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Anforchettabol: intervista all’intervistatore Antonio Marchello

12 December 2011 - Commenti »

Abbiamo già parlato di Anforchettabol, il bel libro di Antonio Marchello pubblicato da Trenta Editore: non un classico libro di cucina di cuochi di ricette, ma un libro di interviste “a fornelli spenti”. Diciamo che se una delle caratteristiche dell’alimentazione oggi è l’attenzione alla tracciabilità dei vari ingredienti, da dove vengono, come sono stati cresciuti e maturati, che strade hanno fatto per arrivare sul  nostro piatto, ecco che grazie ad Antonio possiamo avere anche una “tracciabilità” dell’autore del piatto che abbiamo davanti: da dove viene, dove è cresciuto personalmente e professionalmente, dove è stato prima di arrivare qui. Da un lato, davanti a un piatto siamo come disarmati, aperti a ogni esperienza provocazione fascinazione possibile, disposti a lasciarci attirare interessare incantare, a prescindere; dall’altro, conoscere, capire lo chef che quel piatto ha preparato, è come dare al piatto stesso un sapore in più, che spesso è un sapore antico, di casa, di famiglia, di tradizione, di storia. Un buon sapore.

Questa impressione è stata confermata dalla presentazione del libro, avvenuta domenica pomeriggio scorsa da Cooks & Books di Mondadori Duomo qui a Milano: oltre all’autore, erano presenti alcuni degli intervistati, che hanno confermato, con la loro presenza, di essere riusciti, volenti o a volte anche nolenti, a comunicare se stessi anche con le parole oltre che con i loro piatti. Due di questi chef li abbiamo già presentati attraverso brevi schede “Per fare un cuoco” che abbiamo estrapolato dal libro, e sono Viviana Varese, l’unica donna, e Tano Simonato, gli altri invece – Matteo Torretta, Andrea Provenzani, Simone Rugiati, Maurizio Santin – li presenteremo nei prossimi giorni, insieme agli assenti (Carlo Cracco, Davide Oldani, Andrea Berton, Pietro Leemann, Claudio Sadler, Luca Montersino).


Ma lasciamo la parola ad Antonio Marchello: intervistiamo l’intervistatore…

Mi sembra che in questo libro tu abbia trovato la “ricetta” giusta per “cucinare” i tuoi colleghi. Puoi sintetizzarla in poche parole?

La ricetta è semplice: prendi un cuoco, preferibilmente non di giornata, che abbia insomma già maturato un certo gusto per la vita e per il proprio mestiere, mettilo a proprio agio per qualche minuto, giralo per bene da tutti i lati del carattere e infine lascialo marinare lentamente nel suo stesso passato con una generosa manciata di aneddoti, un pizzico di nostalgia e un inconfondibile tocco Anforchettabol.

Gli ingredienti del tuo libro?

Gli ingredienti del mio libro sono gli stessi che utilizzo per condire la mia vita e preparare il mio lavoro. Non a caso la mia società si chiama qbtobe (www.qbtobe.com): quanto basta per essere! Per cominciare ci vuole tanta passione, la stessa che traspare guarda caso in tutti gli intervistati. Poi ci vuole coraggio, quello necessario a fare un libro sugli chef senza ricette, e quello, assolutamente non scontato, di chi si è messo in gioco accettando di mettere da parte piatti e personaggio pubblico per parlare di sè in maniera insolita e confidenziale. C’è amore per la bellezza che traspare dalle foto di Monica Placanica e cura dei dettagli per cui devo ringraziare la mia socia Rosanna Curi. Ed infine una buona dose di fiducia: quella del mio editore (Barbara Carbone e la Trenta Editore).

Antonio ha citato l’autrice delle fotografie, Monica Placanica. Mi piace sottolineare che ha fatto un ottimo lavoro: anche le foto rivelano qualcosa dell’io profondo dello chef fotografato, contribuiscono a capire meglio l’intervista e l’intervistato…

Il fatto che sia un cuoco a intervistare altri cuochi è interessante – a parte che probabilmente è stato tutto un trucco per cercare di scoprire i loro segreti, entrando nelle loro cucine… No, seriamente: il fatto di essere più o meno “uguali”, di fare insomma lo stesso mestiere, probabilmente è quello che dà una marcia in più al libro.

Mi hai smascherato: ora sono l’unico a possedere l’assoluta verità sulla cucina! In realtà non ho mai pensato a questo aspetto. Certo è, adesso che me lo fai notare, che il fatto di essere un cuoco possa aver permesso ad altri cuochi di non sentirsi “intervistati”, trasformando una serie di domande e risposte in una chiacchierata tra colleghi ed amici.  C’è però da dire che Anforchettabol è un progetto editoriale di più ampio respiro. Ogni anno usciremo con una serie di interviste a personaggi e categorie differenti. Sono partito dagli chef perché è il mondo cui appartengo e che mi ha dato e mi sta dando tanto, quindi mi sembrava doveroso. Ma già dal prossimo anno posso assicurarti che racconterò persone ben distanti dalla cucina in senso professionale!

Bello – sono già pronto a partire con la caccia ai prossimi titoli… Anbisturabol, interviste ai chirurghi; Ancalcinabol, parlano i muratori; Anfiocinabol, i balenieri dicono la loro… Come si sarà capito. la prima, primissima cosa che mi ha colpito è il titolo, che ti invidio molto. Come è nato?

