. Ma questo – la distanza fra la superficie, il popolo dei critici dei cuochi dei blogger di quelli che parlano e scrivono e il mangiatore reale, per quanto molto ma molto ridotta negli ultimi anni anche in America – è sempre un punto oscuro. Certo che dagli italiani “mangiaspaghetti” a oggi se ne è fatta di strada…

Le paste preferite negli USA? Linguine, ravioli e spaghetti.

Le ricette preferite? Agnolotti alla parmigiana, paccheri ripieni di carne e ricotta, spaghetti alla bottarga, fusilli alla norma.

Quanta pasta mangia un americano all’anno? Nove kili (ventisei un italiano).

Il 77% degli americani mangia pasta almeno una volta alla settimana.

Michelle e Barack Obama hanno festeggiato il loro ultimo anniversario di matrimonio mangiando stringozzi alla carbonara con uova di quaglia, carciofi e tartufo preparati dallo chef Tony Mantuano.

Gli abitanti del nordest degli US sono i maggiori consumatori di pasta, seguiti da quelli dei Mid-Atlantic States; mangiano meno pasta invece gli abitanti della West Coast.

Negli USA ci sono 15000 ristoranti italiani (oltre 500 a New York).

Nel 2008 la pasta è entrata nell’85% delle case americane.

Se l’Italia è il primo produttore mondiale di pasta, gli USA sono il secondo – seguono Brasile, Russia, Turchia.

Il primo torchio per fare i maccheroni fu importato nel 1789 da Thomas Jefferson, che aveva conosciuto la pasta da diplomatico, durante un viaggio.

Il primo pastificio d’America venne aperto nel 1848 a Brooklyn da Antonio Zerega – i suoi discendenti sono ancora attivi nel ramo.

Beh… vado a farmi una pastasciuttina…

immagine-11Emanuele Bonati