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Ricetta per fare un cuoco di successo

22 January 2012 - Commenti »

Quali sono gli ingredienti fondamentali di uno chef per avere successo oggi? Questa domanda l’ho trovata su Dissapore, e ho risposto: riporto qui, leggermente rimaneggiata, la mia risposta, sia per vanagloria, sia perché ci ho vinto una delle tre copie in palio del libro di Raethia Corsini, Spiriti bollenti, pubblicato da Guido Tommasi Editore.

1. Procurarsi una filosofia, che contenga (in dosi variabili): un kilometraggio ridotto, tra zero e dieci; qualcosa di slow, qualcosa di food, qualcosa di eco-bio, qualcosa di chimico-ma-etico; qualcosa molto ma molto di nicchia (l’unico – nel senso di solo – fagiolo zolfino di Courmayeur, la papaya selvatica di Carugate, il branzino lanoso del lago di Tovel)

2. Dimostrare un legame più o meno profondo con l’arte degli ultimi 25 secoli, ma soprattutto delle avanguardie storiche o perlomeno delle post-avanguardie, da riproporre nei propri piatti; sconsigliato il ricorso all’arte povera, che fa tanto cheap.

3. Controllo manipolatorio degli ingredienti e degli attrezzi: il bravo cuoco di successo deve sapere sifonare la lattuga, emulsionare i cardi, impastare i girelli, esfoliare le acciughe, postergare i cosciotti, sublimare le coratelle, cotonare le aragoste, sfilettare gli aironi, inalare montoni, sinterizzare pepe di cayenna, vaporizzare il ragù, caramellare le fave di fuca, brasare la papaya, intarsiare le croste di grana: sono tutti dei must per la cucina del cuoco di successo oggi.

4. Inventare, o autoattribuirsi l’invenzione di, una moda – che so, la frutta bollita servita prima del pesce –, un piatto – il panettone ripieno di aringhe, le meringhe in salamoia –, o meglio di un ingrediente da far diventare di una popolarità nauseante: che so, erbe e fiori di campo nella cassoeula, nei pizzocccheri, nella bouillabasse; gusci di noce spezzettati nelle vellutate, nei budini, nei knodeln…

5. Corsi di dizione, recitazione, trucco e parrucco, mimica e gestualità, belle maniere, savoir faire, galateo; stage allo Iulm, seminari di telegenia, piacionerismo, affettazione, comunicazione tout court, con master in “Storia delle cucine in Tv dagli eroici Soldati alle parodie di Parodi”, “Cucinare e impedire alle presentatrici paffute di mangiarsi la preparazione prima che sia cotta”, “Piacioneria applicata”, “Come fare della mezzaluna il vostro alter-ego”. Se possibile, presentarsi frequentemente in tv senza trascurare trasmissioni come Lo Zucchino d’Oro, Portata a Portata, Linea Tè Verde, Pianeta Fritto di Mare, Mangia con me, C’è pasta per te, Grande Frittello, I Migliori Pani della Nostra Vita, …

6. Proporre menu in cui le descrizioni dei piatti, lunghe almeno sedici righe, siano scritte da Cruscanti dislessici, mentre le carte dei vini devono essere estremamente dettagliate, con riferimenti incrociati ai nonni del vitigno e del vignaiolo, e con attenzione al rapporto qualità prezzo (e riportare i prezzi alla bottiglia, ma anche al bicchiere, al bicchierino, al ditale).

7. Un ingrediente fondamentale è un amico foodblogger, a cui offrire pranzi e cene, che scriva disinteressatamente dello chef, esaltandone le doti vuoi fisiche vuoi morali vuoi culinarie, che non sia più giovanissimo (per ispirare più fiducia), che non sia magrissimo (per far vedere che si tratta di persona affidabile in quanto abituata a mangiare bene e tanto), e che abbia un blog che finisca in -Vs e un nome che finisca in -manuele.

-manuele Bonati

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Gualtiero McMarchesi

6 October 2011 - Commenti (4) »

Questo post avrebbe anche potuto chiamarsi “La strana coppia”, volendo – o in un sacco di altri modi, anche cattivi. Ma McMarchesi mi piace di più – e non ho tempo di pensare qualcosa di meglio, devo andare, assaggiarlo…

Un bel record: mi sono tenuto la curiosità fino a ieri sera, poi sono passato davanti a un McDonald’s e… l’ho preso.

E ovviamente mi è piaciuto – ma io sono decisamente pop, volendo, oltre che raffinato, e postmoderno, e preantico, ecoconsapevole e tsunamico, e un sacco di altre cose.

“Assapora la creazione del maestro” recita la confezione del Vivace: “Un velo di maionese alla senape, spinaci spadellati, cipolla dolce e carne bovina. Tutto arricchito da un croccante strato di bacon e racchiuso in caldo pane ai semi di girasole. Musica per il tuo palato”.