Grazie dell’invidia: graditissima! La nascita del titolo Anforchettabol, come racconto nell’introduzione, è stata graduale ed è andata di pari passo con il mio metodo di lavoro e di insegnamento. In breve, io chiedo sempre alle persone di presentarsi non con il proprio nome, che non dice più di tanto, ma  con il piatto che più li rappresenta. Capisci la differenza tra dire “piacere sono Emanuele” e “piacere sono un risotto alla milanese con zafferano in pistilli, e con il midollo”?! Questo dà sempre il la a una serie di racconti incredibili che vanno quasi tutti nella stessa direzione: il passato e la memoria gustativa. Durante i miei corsi poi lavoro spesso con la musica, in quanto credo che questa sia un elemento fondamentale della nostra esistenza: ognuno di noi dovrebbe trovare il proprio swing in cucina, tra i fornelli, ma anche nella vita in generale. Un giorno proprio mentre si parlava di piatti indimenticabili e memoria del gusto, tre inconfondibili accordi di pianoforte introducono “Unforgettable”… e Anforchettabol come per magia ha cominciato ad esistere!

Il cuoco oggi non è più solo quello che sta in cucina, come una volta, uscendone solo brandendo un coltellaccio per discutere col cliente della cottura del filetto: va in tv, come ospite o come protagonista, fa pubblicità, scrive libri (e non solo di ricette, ma anche di “filosofia” della cucina, a volte, biografie, anche romanzi…), fa consulenze per ditte varie… Cosa ne pensi? Secondo te è un bene o un male?

Non so dirti se è un bene o un male, non ancora. Credo non ci si possa sottrarre al proprio tempo e in questo momento il nostro mestiere è sotto i riflettori. Quello che ognuno di noi può e dovrebbe fare è non sprecare quest’occasione, ma regalare a chi guarda un’interpretazione degna di questo nome, e soprattutto essere di grande esempio per tutti quei ragazzi e ragazze che si avvicinano a questa professione pensando al proprio futuro. In ogni caso sono una persona che ama guardare il bicchiere mezzo pieno e tutta questa attenzione per il mondo dell’enogastronomia ha fatto sì, per esempio,  che la gente tornasse ad occuparsi di cibo, vino e convivialità. Le cucine delle case qualche anno fa erano diventate angoli cottura, mentre oggi sono tornate ad essere una delle stanze più importanti e vissute e questo mi piace!

Dove stanno andando la cucina, e i cuochi, oggi? Pensi che questa sovraesposizione mediatica durerà ancora a lungo? E cosa resterà?

E’ impossibile staccare la cucina dal resto della nostra esistenza. Noi andiamo in una certa direzione e il gusto, la cucina e tutto ciò che ruota intorno ad essa, si evolvono con noi. Quindi forse dovremmo chiederci dove stiamo andando in quanto persone, ma è un argomento che richiederebbe troppo tempo!  Quanto alla sovraesposizione mediatica, non credo durerà all’infinito, anzi a mio parere abbiamo già raggiunto l’apice e stiamo cominciando a percorrere la ripida discesa. Cosa rimarrà? Come sempre in questi casi tutto ciò che ha validi fondamenti di verità e professionalità rimarrà in piedi, il resto scivolerà via senza quasi lasciare traccia.

Raccontaci qualche cosa di te: come ti definiresti?

Dopo aver tanto predicato sulla presentazione attraverso il cibo non posso certo esimermi io! E ti riporto quindi quanto trovi anche sul mio sito: Io sono un’ostrica! O la si ama o la si odia. D’altra parte ho sempre pensato che il peggior male che si possa infliggere o subire sia proprio l’indifferenza. E sono Ostrica in quanto il mare per me è casa, porto sicuro, ma anche avventura, mistero e forza da temere e rispettare. Da gustare nuda e cruda, senza alcuna aggiunta, senza bisogno di cottura. Tutti sanno che al suo interno si nasconde la fragilità del frutto ma pochi sono quelli che riescono ad aprirla, e per farlo vi è un solo punto di accesso. Vivere come un’Ostrica è una continua sorpresa: un giorno hai la sensazione di essere una perla (come quando ti esce dal cilindro un titolo come Anforchettabol!)  e un altro il dubbio di essere soltanto un pirla!

Perché sei diventato cuoco?

Perché cucinare sin da bambino è stato un modo per esprimere i miei sentimenti e dimostrare il mio affetto. Sono sempre stato un po’ timido e dire “ti voglio bene” ad una persona mi è spesso risultato più difficile che preparargli il suo piatto preferito o crearne uno solo per lei/lui.

Già che ci sono, mi dedico un po’ al riciclo – e lo faccio con un paio di tue domande: quali sono i tuoi ingredienti?

I miei ingredienti, come ho già anticipato, sono la passione, il coraggio, la fiducia e la libertà. A questi aggiungerei un altro ingrediente, molto importante: l’ascolto!  Sapere ascoltare trovo sia fondamentale in ogni attività, e purtroppo lo si fa sempre meno.

Il tuo libro film cantante?

Libri musica e cinema sono argomenti su cui potrei stare ore e ore! Davvero ho fatto domande così difficili? Ora capisco i miei poveri amici chef!!! Andiamo in ordine. Sono un grande appassionato di letteratura e di scrittura. Se mi chiedi però un libro mi trovo costretto a dirne almeno tre, quelli che hanno sempre un posto di rilievo sul mio comodino (così ogni tanto posso rileggerli!): Siddharta di Hermann Hesse, L’immortalità di Milan Kundera, e Oceano Mare di Alessandro Baricco. A questi, sempre sul comodino, se ne aggiungono periodicamente un tot. Da un po’ di tempo a questa parte per esempio sto leggendo molti libri su Steve Jobs.

