Posts Tagged ‘locali’

L’AntipatiCibVs: buttafuori i buttadentro

15 November 2010 - Commenti (2) »

OK – non sempre si riesce a riconoscere a prima occhiata un indigeno da un turista, e insomma non c’è niente di male, se anche mi si rivolgono in un anglofrancoteutoitaliano capisco cosa vogliono, se anche i gesti non fossero più che eloquenti, ma…

Ma insomma: perché certi locali del centro di Milano, ma anche di numerose località più o meno turistiche, sono attrezzati con giovani ambosessi (a volte magari dei giovani anzianotti) che sulla soglia ti sorrrdiono e ti invitano ad entrare o ad accomodarti nei dehors, a bere mangiare degustare… Perché?

La domanda in subordine, ovviamente, è “perché poi lo chiedono a me”, visto che spesso passo, per il centro sulla via di casa, rigorosamente da solo, con l’aria piuttosto affranta da “holavoratotuttoilgiorno nonnepossopiù ilmiocapoiltelefonoicolleghigliautoriilibriifornitori cosavoglionotuttidame ADESSOMORDO!” – e altrettanto spesso vengo invitato a degustare appunto lasagna, spaghetti bolognese, pizza, happy hour… Ho forse l’aria del broker inglese alla ricerca di nuovi mercati e di una fuga dal tè con un velo di latte, del manager teutonico disposto a ingollare qualsiasi cosa purché servita con un decalitro di birra, o che so io?

E per quale mai motivo un turista, o uno straniero qualsivoglia, vedendo una distesa di tavoli apparecchiati di fronte a un cameriere dall’aria attendente, non può realizzare da solo che, se volesse mangiare, lì troverebbe certamente pane e companatico per i suoi denti? Non ricordo di avere trovato simili “buttadentro” all’estero, ad esempio – ommammamia, in realtà sì, solo che volevano buttarmi dentro localini dall’aspetto che definire squallido sarebbe già un connotarli come locali lussuosi, anche se l’opulenza dell’accoglienza era ben evidenziata dalle forme esposte – non certo di prosciutti, quanto di signorine che pur avendo l’età dei datteri si esibivano, a quanto pareva, in numeri che lasciavano ben poco all’immaginazione porcona dei passanti, illuminati da piacevoli luci rossastre, non certo estremo lascito di comunismi ormai passati…

Insomma, l’idea del “buttadentro” non mi piace molto, poco elegante, non so, sempre un po’ malandrina (inutile dire che i sorrisi maschili rivolti alle fanciulle così come alle vegliarde sono un campionario di un certo atteggiamento maschile…) – un po’ Leporello, un po’ Arlecchino, un po’ così…

Emanuele Bonati

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L’AntipatiCibVs: il caffè mi rende nervoso

27 October 2010 - Commenti (3) »

“Mi può cambiare il cucchiaino, per favore?”

“Scusi, mi può rifare il caffè? Ecco, vede, la tazzina è un po’ sporca…”

“Perché?” Come perché? Se ti ho detto che è sporco…

Insomma – capita a volte di chiedere una cosa elementare, e trovarsi di fronte una specie di muro di incomprensione e di inespressività. In particolare davanti a una tazzina di caffè sporca, a un cucchiaino incrostato, che ad alcuni baristi sembrano inconcepibili, per lo meno nel loro locale. Nessuno si aspetta che tutto quello che esce da una lavastoviglie sia sempre perfettamente pulito immacolato disinfestato sanitizzato, ma insomma – e soprattutto, di fronte a una richiesta motivata (“questa tazzina è più truccata di Moira Orfei!”) la risposta più naturale dovrebbe essere “mi spiace mi scusi la cambio subito” – o al più “sa, è la mascotte del locale, più tardi fa un numero di cabaret con la Luisona” (chi è la Luisona? leggete qui).

Invece a volte ti trovi davanti espressioni che ti indurrebbero a dire “no guardi scusi il rossetto è del mio colore preferito, mi ricorda la mia ex, tanto posso bere dall’altra parte, non si disturbi non lo bevo, tanto il caffè mi rende nervoso…”.

