Posts Tagged ‘maiale’

Tenuta Montelaura : la tradizione dei salumi in Campania

15 March 2010 - Commenti »

Proseguiamo la collaborazione con Tenuta Montelaura: oggi ci parlano di salumi… Se ci fosse bisogno di un ulteriore motivo per visitarla… beh…

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L’Irpinia e la Campania sono legate a doppio filo alla cultura dell’allevamento del maiale. In ogni casa, fino a pochi decenni or sono, nella cucina delle famiglie contadine, dove d’inverno non mancava mai il caminetto acceso, bastava alzare un po’ gli occhi per ammirare ogni ben di Dio appeso alle classiche pertiche di castagno, in beata esposizione al fumo proveniente dal fuoco acceso ventiquattrore su ventiquattro. E lì c’era da tapparsi immediatamente occhi e naso, specialmente se l’ora era prossima al pranzo o alla cena. I profumi che inondavano l’ambiente erano tali e tanti che non appena il padrone di casa accennava un seppur formale invito alla tavola non ce lo si faceva ripetere due volte e, rimandando qualsiasi impegno, ci si fermava molto volentieri a pranzo oppure a cena, e qualche volta anche a colazione o per la merenda pomeridiana. Insomma ogni momento era buono per degustare quelle delizie della tradizione.

Ma qual è il loro segreto?

In realtà non c’è nessun segreto, se non quello di metterci tanta passione e tantissimo lavoro abbinati al “know how” dei nostri nonni, che non dobbiamo mai perdere! Si inizia dalla materia prima e cioè dalle carni, che devono essere di maiali “che hanno mangiato due volte le mele”, come diceva mio nonno. Significa che il lattonzolo (maialino lattante), nato intorno al periodo pasquale (gli accoppiamenti venivano programmati proprio per determinare le nascite in quel periodo), arrivava ad ottobre, il mese delle mele, a più di sei mesi, e quindi all’ottobre successivo a più di un anno e mezzo: è così che si ottengono animali della stazza di due quintali e mezzo spaccati e pesati!!!

La consistenza e la maturazione delle carni rappresentano, quindi, degli elementi imprescindibili per la realizzazione di prodotti di eccellenza. Naturalmente moltissimo dipende anche dalla dieta che questi animali devono seguire. Il principio è: quanto più è varia, tanto meglio. E allora l’uso tradizionale di alimentare i maiali a seconda della disponibilità stagionale è l’architrave della riuscita dei nostri salumi tipici. E così è naturale che a giugno, luglio ed agosto l’alimentazione a base di tritello di grano tenero sia integrata da zucche, zucchine e scarti di verdure; a settembre, ottobre e novembre, sostituendo l’alimento base, il tritello, con farina di mais, la si integri con mele, ghiande e castagne. Si prosegue poi con il “menù” da ingrasso: farina di mais e scarti di patate lesse e schiacciate (il cosiddetto pastone).

Fondamentale è anche l’uso di cuocere gli alimenti che vengono somministrati ai maiali: questo perché i suini hanno un apparato digerente abbastanza approssimativo, nel senso che non riescono a metabolizzare facilmente tutto quello che mangiano, e buona parte se ne va in deiezioni.

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Ora qualcuno si domanderà: ma quanto costa tutto questo?

Sicuramente molto di più di quanto ci potrebbe costare il migliore prodotto industriale DOP, IGP, STP, o di qualsiasi altra sigla si voglia parlare. E sta proprio qui il nocciolo della questione: i disciplinari dovrebbero innanzitutto differenziare i prodotti artigianali da quelli industriali secondo i parametri anzidetti, e poi andare a valutare le altre generiche prescrizioni. Non ha senso andare a paragonare un prodotto irripetibile (nel senso che non ci può essere standardizzazione) a un prodotto industriale che, per quanto buono possa essere, non avrà mai le diverse caratterizzazioni che un prodotto artigianale sicuramente potrà esprimere.

www.tenutamontelaura.it

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La gelatina di maiale all’alloro di Tenuta Montelauro(a)

21 February 2010 - Commenti »

La Tenuta Montelaura si chiama così perché la zona dell’Irpinia dove l’agriturismo è ubicato è ricca di piante di alloro che danno il nome, prima alla montagna che sta alle spalle della struttura, e poi all’azienda stessa.

L’alloro, in dialetto irpino ‘o lauro, sta al maiale come la pizza sta alla birra, come i tortelli di zucca stanno al lambrusco,come la mozzarella sta al pomodoro, come Luciano Pignataro sta al Coda di Volpe – ed è particolarmente nella preparazione della gelatina di maiale che l’alloro predomina. Essendo una preparazione dalle indiscutibili origini rurali, la filosofia di questo piatto è naturalmente improntata al recupero di tutto ciò che è recuperabile: quindi i piedi del maiale, le orecchie, e le ossa. Sì, le ossa, perché oltre a dare un buon brodo, che rappresenta la maggior parte del contenuto della gelatina, la loro bollitura consente di recuperare fino all’ultimo pezzettino di carne attaccato all’osso, difficilmente spolpabile a crudo.