Film… Qui la faccenda si fa più complessa perchè credo che ognuno di noi si affezioni a un film per una singola scena o per una battuta memorabile. Una che mi accompagna sempre per esempio è tratta da Troy. La scena è quella in cui il bambino dice ad Achille/Brad Pitt, che sta per affrontare l’uomo più grande e forte che abbia mai visto, che lui al suo posto non lo farebbe mai. Achille, salendo sul suo cavallo, lo guarda negli occhi e gli dice: “Ecco perché nessuno ricorderà il tuo nome”! Altro film che in qualche modo mi ha condizionato è stato Matrix, straordinario. Però per esempio non potrei mai fare  a meno di un film come Grosso guaio a Chinatown e di Jack Burton, il suo protagonista!

Chiudiamo con la musica… amo ascoltare un po’ di tutto, ma se devo scegliere  una canzone che mi ha davvero cambiato la vita potrei mai pensare ad altro se non ad Unforgettable?!

Per chiudere, e la metto qui in fondo così la si legge per ultima, una nota sul fine benefico di questo libro. Una parte dei ricavati andrà alla Fondazione Francesca Rava – NPH Italia Onlus e al suo progetto sull’isola di Haiti, Francisville: una “Città dei mestieri” per aiutare i ragazzini haitiani a sfuggire a un destino già segnato insegnando loro un mestiere – ed è stato appena inaugurato anche un piccolo ristorante da 80 posti,  in cui lavorano appunto i ragazzi di Francisville. Riporto anche qui i dati per aiutare la Fondazione:

www.nph-italia.org

tel 0254122917

IBAN    IT39G0306234210000000760000

Emanuele Bonati

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Anforchettabol di Antonio Marchello

10 December 2011 - Commenti (2) »

Anpadellabol… Anabbattitorabol… Antortierabol… Anzuppierabol… Insomma, prima o poi troverò anch’io un bel titolo… Se c’è riuscito Antonio Marchello, vincitore a mani basse del premio “Miglior titolo di libro di enogastronomia del decennio” (l’ho appena istituito), posso riuscirci anch’io.

Il titolo (sgrunt: bellissimo, eufonico, divertente, pieno di suggestioni, da Nat King Cole in poi) è Anforchettabol. Pubblicato da Trenta Editore, presentato a Taste of Milano a settembre, e nuovamente domani domenica 11 dicembre alle 18 a Cooks&Books, lo spazio dedicato alla cucina del Mondadori Multicenter di Piazza Duomo a Milano, il libro raccoglie dodici interviste ad altrettanti chef – in ordine alfabetico: Andrea Berton, Carlo Cracco, Pietro Leemann, Luca Montersino, Davide Oldani, Andrea Provenzani, Simone Rugiati, Claudio Sadler, Maurizio Santin, Gaetano Simonato, Matteo Torretta, Viviana Varese. E proprio a Viviana abbiamo dedicato un primo post, in cui abbiamo raccolto qualche spunto “rivelatore” della sua personalità e storia, descritte a fondo nel libro. Seguiranno altri post per tutti gli chef presenti nel volume.

Ormai gli chef sono presenti dappertutto: ci istruiscono o ci giudicano o si sfidano in televisione, dove sono cuochi esperti ospiti divulgatori e un sacco di altre cose; ammiccano nelle pubblicità, come testimonial di buone cause o di buoni prodotti; si affacciano dalle pagine delle riviste patinate, o di gossip – immagini ormai onnipresenti, facce ormai ben note (me li aspetto scendere nell’agone politico in nome della dieta mediterranea…). Nelle pagine, nelle domande di Antonio Marchello scopriamo una dimensione diversa di questi protagonisti, tutta da esplorare: la loro storia, le loro radici, i loro gusti. Scopo delle interviste è spesso permettere agli intervistati di dire quello che vogliono dire – una specie di versione “animata” di un comunicato stampa; qui, invece, è come se fossi anche tu lettore lì a parlare con Antonio e con lo chef, le domande che leggi sono quelle che avresti voluto fare tu. E quando mangerai un piatto cucinato da loro, scoprirai un sapore in più.

Emanuele Bonati

Le Grand Fooding, gli spaghetti “Whoosh” di Oldani, il tovagliolone…

24 October 2011 - Commenti (2) »

Abbiamo anticipato l’altra settimana la ricetta degli Spaghetti tiepidi “Whoosh” di Davide Oldani, che è stata presentata a Le Grand Fooding giovedì scorso.

Alla fine, la ricetta invitava a mangiare il piatto con le mani – che idea pop, ho pensato, ma va beh, lasciamo perdere, e me ne sono dimenticato. Quando poi, durante la cena, è arrivato Oldani col megafono (anzi, col silenziofono: si sentiva pochissimo) a incitarci a mangiarli appunto con le mani, vista anche la presenza ai nostri colli dello strofinaccio da cucina offertoci proprio allo scopo di ripararci dagli schizzi, e di permetterci di suggere lo spaghetto col tipico “whoosh…” – potevo forse esimermi? Domanda oziosa e tendenziosa…

Emanuele Bonati

Le cene a due voci di BlogVs: I miracoli del D’O

12 October 2011 - Commenti (3) »

«Oh Emanuele – senti. Ti devo dire una cosa.»

«Cosa?»

«A me veramente i funghi non mi sono mai piaciuti.»

«Eh?»

«Eh, no – insomma… Sì vabbè, i porcini mi piacciono. Ma gli altri mica tanto. Ok gli champignon – ma devo stare attento, perché gli amanti dei funghi mi insultano se solo li nomino…»

«Christian – te, non sei normale. Cosa fai a una cena di funghi da Oldani se i funghi non ti piacciono? Gli chiedi una paillard con due patate bollite? E perché poi non ti piacciono?»