(Le patatine e la Coca-Cola sono lì per caso, per dare verticalità all’immagine).

Che dire? Perché no, innanzitutto: sicuramente ci sono di mezzo soldi, e pubblicità, e visibilità – ma è del tutto sbagliato insinuare l’idea che anche un hamburger possa essere cucina, avere ingredienti diversi dal solito, e che dietro le patatine (davanti, nel mio caso) ci può essere qualcosa di più? Non posso dire di amare particolarmente l’azienda McDonald’s, ma il fatto che cerchi di dare un’immagine diversa di se stessa non mi sembra male. E spero che la carne sia proprio tutta italiana, e le melanzane, e il panettone e tutto il resto.

E soprattutto non mi sembra male il Vivace: il pane è un po’ così, forse, la carne l’avrei cotta un poco di meno, ma l’insieme era buono, si sentivano sapori, consistenze…

E ancora meglio Minuetto, il tiramisu: morbido, dolce, con il pezzetto di panettone affogato nella crema (nel senso che ce n’era tanta…), canditi… La foto qui sotto è orrenda (come l’altra sopra, del resto) – come se l’avessi mangiato in uno scantinato per non farmi vedere – ma prima o poi mi doterò di mezzi adeguati…

Insomma – tornerò ad assaggiarli con macchine fotografiche degne… E poi arriverà Adagio, da assaggiare anch’esso, mi sembra verso la fine di ottobre…

Polemiche sulla rete, invece, da Massimo Bernardi su Dissapore (con lunghissimi commenti, ovviamente, polemici a loro volta) in poi. Non ho molto da dire: sia gli aromenti (pochi) pro, che quelli contro, hanno a loro volta dei pro e dei contro; va bene tutto, ci sta tutto, la mia idea di critica è poco di più di “mipiacenonmipiace” – e mi piace – e mi limito ad accettare, e provare, quello che mi si para davanti.

Emanuele Bonati

BlogVs da leggere: “La brioche” di Emanuele Bonati

3 August 2011 - Commenti (2) »

Di tanto in tanto, Dissapore sceglie dei libri da regalare come premio ai lettori che partecipano, con un proprio elaborato, a questo mini-contest. Settimana scorsa il premio era Regali golosi di Sigrid Verbert, pubblicato qualche mese fa da Giunti. Ovviamente, l’invito rivolto da Massimo Bernardi era di raccontare il regalo più goloso ricevuto, e perché, e percome. Ho partecipato – anche perché mi è tornata subito in mente una brioche, che se ne stava da qualche parte, addormentata. E ho vinto (devo dire, visto che sono notoriamente modesto, che ho anche ricevuto molti complimenti, non so se per aver leggermente virato sul patetico, o cosa… ma questi commenti ve li risparmio: potete leggerli qui): ecco quindi che ho pensato di riproporre la mia storia…

Con “Una brioche” inauguriamo una nuova rubrica di BlogVs: “BlogVs da leggere“: testi, più o meno lunghi, accompagnati o meno da una ricetta, che si propongono come veri e propri racconti, o nel mio caso raccontini, che abbiamo scelto o scritto appositamente per il nostro blog. Inizio io per il discorso di modestia cui accennavo prima – ma soprattutto perché se fossi arrivato sotto i vostri occhi dopo il bellissimo racconto di Liccamuciula che pubblicheremo nelle prossime settimane, mi sarei veramente vergognato…


Una brioche. Fatta in una panetteria pasticceria dietro l’angolo, ma comunque una normalissima brioche.
Dev’essere successo una decina d’anni fa, ai tempi del mio innamoramento per una collega d’ufficio. Lei veniva da fuori Milano, scendeva alla stazione di Milano Bullona (bella – che ora non c’è più… ma non c’è più nemmeno la collega… e neanche il nostro amore, se è per questo…). Io arrivavo in auto, posteggiavo nel cortile interno dell’ufficio, andavo a prendere il giornale, il caffè, e intanto lei arrivava, ritardi ferroviari permettendo. Ai tempi ero già sul grassottello, per usare un eufemismo – no, che eufemismo, ero grassottello, ma non esageratamente. E lei cercava già di mettermi a dieta, di frenare i miei appetiti, la gola che mi portava fuori dalla retta via.
Quella mattina, invece di tornare verso l’ufficio dopo aver preso il giornale, senza pensarci mi sono incamminato verso la stazione, nella direzione da cui doveva arrivare. Avevo voglia di vederla presto, subito. Se non ricordo male (ma non so bene – la fine dell’amore ha coinciso con la fine dei ricordi, dei tempi, lasciando solo una sensazione di bello e di felicità passata), la sera prima eravamo stati assieme. Ma avevo voglia di vederla, quasi senza rendermene conto. E pensavo, ecco, adesso svolta l’angolo. E in effetti in quel momento lei svoltò l’angolo, mi vide, mi sorrise. Felice. Felici entrambi. E da lontano vidi che aveva in mano un pacchettino, uno di quei sacchettini bianchi da fornaio. Uno di quei sacchettini giusti giusti da brioche. Vedevo la brioche dentro il sacchettino, ne sentivo l’odore, anche se eravamo ai due capi opposti dell’isolato.
Mi ritrovai accanto a lei. Un bacio. La brioche era per me, perché se dovevo dimagrire?, perché ero bravo, perché mi amava, perché non lo so. Avevo il magone dalla felicità.
La brioche era buona, ottima. Mai mangiate di così buone. Pensavo che la mia vita sarebbe stata sempre così, con lei e con una brioche nel sacchettino, sbocconcellata saltellando (metaforicamente, ma non ci giurerei) verso il lavoro.