A me piace la tazzina pulita, alla giusta temperatura, apparecchiata bene (col cucchiaino a destra, visto che non sono mancino), con il suddetto cucchiaino pulito e asciutto (vogliamo parlare dei cucchiaini grondanti acqua di scolatura al colore di caffè…?), e magari vicino un bicchierino d’acqua… I barman più attenti asciugano le posate appena uscite dalla lavastoviglie (ce n’è un paio così vicino al mio ufficio, e a volte allungo la strada per il piacere del cucchiaino asciutto) – se no, per carità, lo faccio io, se mi gira ostentando il gesto della pulizia con fazzolettino di carta preso dall’altro capo del bancone del bar con un gesto ampio e teatrale…

Sono tutte cose che fanno parter della cortesia, del rispetto, della civiltà e via con i paroloni del genre – gesti che non contano forse praticamente, ma che rendono la giornata un po’ meno difficile…

Emanuele Bonati

Foto di Maddie Digital http://www.flickr.com/people/maddiedigital/

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L’AntipatiCibVs da Princi

5 October 2010 - Commenti (7) »

Princi è una catena di panetterie sparse per Milano: sfornano una gran quantità di pani e panini, pizze e focacce, dolci e torte… ottimi, devo dire. Anzi, mi correggo: quasi sempre ottimi. In effetti, stasera ho preso e mangiato lì sul posto un trancio di pizza. Buono… buono, ma insomma… Ma insomma, non era cotto. Era ben cotto sul bordo, ma andando verso il centro la pasta era poco cotta. E lo stesso era successo – sempre qui – un’altra volta, qualche giorno fa: una cottura non perfetta, anzi, decisamente imperfetta. Si vedeva chiaramente l?impasto crudo fra lo strato superiore, lucido di pomodoro e mozzarella, e quello inferiore, che iniziava a formare un po’ di crosta…

Il primo impulso? Fare un po’ di scena, restituire il tutto con sdegno, farmi rimborsare, chiedere spiegazioni – ma non ne avevo voglia. Ho mangiato la mozzarella, il mangiabile, e via.

Come mai? L’ora tarda (erano le 19 passate), il forno quasi spento, la voglia di andare a casa dei pizzaioli fornai… il caso? Non lo so. Continuerò ad andare da Princi, ovvio – ma se prenderò ancora la pizza, stavolta sarò più ‘bellicoso’…

Emanuele Bonati

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CibVs ComicVs

4 October 2010 - Commenti »

Spero che abbiate notato che il nostro menu è piacevolmente privo di creatività.

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Un post triste… chiude Il Salumaio di via Montenapoleone

30 July 2010 - Commenti (3) »

Proprio così – “Il Salumaio di via Montenapoleone”.

Chiude.

Si tratta di una cosa triste – al di là della cosa in sé, chiude con il Salumaio un pezzo di Milano, quella più vera e più antica, ‘popolare’ a dispetto della posizione in pieno centro (la location…), e dei prezzi, e anche un pezzo della mia vita…

Andiamo per ordine. Il Salumaio ecc è (ormai quasi ‘era’…) una vecchia salumeria (anzi, giovane salumeria: è nata, come me -ehm-, nel 1957…) milanese, al 12 di via Montenapoleone – la via più famosa della città – con tre vetrine su strada nel Palazzo Mariani (dal 1996 si sono trasferiti nel cortile interno). Un salumiere nella via del lusso e della moda: ai tempi, uno scandalo, ma la famiglia Travaini non si arrese e si impose. I pochi negosi di alimentari (un droghiere, un fruttivendolo)  per i del resto pochi abitanti della zona erano seminascosti nelle viuzze laterali di Montenapo.

Federica Cavadini ne traccia brevemente la storia in un bell’articolo sul Corriere della Sera del 28 luglio.

E io cosa c’entro? Oltre alla vicinanza anagrafica, e all’essere entrambi pieni di cose buone (loro le vendono, io le mangio), sono legato al Salumaio da una serie di ricordi d’infanzia (e anche d’adolescenza e d’adultità): mia zia, Wanda Ferrari, era titolare dell’omonima sartoria in Montenapoleone 27 (poi in via Bigli 19, il palazzo di dietro), e in quanto residente della zona si serviva da loro, e io ricordo quando da bimbo accompagnavo la nonna a far la spesa dall’ortolano, o dal cervelè, e di quando entravamo in questo palazzo delle meraviglie, ricolmo di cose buone buonissime e di personale gentilissimo, che tanto per dire ti salutava quando ti vedeva entrare e uscire (quanti oggi nei pur lussosi negozi danno anche solo segno di accorgersi della tua presenza?), e competente e attento. E le cene natalizie, con tutta la famiglia riunita, prevedevano sempre una serie di piatti di provenienza salumaiesca…

Inutile dire che le varie preparazioni erano buone, anzi, ottime.