«Un po’ la consistenza, un po’ il gusto di questi affari–  mi lasciano perplesso, ecco. Anzi, diciamola tutta: sai che abito in campagna, circondato da boschi. Da piccino ricordo i miei genitori che portavano a casa cesti giganti e borse piene di funghi colti nel bosco, che subito iniziavano a pulire, a cucinare, a mettere sott’olio, a seccare… Per giorni mi restava nel naso quell’odore di terriccio e di funghi cotti, e nella mente quelle immagini da incubo di tavolate stracolme di funghi di ogni genere, colore, odore, dimensione…»

«No no, Christian, non sei normale. E allora?»

«Allora niente. In realtà sono qui proprio per questo: è una sfida con me stesso, voglio capire una volta per tutte se sono allergico, se semplicemente non mi piacciono, se è una specie di trauma subconscio primordiale, o una fissa…»

«Non scherziamo – già i nostri due amici non sono venuti, e secondo me Oldani cercherà di caramellarci il cu*o, visto che si era tanto raccomandato, che faceva l’ordinazione per la cena, e che se c’erano defezioni voleva dire che aveva roba da buttar via, eccetera – ci manca solo che domani sulle prime pagine ci siano foto tue col faccione verde e il fumo che ti esce dagli orifizi sotto il titolo ‘Ammanita assassina colpisce da D’O: giovane avventore gravissimo invoca champignon e champagne’. Ma non potevi fare delle prove prima di venir qui? Farti una pera con la crema di funghi della Campbell? Infilare la testa in un sacchetto di gran misto di funghi surgelati?»

Buonasera signori, gradite dell’acqua?

«Sì, acqua naturale, grazie.»

Ecco… voi sapete che questa sera è serata solo funghi?

«Sì, certo, abbiamo prenotato apposta mesi fa, non ricordo nemmeno quando…»

Molto bene, avete qualche intolleranza particolare, qualche ingrediente che…

«Sì, ai funghi.»

Ehm… ma… dice davvero?

«Ma no, non proprio – boh, insomma, lo scoprirò durante la cena.»

«Hai visto che faccia che ha fatto?»

«Hi hi…»

«No, ma che vergogna – chissà se mi porterebbero da mangiare in macchina…»

Finferli alla liquirizia su fettine di mela caramellata con gelatina di mela e composta di cipolle rosse.

«Come ti sembra? Ti piacciono i finferli?»

«Buoni… Mi piace. Elegante la liquirizia, che ammorbidisce il gusto ferruginoso del fungo e chiude il cerchio con un po’ di amarognolo, subito mitigato dalla dolcezza equilibrata della gelatina di mele assieme alla composta di cipolla.»

«Molto buono, sono d’accordo. Ma da come ne parli mi sa che i finferli sono un po’ allucinogeni… o forse i funghi ti fanno male davvero…»

Risotto ai funghi porcini scottati e crudi, con pepe, salsa d’arancia e pera.

«Ci sono i porcini!»

«Christian non fare storie. Piuttosto passali a me, se pensi che non ti piacciano.»

«No dai… buoni, anzi, buonissimi – come dire? ‘Occhi bianchi’: come quando è come se, per il piacere, alzassi gli occhi al cielo, al punto che non si vede più la pupilla. Questo piatto va al numero 1 dei cinque che compongono il menu, anche se non abbiamo ancora assaggiato gli altri tre.»

«No, diciamolo, Christian, i funghi ti fanno un effetto strano. Comunque, è una meraviglia. Ogni volta che veniamo dal D’O è lo stesso: c’è sempre qualcosa che per un motivo o per l’altro mi ‘commuove’, non nel senso che mi metterei a piangere nel piatto (a rischio di rovinarlo…? giammai!), ma che insomma mi emoziona, mi appaga – un po’ come i tuoi occhi bianchi.»

Nasello cotto con salsa di burro bianco e chiodini al vapore.

«Però: il servizio è assolutamente impeccabile, attese giuste fra un piatto e l’altro – sono proprio bravi, non c’è che dire. Beh – Christian, che c’è? Qualcosa non va, che stai zitto?»

«Taci per favore – sto applaudendo dentro. Per me, è un parimerito al primo posto.»

«In effetti il nasello, che mi sembra un pesce assolutamente normale, qui sembra tutt’altro: sarà la cottura, la morbidezza, questa salsa al burro bianco…»

Gnocchetti verdi agli spinaci su vellutata di zucca profumata allo zenzero, con spugnole e bottarga di tonno.

«Buona, ovvio, non è nemmeno divertente – ma è al terzo posto.»

«A me questa storia delle classifiche dei punteggi mi dà un po’ fastidio, al di là del mi piace di più mi piace di meno non andrei. Quello che mi colpisce invece è da un lato l’altissima qualità degli accostamenti, delle preparazioni, delle presentazioni; e dall’altro l’estremo equilibrio dei vari piatti, non c’è nulla che preponderi, tutto si armonizza al meglio – qui, il tocco di salato della bottarga rinvigorisce la vellutata e accompagna gli gnocchetti a legare con le spugnole…»

«Senti, Emanuele, non pensi che il locale sia un po’ chiassoso?»

«No, non direi – so che ti piacerebbe un’atmosfera raccolta e quasi monastica, con sussurri sopiti e frusciare di posate, ma ti assicuro che rispetto al mio ufficio questo è un eremo tibetano…»

Dolce con mousse di nocciole, gelato ai funghi e meringa morbida con granella di croccante.