La preparazione è lunga e laboriosa: per arrivare al piatto finito occorrono circa quattro ore, e poi bisogna raffreddare, sgrassare…

Allora,  dopo aver avviato la preparazione di un brodo vegetale con l’aggiunta di una decina di foglie di alloro, si mettono a bollire i piedi, le orecchie e le ossa del maiale nello stesso pentolone del brodo. La cottura, che dipende dall’età dell’animale, non può in nessun caso durare meno di tre ore e mezza-quattro ore. Si procede quindi a disossare i piedi, a sminuzzare le orecchie e a spolpare le ossa, un lavoro che presuppone una pazienza quasi infinita. Si ripongono questi pezzettini di carne, cotica e nervi in una teglia d’acciaio bassa e larga e si versa sopra il brodo ristretto, dopo averlo filtrato per togliere eventuali ossicini rimasti.

Qui siete ad un bivio: se volete seguire la ricetta classica tradizionale, nel brodo dovete aggiungere un bicchiere di mosto cotto di Fiano di Avellino, non di aglianico perché non solo la gelatina verrebbe troppo scura, ma il mosto predominerebbe su tutto. Per la ricetta classica aggiungere anche dei pinoli, dell’uva sultanina e qualche gheriglio di noce.

Esistono altre due varianti, quella al limone, con l’aggiunta di buccia di limone grattugiata, e quella dolce-salata, con l’aggiunta di cacao.

Ultima operazione è la  sgrassatura, che generalmente avviene il giorno dopo, e che consiste nell’eliminazione di quella patina di grasso che intanto è affiorata in superficie con il consolidamento del brodo.

In abbinamento credo proprio che il meraviglioso Coda di Volpe, naturalmente annata 2006, di Vadiaperti sia più che giusto.

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Ricetta a cura di www.tenutamontelaura.it

Parmigiana di cardi all’umbra

11 January 2010 - Commenti »

Un’altra ricetta centroitalica, umbra anzi, intravista in televisione, che ha come protagonisti i cardi, verdura di stagione – anzi di questa stagione.

I cardi si possono mangiare crudi (con una salsa calda a base di olio, acciughe salate, aglio), bolliti, o in alcune preparazioni come i cardi fritti o – il passo successivo – in parmigiana, secondo la ricetta proposta in trasmissione.

Cardi fritti: si puliscono, si tagliano a pezzi e si mettono a bagno in acqua e limone, quindi si sciacquano e si asciugano. Si passano in uovo sbattuto con un poco di sale e nel pangrattato e si friggono con un po’ di burro.

I più frettolosi li mangeranno così; altri invece proveranno la ricetta della

Parmigiana di cardi: si mettono i cardi fritti in un tegame di coccio, poi uno strato di carne di maiale e di vitello fatta cuocere con pomodoro e soffritto, quindi parmigiano grattugiato e pezzetti di mozzarella; altri strati a seguire, e via in forno a 180°…

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Emanuele

La pinza onta di mamma ANDREINA

25 November 2009 - Commento (1) »


Quando da piccolo andavo con i miei a trovare i parenti che allevavano maiali nella campagna veneta, ricordo che ci riempivano di prelibatezze suine da riportare a casa. Tra queste cose ce n’era una che non riuscivo ad apprezzare: il suo aspetto e l’odore erano per me, bimbo della provincia milanese, un po’ forti.
Erano dei pezzettini di roba mollicci, grassi e odorosi, dei quali i grandi erano proprio ghiotti: i ciccioli.
Non ci ho messo molto a capire perché: anch’io ho ben presto imparato ad apprezzarli grazie a una preparazione che faceva mia mamma, la “pinza ‘onta”, ovvero la pizza con i ciccioli.
Mia madre faceva rosolare in padella questi pezzetti di grasso, e tutta la casa veniva invasa da un odore (o profumo?…) molto intenso, dopo di che li impastava con farina acqua sale rosmarino e lievito, via in forno e… mi ritrovavo a spanorare un bel pezzo di questa pinza meravigliosa… Che bei ricordi d’infanzia…
Questo preambolo per dire che alla sagra di Brisighella, delizie del porcello, di cui vi ho già raccontato non una, ma due volte, non ho resistito all’acquisto di una bella montagna di ciccioli freschissimi, unti e bisunti.
Neanche a dirlo… ho subito chiesto a mia madre di farmi una pinza onta “perché io devo assolutamente mettere la ricetta sul sito e conspanidere, blablabla…”.
Detto fatto: ecco la PINZA ONTA di mamma ANDREINA.


Ingredienti:

250g farina 0
250g farina manitoba
250g ciccioli freschi (anche di più, a piacere)
rosmarino
sale
1 bustina di lievito di birra in polvere (8g)
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Esecuzione
Setacciare la farina, aggiungere sale lievito in polvere un cucchiaio scarso di olio extravergine (siculo preferibilmente), acqua quanto basta per ottenere un impasto né secco né umido, il rosmarino tritato ed infine i ciccioli freschi, precedentemente spadellati per ammorbidirne il grasso al fine di amalgamarli meglio con il resto degli imgredienti.
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Dopo aver impastato, formare una palla con l’impasto, coprirla e tenerla a riposo per almeno 30min.
Mettere in una teglia precedentemente passata con un velo di olio, stendere l’impasto e praticare dei tagli superficiali con un coltello.
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Infornare per 30 min. e poi…
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…buon appetito da mamma Andreina
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e da Christian

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CIBVS comicvs

2 September 2009 - Commenti »

Questa era proprio la quantità esatta di broda – mi sento pieno, ma non abbastanza per il macello.
Questa era proprio la quantità esatta di broda – mi sento pieno, ma non abbastanza per il macello.

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