Potrei fare una serie di considerazioni sul tempo che passa feroce, o sulle dure leggi economiche che son dure da una parte sola, e fan sempre prevalere le ragioni del denaro su quelle del cuuore, e che vedranno probanilmente le vetrine dell’ormai ex Salumaio riempirsi di scarpeborseabitini di qualche grande griffe (le vetrine che davano sulla via sono ora piene di abiti di Corneliani), una bellezza per carità, e una realtà economica e produttiva sicuramente interessante, ma che potevano forse lasciare un poco di spazio alle terrine di patè o alle insalate russe, ai prosciutti di parma langhirano sandaniele, il marbre e il tacchino ripieno, i sottoli sottaceti volauvent formaggini…

Che tristezza.

Emanuele Bonati

Un giorno a elBulli: la cucina di Ferran Adrià

18 July 2010 - Commenti »


Dopo il successo della prima edizione pubblicata a marzo 2009 ed esaurita in meno di un mese, Phaidon annuncia una nuova edizione in brossura del bestseller Un giorno a elBulli, il volume che rivela i processi creativi, la filosofia innovativa e le straordinarie tecniche del pluri-premiato ristorante elBulli e del suo chef Ferran Adrià.

Situato in un’isolata baia sulla costa nord-est della Spagna, elBulli è famoso per essere meta di pellegrinaggio degli appassionati di cibo, tanto che è quasi impossibile riuscire a prenotare una cena. Il locale infatti è aperto per soli sei mesi l’anno e riceve più di due milioni di richieste per soli 8.000 coperti disponibili.

Il ristorante è rinomato per il suo menù degustazione di 30 portate, che viene annualmente modificato e aggiornato con nuovi e originali piatti. Negli ultimi 10 anni le pionieristiche tecniche culinarie di Ferran Adrià sono state applaudite – e imitate – dai migliori cuochi del mondo e Ferran è stato nominato dalla rivista “Time” una delle 100 persone più influenti dei nostri tempi. Dal 2006 al 2009 elBulli è stato nominato per quattro anni consecutivi il “Number One Best Restaurant in the World” nella classifica dei 50 migliori ristoranti al mondo stilata da San Pellegrino.

Un giorno a elBulli alla scoperta delle idee e della creatività di Ferran Adrià – nuova edizione in brossura (limited edition – edizione limitata) – 632 pagine, 1100 illustrazioni a colori, grafica elegante, raffinata – come  Phaidon da sempre propone i suoi libri. Un libro che ogni gourmet dovrebbe avere nella propria cucinolibroteca per comprendere sino a dove possa arrivare l’esplorazione gastronomica

Il primo volume che svela il retroscena del miglior ristorante al mondo e indaga la mente del suo creatore, Ferran Adrià. Un’opera elegante  che apre le porte ad un mondo peculiare e originale.

Grazie a Michela Beretta e all’ufficio stampa Italy Phaidon

Stefano Buso

Press and Publicity in Italy Phaidon
Corso Sempione, 33
20145 Milano
T  + 39 02 43994680
Fax +39 02 43990450
mberetta@phaidon.com
www.phaidon.com

CibVs comicVs

9 July 2010 - Commenti »

PENSIAMO CHE SIA VERAMENTE IMPORTANTE CHE VOI INCONTRIATE LE PERSONE RESPONSABILI PER IL CIBO CHE MANGIATE STASERA.

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A CibVs piace…

12 June 2010 - Commenti »

Una serata all’insegna della sicilianità mercoledì 16 giugno 2010: due spettacoli, con inizio alle ore 21,00,  al Piccolo Teatro Studio, provenienti dal Teatro Garibaldi di Palermo:  Lucio, di e con Franco Scaldati, sotto forma di lettura, un testo visionario e poetico in lingua siciliana, e Sutta Scupa di Giuseppe Massa, immerso nella realtà del precariato e della disoccupazione. Gli spettacoli, della durata di un’ora circa l’uno, sono ad ingresso gratuito, e fanno parte del progetto Masterclass 2010 – La casa delle scuole di teatro.