“Arriva. Lo vedo. Il ragazzo lo posa sul tavolo, chino la testa, e lo vedo! Lo sento: è in questo momento che mi assento dal presente, che poi ormai è passato quasi remoto, e ciao. Lo osservo: un cilindro beige marroncino su cui poggia una sfera di un tono più scuro e leggermente lucida su cui poggia meravigliosa cupola bianca e fiammata. Mousse di nocciola, gelato di funghi, meringa soffice, e del croccante….”

«Christian – ci sei? Stai bene? I funghi ti hanno fatto male?»

«No – questo è il numero 1 in assoluto, e vince la mia classifica. Anzi no: ho vinto io. Non ho bolle in faccia, non sono svenuto, tantomeno ho schiumato dalla bocca. Va beh, quello magari sì, ma per altri motivi. Dev’essere una specie di miracolo…»

«Mamma mia – lo abbiamo perso.»

«No, sono io che ho vinto. Io i funghi li posso mangiare.»

Davide Oldani - in cerca di funghi sul prato dell'Ippodromo durante Taste of Milano?

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Gli spaghetti tiepidi “Whoosh” di Davide Oldani a Le Grand Fooding

6 October 2011 - Commento (1) »

Fra un paio di settimane inizia Le Grand Fooding a Milano (Tortona Locations, Via Tortona 31): e proprio giovedì 20 Le Grand Banchetto proporrà le creazioni di Moreno Cedroni, Davide Oldani, Mario Carbone e Federica e Francesco Mancioppi. Vi anticipiamo qui la ricetta “pop” ideata per l’occasione da Davide Oldani.

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Spaghetti tiepidi Woosh

Per gli spaghetti:
200 g spaghetti
Scorza di n° ½ arance
Scorza di n° ½ limoni
20 g zenzero grattugiato
1 g pepe nero macinato al momento
10 g fave di cacao
sale

Per la salsa:
2 dl. latte
100 g Grana grattugiato
10 g Maizena diluita in acqua fredda
Sale

PROCEDIMENTO
Per la salsa:
Portare il latte a bollore, legare con la maizena e frustare, togliere dal fuoco e unire il Grana, regolare di sale e passare tutto al colino fine. Tenere in caldo.
Per gli spaghetti:
Cuocere gli spaghetti in abbondante acqua bollente e salata, scolarli al dente e raffreddarli in acqua e ghiaccio. Scolare nuovamente e far asciugare su canovacci in cotone.
Condire gli spaghetti con la salsa al Grana, la scorza d’arancia, la scorza di limone, lo zenzero.
Per la finitura:
Dividere gli spaghetti in contenitori di plastica di 10/12 cm di diametro e alti 4/5cm.
Terminare con il pepe nero grattugiato al momento e le fave di cacao.
Servire gli spaghetti.

P.S.
Consigliamo di servire gli spaghetti dando un guanto in lattice e una salvietta di carta in modo da riuscire a mangiare con le mani.
Altrimenti… vanno bene anche le mani
Oppure delle pinze fatte a forchetta a mo’ di bacchette.
Questo è un piatto che racchiude la filosofia D’O di cucina PoP, ispirato allo Street Food delle grandi metropoli… naturalmente tutto fatto con “Woosh ”!

Grazie a Davide Oldani e a Le Grand Fooding per l’anticipazione…


Blogger coraggiosi, professione reporter, la tempesta perfetta, il desiderio interrotto

18 September 2011 - Commenti »

In tutti i film su tornadi uragani trombe d’aria c’è sempre il genialoide pazzerello di turno che comunque la sapeva lunga, aveva previsto sapeva già tutto, e che invariabilmente sfida le avversità, viene risucchiato dalla tromba d’aria con la casa la roulotte il furgone e il cane, e ridiscende integro con tutto quanto su un promontorio bellissimo al tramonto… Anch’io, con in mano un ombrellone di Taste of Milano, sotto la sferza del vento che aveva deciso di portarci entrambi (anzi, c’era anche una fanciulla che scioglieva le corde…) da qualche parte non meglio precisata fra piazzale Lotto e la Patagonia, mi vedevo già vagare tra le sfere celesti, novello Mario Poppins – ma in realtà l’ombrellone è stato richiuso, assieme a un paio d’altri, fra uno svolazzare di fogli cartelli banner cappelli da cuoco sacchetti pacchetti cestini, e io – bravo blogger coraggioso – sono uscito in buon ordine, dopo aver scattato qualche foto – professione reporter…

Insomma – come recitano le cronache, alle 18, mentre rientravo a Taste, entrato nell’area espositiva dopo aver mandato un sms a Bruno (il nostro fotografo) raccomandandogli di munirsi di ombrelleria assortita, un improvviso tornad(in)o, una tromb(ett)a d’aria, un gran vento improvviso (sì era nuvolo, ma basta…) ha iniziato a spazzare l’area, travolgendo sedie tavolini ombrelloni, suppellettili varie, cartelloni e banner degli stand, oggetti vari (ero vicino alla “stella” di California Bakery, e mi sono subito allertato per afferrare al volo pezzi di crumble, brownies volanti, cheesecake a fette, per metterle al riparo nel mio stomaco), insomma un piccolo disastro. Il tutto è andato avanti per diversi minuti – divelte anche le palizzate che delimitavano il passaggio sulla pista dei cavalli – e ho dato una mano a richiudere un paio di ombrelloni, appumto, mentre i cuochi chiudevano le tende davanti ai loro stand, spegnevano i fornelli, i ragazzi di California Bakery rincorrevano cappelli da cuoco e cestini sul prato, e l’altoparlante invitava a sgombrare l’area. Obbedisco!

