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Solo buono, il M…Bun?!

16 December 2011 - Commenti »

Dopo aver visitato la Reggia di Venaria, compresi i giardini, che coprono un’area che equivale a 1/3 del paese in cui sono nato, mi è venuto un certo appetito.
Devo dire che sono stato stimolato anche dalle video installazioni di Peter Greenaway, il quale ha creato per quelli che erano gli ambienti delle cucine dei filmati in loop dove si vede il cuoco-attore alle prese con spiegazioni e raccomandazioni varie ai suoi sottoposti… (pare che in quella Reggia fossero impiegate solo 66 persone nelle cucine, poi altri 20 tra servitori ai tavoli ecc.).
Mi sono catapultato quindi all’agrihamburgheria Mac Bun – ormai M**BUN – di Rivoli. Si tratta di un progetto molto interessante e di cui si è parlato molto in passato. Sul sito si trovano tutte le informazioni relative agli ingredienti impiegati, ai progetti, e molto altro. Gli ambienti luminosi, bianchi rossi, mi piacciono.

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C’è aria di festa qui. Gente sorridente, bimbi felici. Gente che si smeriglia il panozzo, le patate e si suggella la gola con una bella bibita con presidio slowfood o con un birrozzo artigianale. Forse non sono proprio i termini utilizzati da queste parti, ma ho reso l’idea?!
Mi guardo attorno e capisco come sia radicata la filosofia slowfood in questo territorio. Me ne ero già accorto girando altri paesi – ma qui si respira proprio anche un’aria slow. Ci sono in vendita molti prodotti enogastronomici, giochi ecologici per bimbi, libri.
Ti metti in fila, le ragazze al servizio sono tutte molto veloci, e prenoti il tuo panino o menù o piatto composto da carne cruda, o robiola al forno aromatizzata, bevanda e dolce. Alta qualità ad un prezzo piuttosto popolare.
Stordito da tutto questo bendidio, opto per il menù da 10 soldi che comprende panino dal nome MACAPUNETT, birra artigianale MACBIUNDA e patate fritte che qui si chiamano FRICIULA.
Velocemente mi fanno pagare, mi danno da bere e, assieme allo scontrino, un apparecchio tipo cercapersone. Guardo la cassiera un po’ perplesso e mi sento stupido. Lei capisce e mi spiega che suonerà il cicalino appena sarà pronto il mio ordine.
Sbalordito mi trovo un tavolino fuori, perché dentro è strapieno, e mi siedo aspettando con ansia che l’aggeggio mi dia segnali di vita.
Assaggio nel frattempo la birra artigianale bionda anzi Biunda e la trovo di mio gradimento. Leggera, amarognola, fresca.
Passano 5 interminabili minuti, suona!
Entro e trovo il mio vassoio pronto. Esco ed apro il mio sacchettino contenente il panino scelto.

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Un hamburger con un buon profumo, delle verze stufate e del gorgonzola. Il pane è buono, morbido e con sapore delicato per valorizzare il contenuto. Lo finisco in pochi minuti e mi accorgo che non sono appesantito. Quasi ne mangerei un altro. La carne viene cotta con particolari forni e non presenta quindi la pesantezza dovuta all’uso della griglia. Mi sparo anche le patate a foglie che sono davvero ottime, dolciastre. Finisco il mio pranzo assaggiando la robiola al forno con peperoncino spalmata sul del pane. Buona!

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Posate, piatti e tutto ciò che si utilizza per il pasto è biodegradabile. Tutti siamo più contenti, soprattutto i bimbi che hanno ricevuto in regalo HAPPY MAIS, questi giochi a base di amido di mais.
Ah. Come sono felice. Finalmente anche io ho provato il fastfood. scusate… lo slowfastfood.
La prossima volta però.. menù bimbi anche per me. Devo avere uno di questi giochi di mais…

cVs

Gualtiero McMarchesi

6 October 2011 - Commenti (4) »

Questo post avrebbe anche potuto chiamarsi “La strana coppia”, volendo – o in un sacco di altri modi, anche cattivi. Ma McMarchesi mi piace di più – e non ho tempo di pensare qualcosa di meglio, devo andare, assaggiarlo…

Un bel record: mi sono tenuto la curiosità fino a ieri sera, poi sono passato davanti a un McDonald’s e… l’ho preso.

E ovviamente mi è piaciuto – ma io sono decisamente pop, volendo, oltre che raffinato, e postmoderno, e preantico, ecoconsapevole e tsunamico, e un sacco di altre cose.

“Assapora la creazione del maestro” recita la confezione del Vivace: “Un velo di maionese alla senape, spinaci spadellati, cipolla dolce e carne bovina. Tutto arricchito da un croccante strato di bacon e racchiuso in caldo pane ai semi di girasole. Musica per il tuo palato”.

(Le patatine e la Coca-Cola sono lì per caso, per dare verticalità all’immagine).

Che dire? Perché no, innanzitutto: sicuramente ci sono di mezzo soldi, e pubblicità, e visibilità – ma è del tutto sbagliato insinuare l’idea che anche un hamburger possa essere cucina, avere ingredienti diversi dal solito, e che dietro le patatine (davanti, nel mio caso) ci può essere qualcosa di più? Non posso dire di amare particolarmente l’azienda McDonald’s, ma il fatto che cerchi di dare un’immagine diversa di se stessa non mi sembra male. E spero che la carne sia proprio tutta italiana, e le melanzane, e il panettone e tutto il resto.