Da segnalare la proposta per il dopo teatro del Ristorante Bassa Marea, in via Anfiteatro, che propone dalle 23 un buffet di specialità siciliane. Si tratta di una sinergia interessante, intelligente, che unisce la cultura teatrale e quella materiale, culinaria, che probabilmente potrà fornire spunti ulteriori di riflessione…

A CibVs piace l’unione, la mescolanza di linguaggi e media diversi, ma con una cultura comune, come in questo caso…

Emanuele Bonati

Dalle stelle al firmamento 3: Dai fornelli al territorio

31 May 2010 - Commenti »

Termina stasera alla Triennale a  Milano il ciclo di incontri Dalle stelle al firmamento.

Lunedì scorso 24 maggio l’incontro era intitolato Dai fornelli al territorio. Il ruolo dei ristoranti stellati nella propulsione del distretto territoriale eno-gastronomico, appunto sul rapporto che può e/o deve intercorrere fra un distretto eno-gastronomico e un polo ristorativo.

Una parte dell’incontro è stata dedicata a un collegamento via satellite con la “Festa a Vico” di Gennaro Esposito (Chef, Torre del Saracino) a Vico Equense, con gli interventi, coordinati da Massimo Bergami, di Stefano Bonilli (Giornalista e critico); Norbert Niederkofler (Chef, St. Hubertus, San Cassiano in Badia, BZ); Massimo Spigaroli (Chef, Antica Corte Pallavicina e Presidente Euro-Toques Italia, Presidente del Consorzio del culatello di Zibello), e Paolo Parisi. Molto interessanti, ma un po’ offuscati dal contesto e dall’occasione – pensavo, ma guardali là, belli contenti, a mangiare chissà che bontà…

Tornando a Milano, gli interventi degli economisti hanno evidenziato le difficoltà di riuscire a identificare nelle statistiche ufficiali le interazioni alta ristorazione / territorio, a parte elementi quali la presenza di ristoranti stellati in zone ricche di rodotti DOP; ed è anche stata avanzata l’obiezione – è giusto che la nicchia (il prodotto di nicchia) debba cercare di uscire dalla nicchia?

Al di là comunque dei vari interventi tecnici, sono risultate particolarmente interessanti le testimonianze di due imprenditori del centro Italia.

Riccardo Baracchi, il Patron del Relais Il Falconiere, a Cortona, provincia di Arezzo, ha illustrato la storia della sua impresa, nata dalla ristruttazione di una villa di famiglia del Seicento, bellissima, in una posizione splendida, e dalla successiva riqualificazione del territorio circostante, con la reintroduzione di vigneti (da cui vengono fra l’altro vini in purezza come lo Smeriglio Sangiovese, e Astore, un trebbiano vinificato con le sue bucce) e olivi, una spa, scuole di cucina, e insomma un centro che ha veramente influenzato il territorio intorno, e ne è stato influenzato, anche a livello economico. Baracchi poi è un bravo comunicatore, ed è riuscito a raccontare la sua storia facendoci capire soprattutto la passione che di questa storia è il filo conduttore – ho scambiato due parole, casualmente, con lui, e penso proprio che prima o poi da quelle parti ci dovrò andare…

Lo stesso discorso vale per Marco Caprai, Amministratore Delegato Azienda agricola Arnaldo Caprai a Montefalco, Perugia: artefice di una rivalutazione del Sagrantino, vino del territorio, attraverso la ricerca e la comunicazione (come si può vedere sul sito, le iniziative spaziano dalle partecipazioni e fiere ed eventi alle cantine aperte a un Motorhome, un camion ristorante su cui, operano chef di spicco…), che è stata un vero e proprio motore economico per la zona di Montefalco, divenuta Distretto del Vino.

Emanuele Bonati

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Christian in New York 3

28 May 2010 - Commenti »

Leggendo la Lonely Planet, mi avevano particolarmente incuriosito due locali: un noodle bar, del quale poi ho visto un libro sugli scaffali delle librerie (e la cosa ha accresciuto ancor più il mio desiderio di andarci), Momofuku, e un locale vegetariano crudista, Pure Food & Wine.

Siamo arrivati piuttosto presto da Momofuku, verso le 18.30, perché si dice che ci sia addirittura la coda di persone fuori ad aspettare per cenare, visto che non prendono prenotazioni. Una volta lì, effettivamente c’era già un bel po’ di gente che mangiava, e qualcuno in attesa di collocazione…

Lungo e stretto il locale; ci siamo accomodati al bancone, in fondo al quale una brigata di almeno sei chef e sous chefs  alle prese con spadellamenti e tagli ultraveloci. Abbiamo optato per il menù degustazione che prevede 4 piatti a prezzo fisso di 30$. All’inizio, un assaggio: cucchiaio di petto di coniglio, maionese di rafano, cavolo rosso marinato e cilantro (cos’è il cilantro? O culantro? Il nostro coriandolo…). Poi un piatto di tonno in crosta di qualcosa, con salsa di barbabietola, e salsina al lime. Quindi, Clam Ramen: noodles fatti a mano e con alghe nori, molluschi tipo vongole, dei crostini di pesce e olio al peperoncino, il tutto immerso in brodo di pesce – è un piatto tipico giapponese.