Fuori, Bruno con l’ombrello – iniziava a piovere, prima pian piano, poi a scroscio, poi tuoni lampi fulmini e saette, poi piano, poi forte… la versione milanese della tempesta perfetta. Noi in auto, i vetri appannati, dai fammi completare il post sulla lezione di Andrea Berton, poi butto giù quello su Roux e Oldani, tanto poi rientriamo…  E io mi mangio il risottino del Marchesino, io l’ho mangiato ieri, ma quasi quasi, e io, e invece non devi perdere l’uovo patata bitto tartufo di Andrea Aprea, ma allora io… niente. Desiderio interrotto.

In effetti, avevo proprio voglia di rientrare. Avevo appena letto le buone ragioni per andare al Taste of Milano che Vincenzo Pagano ha postato su Scattidigusto: erano, sono anche le mie, più qualcun’altra…

Non siamo rientrati, ci siamo arresi – mi dicono che comunque sono riusciti a riaprire e a salvare la serata. I complimenti all’organizzazione, che mi volevo riservare per la fine della manifestazione, vanno probabilmente anticipati: sia a Brandevents Italy, sia alle singole persone, che già durante la tempesta di vento, e subito dopo, erano lì a sistemare riparare chiudere salvaguardare – e in pochi minuti hanno sistemato le situazioni più critiche.
Peccato. Ma domenica mattina all’alba saremo lì – CibVs, BlogVs, Agendafood, Foodsletter.
Promesso.

La bella storia degli chef quadrumani

4 July 2011 - Commenti (2) »

Allora: Cuochi a 4 mani all’Aquila, la benemerita iniziativa opera del duo Buzzanca-Oldani partita domenica 26 giugno appunto con Davide Oldani ospite di Marzia Buzzanca. Ne ha parlato, facendone una bella cronaca pressoché “in diretta”, Vincenzo Pagano su Scattidigusto, e io, come ho già fatto qui, lo saccheggio a piene mani, foto comprese, ricordandovi (ma lo ripeterò spesso) i prossimi appuntamenti.

Percorsi di Gusto è il ristorante che Marzia Buzzanca ha riaperto dopo il terremoto del 2009 – il segnale, insieme ad altri locali, che L’Aquila vorrebbe ripartire al più presto. La gastronomia può giocare un ruolo per tenere alta l’attenzione? Se lo è chiesto Davide Oldani che ha proposto a Marzia di fare qualcosa insieme. Nasce così il progetto delle Cene a 4 Mani con Davide che apre un cartellone ricco di appuntamenti: ben 8 da qui a ad ottobre. E la speranza che il mondo del web gastronomico voglia alzare l’onda di comunicazione come ha già mostrato di saper fare.

Eccolo, il menu di una serata all’insegna del piacere di trasmettere con il cibo un messaggio ancora più forte. Ad amplificare la voglia dell’Aquila di esserci ci pensa il Re del Pop, Davide Oldani, con una cena che mescola gli elementi tipici della sua cucina e quella abruzzese di Marzia Buzzanca – con la Jotta ad aprire le danze.

La parete di Percorsi di Gusto ricorda il tema della serata e il messaggio che si vuole lanciare con la gastronomia di eccellenza.

Interviene Davide Oldani. Cari ragazzi, solo due righe per dirvi che oggi per me è una grande Domenica. Ho veramente capito il significato della frase che mia madre mi ripete spesso: L’uomo propone e Dio dispone. Inviterei chi non fosse mai stato a L’Aquila a percorrere le sue strade e a pensare qualcosa di semplice e concreto che possa aiutare a farla rivivere…

La prima Cena a 4 Mani vede Davide Oldani con Marzia Buzzanca aiutati da Davide Novati e Marzia Ursini.

Rosa Aguirre, da anni nella cucina di Marzia Buzzanca, che aiuta anche stasera nella preparazione dei piatti.

I due Davide e la vellutata di pesca con gambero di fiume e lenticchie.

Si parte. Cona la jotta rivisitata da Davide.

La “Jotta” con mozzarella, pomodoro candito, alici in salagione e gazpacho di patate al profumo di timo. Le briciole di pane accompagnano un piatto fresco e profumato. Il saluto all’estate entrata da qualche giorno!

Risottata sì, risottata no. Si parla di pasta ed è nota la scelta di Davide Oldani che al suo D’O utilizza i formati corti. E in questo caso si parla delle Sandrine della Verrigni.

Lo zafferano è l’elemento tipico, ça va sans dire, e qui trova un bel connubio con l’anguria che riporta alla freschezza e abbassa la nota grassa del Parmigiano. Nota fruttata insolita ma piacevolissima per coadiuvare una mantecatura eccellente.

Battuta di manzo cruda, salsa di liquirizia e spuma di birra. Questa portata deve dire grazie a Giovannino Palumbo, storico macellaio dell’Aquila, e all’interpretazione scanzonata di Davide che unisce l’hamburger con la birra il cui gusto amaro è reiterato dalla liquirizia in un bilanciamento che sembrerebbe impossibile e che invece riesce alla perfezione. Da bis immediato…

Vellutata di pesca salata, gambero di fiume al vapore e lenticchie. Ancora freschezza conferita dal cetriolo e dalla pesca appena salata. Una spinta per il gambero che viene accompagnato dalla consistenza farinosa delle lenticchie. Bello e proporrei a Davide di portarlo alla Notte degli Chef. Per comprendere il grado di difficoltà e la temperatura di servizio.

La chiusura è affidata alla fricassea di frutta al vino e basilico, gelato di caprino al miele e pepe nero. Un dolce che piace per la forza del gelato caprino e per l’associazione con il basilico ancora una volta inaspettato ma piacevolissimo.