Emanuele Bonati

Culurgiones da Tiffany’s

24 August 2010 - Commento (1) »

Forse se l’amico (perché possiamo definirlo tale, direi, viste le disgrazie che gli sono capitate…) Ivan Puddu, giovane imprenditore sardo, dell’Ogliastra, avesse chiamato così il suo negozietto di culurgiones appunto, non sarebbe successo niente…

Invece ha usato il nome McPuddu’s, che evidentemente già dal suono evoca un hamburger gigante madido di salsa barbecue grondante bacon e insalata conpatatinegrandicocacolagrande… – o per lo meno lo evoca alle orecchie e agli occhi di McDonald’s International e dei suoi avvocati, che peraltro possiamo supporre che abbiano una visione leggermente distorta dal vedere le prime lettere del logo sulle loro bustepaga, e che quindi lo hanno diffidato…

Insomma, la nota vicenda (ne parla Manuele Berti su dissapore, e la stampa, dall’Unione Sarda all’Unità alla Nuova Sardegna a Repubblica, e anche a Portorico: il giovane imprenditore ha usato il nome McPuddu’s – dall’evidente ovvia assonanza – per il proprio locale di cibo pronto, da strada, sardo, in particolare culurgiones, sfoglie di pasta ripiene di formaggio pecorino patate menta, proposti in versione da passeggio) si ammanta di toni seriotragici, probabilmente fuori luogo (nessuno penso entri da McPuddu’s cercando Ronald McDonald o il burger king, o da McFruttu’s, locale similare in cui penso carne non ce ne sia un gran che, visto che si tratta di frullati e simili – Fruttu è il cognome della mamma di Puddu), anche se è evidente la volontarietà della citazione. Ovvero, McDonald poteva probabilmente evitare l’intervento degli avvocati – così come Puddu poteva pensare a qualcos’altro.

Due note positive: il buon Puddu ne ricava un po’ di pubblicità, che mi sembra un’ottima cosa, soprattutto per l’idea imprenditoriale dei culurgiones da passeggio (così buoni a tavola, chissà come sono in piedi…), e comunque del fast food di origine e produzione locale, veramente a kilometro zero come si usa dire oggi; dall’altra, la Regione Sarda si è schierata a fianco di McPuddu’s…

Commenta infatti l’assessore all’Agricoltura della Regione Sardegna, Andrea Prato: “L’Italia subisce ogni anno danni per 70 miliardi di euro a causa di falsi e imitazioni alimentari: diffidare un commerciante di tipicità sarde per il solo suffisso ‘Mc’ suona perciò come una beffa. Per questo la Regione Sardegna offrirà tutta l’assistenza in favore del signor Puddu e dei suoi ‘culurgiones’ per portare avanti la battaglia legale contro McDonald’s”.

“McPuddu’s – aggiunge Prato – è uno dei simboli di una cultura alimentare identitaria che si sposa con i ritmi veloci del nostro tempo. I culurgiones esistono da molto più tempo dei cheeseburger: rappresentano da decenni un pasto veloce e salutare in linea con la dieta mediterranea, oggi ritenuta anche dall’Unesco quale patrimonio mondiale dell’umanità. Non si vede quindi perché si debba negare l’integrazione di un’identità tutta sarda nelle abitudini al consumo ‘fast’. I culurgiones, proposti oggi dal signor Puddu e da decine di negozi tipici sardi, sono il pasto veloce sardo per eccellenza: una sfoglia di pasta di semola di grano duro ripiena di pecorino sardo fresco, patate e menta naturale, che richiede solo due minuti di cottura ed è ideale da mangiare anche come street food. Un prodotto sano perché fatto con i prodotti genuini e soprattutto made in Sardegna. Per questo – ha concluso Prato – da oggi il ‘Davide’ sardo avrà un alleato in più contro il ‘Golia’ americano”.

Bravo assessore…

E ripeto bravo a Ivan Puddu, a McPuddu’s (ora peraltro ribattezzato De Puddu’s, con una striscia nera con scritto CENSORED sull’Mc famigerato…), e soprattutto ai culurgiones…

...e ci sono anche le seadas...

Emanuele Bonati