Un fuori menù che ho visto al tavolo accanto e mi ha decisamente invogliato… Una sorta di panozzo stramorbido tipo nuvola e bianco (di riso) che avvolgeva delle fettine di pancetta di maiale alla piastra con del Kimchi (verdure orientali fermentate con spezie).

Ancora, petto di anatra scottato e servito con una restrizione agrodolce. Infine, due dessert: palline biscottate che facevano “crunch” moooolto buone, e un bicchierino di soft ice cream all’olio di oliva e ciliegie.

Spesa = 78$ (per 2 persone).

Non ho comprato il loro libro (edizione speciale) perché, ho pensato, sicuramente su IBS lo trovo, e non appesantisco il bagaglio… Ecco, non fate come me: prendetelo lì.

Vorrei infine soffermarmi su quella che è stata la mia vera esperienza culinaria di questi giorni a New York. Prima di partire dall’Italia, leggendo sempre quella che per me è una sorta di Bibbia del viaggiare bene, avevo notato – come dicevo – un locale molto particolare, un locale di cucina vegetariana-vegana. Ma non solo… un locale dove si mangia del cibo crudo. Insomma, di ristoranti vegetariani-vegani ne ho provati molti, ma uno che propone il solo crudo – no, mai.

Ho prenotato con largo anticipo perché sembrava un altro posto molto gettonato e frequentato…

Il locale si chiama Pure Food & Wine dell’amica Sarma Melngailis (chef e patron) – e ringrazio subito Tiffany Burton dello staff, che mi ha gentilmente inviato le fotografie dei piatti scattate da Erica Graff e quella del giardino estivo scattata da Ayo Oto.

Arrivati nel quartiere, troviamo il ristorante, la cui entrata è seminterrata. L’atmosfera è molto intima. Colori scuri, luci basse e candele; siamo accolti con simpatia dal personale. C’è anche questo delizioso giardino dove si può cenare, ma il tempo ancora non lo permette, purtroppo.

Come bevande servono ovviamente dei tè organici, dei succhi e dei vini biodinamici. Scegliamo un calice di vino della California (che ovviamente non ho memorizzato) davvero ottimo. Poi, con non poco imbarazzo, scegliamo i piatti dalla carta – li riporto qui senza traduzione (pensateci un po’ voi…): dei rolls (tipo gli Hosomaki giapponesi) di alga nori, formaggio vegano cremoso, baby bok choi, hijiki, avocado; crostini di cocciola con funghi, bernese di capperi, crauti e riduzione di sidro di mele; una composizione che assomiglia a una lasagna, anzi, è una lasagna, però composta da fette di zucchine alternate a fette di pomodoro, tra le quali viene inserito del pesto di pistacchio e basilico, del pesto di pomodorini essiccati e una sorta di ricotta fatta con semi di zucca e macadamia, ovviamente, tutto crudo; ravioli fatti con fette sottili di barbabietola marinata, farciti di un formaggio di pistacchio ed uva passa, cavolfiore arrostito al curry, anacardi speziati e canditi, olio al peperoncino…

Come dessert:

• Trio of Dark Chocolate Coated Indian Spiced Ice Cream Treats (chocolate cardamom coconut ice cream cone, pistachio gelato ice cream sandwich, and chai tea creamsicle)

• Chocolate Passion Fruit Tart (passion fruit curd with fresh raspberries, framboise pearls, vanilla cream and chocolate cacao nib ice cream)

Grandiosa esperienza! Non posso descrivere le sensazioni provate e soprattutto il gusto: io e il mio commensale ci siamo guardati interdetti per tutta la cena!

Una cosa simpatica che tutti i ristoranti di un certo livello fanno, è quella di portare assieme al conto anche una cartolina da compilare per lasciare una sorta di feedback. Sulla cartolina di Pure Food & Wine ho scritto: Great Experience!!!

Volendo si possono trovare le loro specialità nel takeaway dietro l’angolo,vicino al ristorante, oppure nello shop all’interno del Chelsea Market.

Christian