La cena a 4 Mani di Marzia e Davide è l’occasione per Francesco Paolo Valentini di presentare in anteprima nazionale la nuova etichetta del Cerasuolo d’Abruzzo 2010. Ottenuto da uve Montepulciano con vinificazione in bianco (in assenza di vinacce). La vinificazione avviene con lieviti autoctoni naturali senza controllo di temperatura e senza filtraggio. Il risultato è un rosato particolare che riflette i cambiamenti climatici.

Grazie ancora a Vincenzo Pagano, cronista attento della serata, e fortunato commensale… Aspettiamo la cronaca della serata con Gino Sorbillo

Cene a 4 mani all’Aquila

26 June 2011 - Commenti (2) »

Questo non è un post vero e proprio – è più propriamente un copiaeincolla da Scatti di gusto – prendo alla lettera quello che dice Vincenzo Pagano alla fine del post originale – per rimediare a una mia disattenzione: non sono infatti riuscito a scrivere per tempo delle Cene a 4 mani  che si terranno (anzi, a quest’ora si è già tenuta la prima) all’Aquila, un’iniziativa per non dimenticare, per ricordare il terremoto, ma soprattutto per ricordare che il futuro di questa città è ancora tutto da costruire – e dobbiamo farlo assieme.

Un programma denso e goloso per mettere sotto i riflettori L’Aquila e il suo desiderio di rinascere a più di due anni dal terremoto che l’ha visibilmente segnata. Lo ha messo su Marzia Buzzanca, patron di Percorsi di Gusto, il bistrot pizzeria che l’infaticabile trottolino ha aperto a due passi da uno dei simboli della tragedia cittadina, la chiesa di Santa Maria Paganica. Lei e uno chef saranno in cucina per una sessione a 4 mani. Si parte domenica 26 giugno con Davide Oldani del D’O di Cornaredo alle 20,30 e si prosegue con altri 7 appuntamenti fino al 17 ottobre con la chiusura di Niko Romito.

“L’idea della cena a 4 mani è venuta a Davide Oldani che ho conosciuto all’ultima edizione di Identità Golose, a Milano”, ricorda Marzia. “Aveva visto in tv una trasmissione che descriveva l’abbandono del centro storico della città e si era meravigliato che io ed altre persone avessimo iniziato un nuovo percorso proprio lì. Devo ringraziarlo perché la sua idea e la sua presenza hanno aperto questo percorso che speriamo possa rilanciare il messaggio di una città che vuole farcela. Nonostante tutto”.

Lunedì 11 luglio nella (piccola) cucina di Percorsi di Gusto arriva il globe trotter della pizza napoletana, Gino Sorbillo, che siamo sicuri sfornerà qualcosa in tema con L’Aquila.

Domenica 24 luglio sarà di scena la grande tradizione di Salvatore Tassa che ricorderà come sia importante il legame con il proprio territorio.

Lunedì 22 agosto, Felice Sgarra ricostruirà idealmente il percorso che aveva portato il Vinalia ad essere un punto di riferimento della gastronomia abruzzese.

Martedì 6 settembre approda a L’Aquila con il suo carico di esperienza e di passione della lievitazione Gabriele Bonci.

Giovedì 29 settembre è la volta del cuoco nero, Maurizio Black Santin che ha conosciuto durante la tre giorni di Vico Equense.

E sempre Vico Equense è stato il palcoscenico dell’incontro con il “manovale” della pizza, l’uomo dalle braccia d’acciaio Franco Pepe che porterà la sua pizza interamente fatta a mano Lunedì 10 ottobre.

Infine, la chiusura sarà affidata al folletto d’Abruzzo Niko Romito che Lunedì 17 ottobre arriverà all’Aquila direttamente dal suo nuovissimo Casadonna di Castel di Sangro.

Un programma di gastronomia di eccellenza che vuole sottolineare come sia possibile esserci anche dove tutto sembra impossibile. Una piccola goccia nel mare delle cose da fare per riportare L’Aquila a nuova vita.

E’ questo il messaggio che le Cene a 4 Mani vorrebbero diffondere e che scattidigusto cercherà di far rimbalzare nella rete sperando che sia raccolto da quanti si occupano di questo mondo. L’invito è di copiare da questo sito tutto quello che vi serve per far conoscere queste e altre iniziative che riguardano L’Aquila. Farla restare sotto i riflettori può darle una mano!

Grazie a Maria Buzzanca, a Davide Oldani e agli altri cuochi che parteciperanno all’iniziativa. Grazie a Vincenzo Pagano e a questo suo articolo (l’originale è qui), che ho solo leggermente accorciato – e vi segnalo il suo bel resoconto della serata pubblicato in diretta qui.

Da parte mia – perché non si pensi che non voglio lavorare… – seguirò come posso le prossime serate, e inizio sub ito a pubblicarle sul nostro sito www.agendafood.it.

Emanuele Bonati

Cucina con uso di salotto

25 March 2011 - Commenti »

“Con uso di cucina” – un tempo era la possibilità offerta a chi affittava una stanza di utilizzare la cucina padronale. Ma ormai è la cucina il locale principale della casa – sta assumendo un ruolo sempre più centrale. E non solo la cucina nelle nostre case: l’arte culinaria nel suo insieme, nella società, in televisione, per radio, nella vita di tutti i giorni, nella pubblicità, nell’editoria… Nelle librerie, scaffali e scaffali di volumi dedicati all’arte culinaria in tutte le sue declinazioni – e al Mondadori Multicenter di Milano, in piazza Duomo, dove lo spazio dedicato ai libri d’arte al terzo piano è in ristrutturazione, e viene annunciato al suo posto un cook & books, libreria accessori scuola di cucina…

E naturalmente si moltiplicano le scuole e i corsi più o meno estemporanei, dalla Cucina Italiana a Teatro7 Lab a California Bakery e così via, giusto per restare a Milano.