E soprattutto non mi sembra male il Vivace: il pane è un po’ così, forse, la carne l’avrei cotta un poco di meno, ma l’insieme era buono, si sentivano sapori, consistenze…

E ancora meglio Minuetto, il tiramisu: morbido, dolce, con il pezzetto di panettone affogato nella crema (nel senso che ce n’era tanta…), canditi… La foto qui sotto è orrenda (come l’altra sopra, del resto) – come se l’avessi mangiato in uno scantinato per non farmi vedere – ma prima o poi mi doterò di mezzi adeguati…

Insomma – tornerò ad assaggiarli con macchine fotografiche degne… E poi arriverà Adagio, da assaggiare anch’esso, mi sembra verso la fine di ottobre…

Polemiche sulla rete, invece, da Massimo Bernardi su Dissapore (con lunghissimi commenti, ovviamente, polemici a loro volta) in poi. Non ho molto da dire: sia gli aromenti (pochi) pro, che quelli contro, hanno a loro volta dei pro e dei contro; va bene tutto, ci sta tutto, la mia idea di critica è poco di più di “mipiacenonmipiace” – e mi piace – e mi limito ad accettare, e provare, quello che mi si para davanti.

Emanuele Bonati

Tanto CibVs QuantoBasta

11 March 2010 - Commenti (10) »

Siamo quello che mangiamo?

O siamo quello che ci dicono di mangiare?

Se è vero che siamo quello che mangiamo, credo sia corretto affermare che più spesso di quanto immaginiamo ci nutriamo di pubblicità: nelle acque minerali, per esempio, l’utilizzo di etichette con tonalità calde e pet trasparente collocano la bottiglia in una fascia di prezzo più bassa rispetto alla medesima acqua imbottigliata dalla medesima azienda in un elegante pet azzurro associato al nome di un santo, così da sottolinearne purezza e freschezza.

Nel grande mondo dell’enogastronomia, tra le diverse categorie, amatori, esperti, appassionati, fanatici, ignoranti e via con gli aggettivi, credo sia corretto inserirne una, quella dei pirla.

Perché è così che mi sono sentita quanto il signor Mc ha deciso di sposare la dieta mediterranea, dichiarando in pompa magna di inserire nei suoi hamburger l’asiago (quale asiago, stravecchio?) e la crema di carciofi (quali carciofi, le castraure?).

E che c’azzeggia – pardon! – che c’azzecca la pancetta (quale pancetta?) e le cipolle (quali cipolle?) nel reiterato tentativo di hamburger marchiato di italianità gastronomica? Ah sì, c’è anche il pane con la farina di grano saraceno, morbido come il pane americano pieno di grassi, ma un po’ più scuro, così da darti l’impressione che la farina priva di glutine e meno proteica non si fermerà sul girovita con la carriolata di calorie che il pacchetto completo propone.

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“Soppravolando” sul fatto che il pane, morbido appunto grazie alla quantità industriale di grassi aggiunti (ma sì, tipo il pane da sandwich) diversi dall’olio più o meno vergine, non è propriamente tipico, ma tante’è…

Tutto quanto patrocinato dal Ministero per le politiche agricole.

È come quando in profumeria acquisti una crema antirughe – pagandola come un fine settimana tra le bellezze dell’Italia meno cafona – pubblicizzata da una ragazzina non ancora maggiorenne o da una signora di età avanzata ma non trascorsa trasformata in ragazzina: lo sai che non diventerai mai come la testimonial di turno, visto che non possiedi il medesimo dna o non utilizzi con la medesima maestria il Photoshop… Ma almeno in questo caso non c’è nessun patrocinio ministeriale.

Come se non bastasse, ci si mette pure la Ue con il marchio Stg, eccellenza agroalimentare europea, per la pizza napoletana: lodevole iniziativa, per carità. Ma la pizza fatta con che cosa? Con la cagliata importata da chissà dove, l’olio greco, la passata spagnola o la farina dal Nord Africa o dall’Ucraina… tutto fantasticamente pan-europeo ma che non c’entra nulla con la sottolineatura (“la multinazionale dei contadini italiani”) e relativa tutela di un prodotto che dovrebbe essere “italiano” per eccellenza, a partire dalla provenienza della materia prima.

I nostri contadini, vessati da una burocrazia che dire kafkiana è poco, direi italiana, ecco, rende meglio, hanno appena chiuso un 2009 di lacrime e sangue, con caduta a picco dei fatturati e dei profitti, chiusura di decine di centinaia di attività, abbandono delle campagne, con conseguente tragica disoccupazione, soprattutto giovanile, in quelle parti del nostro bel paese dove le condizioni climatiche favorirebbero agricoltura, pastorizia, allevamento e turismo, magari etico, nel rispetto dell’ambiente e dei ritmi che da millenni regolano la natura.

Tutto questo lavoro e tutta questa fatica sì che dovrebbero essere patrocinati. Mi sentirei meno pirla.

Anna Maria

www.lacucinadiqb