Ma anche la pubblicità vede i cuochi come testimonial – di prodotti, ovviamente, dai dadi da brodo alla Nutella, alle cucine e fornelli, ma anche fuori dall’ambito culinario, vedi Filippo La Mantia recente testimonial della campagna della LILT con vendita di bottiglia d’olio…

O anche Davide Oldani per Oviesse…

Insomma, tutto quello che è cucina e culinaria va alla grande…

Sarà un bene o un male?

Emanuele Bonati

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Il CibVso della domenica

26 September 2010 - Commenti (25) »

Filippo La Mantia

intervistato da Stefano Buso

Filippo La Mantia è un professionista preparato e appassionato del suo bel mestiere. Ascoltarlo mentre descrive i piatti da lui creati, che richiamano l’essenza della sua terra, la Sicilia, è davvero emozionante. Sapori agrodolci che richiamano il mare, il vento, il sole, e quindi la vita.

Quella di La Mantia è indubbiamente una cucina oltre ogni corrente e moda effimera. In un certo senso, nelle sue pietanze c’è il suo modo di essere, la sua energia ed esperienza.

Assaggiare le sue ricette è come affrontare un viaggio ricco di suspense e piacevoli colpi di scena…


  • La tua è una cucina ricca di colori e fragranze che richiamano la freschezza, il mare, la vita… sei d’accordo?

Sono nato con questi dettagli presenti nella mia vita. La cucina mi ha accolto con tanta gioia. Il ricordo costante è quello di mia madre che cucinando cantava. I profumi di agrumi, il basilico, la menta, i capperi e il sedano mi hanno sempre seguito. Quasi avessero composto la colonna sonora della mia vita. Amo la mia terra, tutti gli elementi che la compongono e il mio lavoro. Il mare è sempre stato un momento univoco fra la tradizione e la tavola. Ho vissuto tanti anni a Mondello e il contatto con i pescatori era totale. Il pesce, quando è fresco, non ha bisogno di nulla. Va solamente condito con un olio buono e una goccia di limone. Il resto è superfluo…

  • Parliamo di cucina regionale, quella della tua terra: i piatti che ami, quelli dei tuoi ricordi d’infanzia e… uno in particolare.

Il piatto che amo di più è la caponata di melanzane. È l’unione esatta tra convivialità, famiglia e amore. La caponata veniva realizzata dalle donne, nelle domeniche estive, e tutto sapeva di salsa, basilico e… melanzane. L’agrodolce serviva per conservare questo piatto meraviglioso anche una settimana. Era il cibo indispensabile per gli uomini che andavano a lavorare nei campi o in mare, a pescare. Quindi, un cibo confortevole, nutriente e universale. Oggi è diventato il piatto simbolo della mia cucina.

  • Da tempo, la cucina cerca più di sbalordire che di curare l’essenza dei piatti. In generale, evitando modelli ed esempi, cosa ne pensa Filippo La Mantia?

Rispetto ogni idea e persona. La cucina, oggi, ha molti interpreti. Chef che hanno contribuito a un’evoluzione straordinaria del cibo. Mi sento uno degli ultimi arrivati in questo meraviglioso mondo. Il lavoro del cuoco è faticoso. E la creatività non deve mai mancare. Però ho sempre avuto le idee ben chiare. Odio i ciarlatani, i venditori di fumo, quelli che si sentono arrivati perché “affermano” di esercitare da anni, quindi il loro dire è inopinabile. Ma non è così! La vita insegna che l’estro, la fantasia, la libertà di azione e… soprattutto l’onestà d’animo premiano sempre, e talvolta in fretta. Il cibo deve conservare la propria essenza. Non dovrebbe sbalordire per forma o per composizione. Dovrebbe avere storia e, nello stesso tempo, essere attuale e moderno. La leggerezza è senz’altro il denominatore comune “del progetto” che i cuochi portano avanti nelle loro realtà. La cucina concettuale non la capisco, comunque, come dicevo prima, sono rispettoso delle scelte altrui. Penso però che attorno al cibo prendano forma fenomeni sbagliati, eccessivi. In questo momento c’è troppa attenzione attorno al mestiere del cuoco, una professione alquanto impegnativa e di sacrificio, come lo è amministrare un locale, grande o piccolo che sia. Troppi riguardi per la cucina e… pochi per il servizio di sala, che spesso delude.

  • Cosa significa per te mangiare bene?

Mangio bene quando sto bene con me stesso! Spesso i cibi straordinari sono indicati per alcuni ma per altri no! Il cibo è molto soggettivo… Il palato memorizza i gusti sin dall’infanzia, facilitando la sensibilità, e così il cibo diventa sacro. Amo alcuni elementi, che dopo esser stati trasformati rappresentano una melodia. Forse ad altri non dicono proprio nulla… ma chi se ne frega! Io, in fin dei conti, cucino solamente quello che mi appassiona e piace.

  • Un vino che ami in particolar modo?

Lo Zibibbo. Prediligo i vini da meditazione. Amo sentire quello che una terra impossibile come quella di Pantelleria produce. Ho dei ricordi straordinari nella cantina di De Bartoli. Pane, paté di capperi, pomodorini secchi e Zibibbo… che altro?

  • Un collega che stimi per estro e bravura?

Davide Oldani! Probabilmente dal punto di vista professionale siamo gli opposti, tuttavia è una persona che stimo molto. Ha fatto del suo lavoro un’autentica filosofia. Ha inventato un progetto straordinario, ed è un cuoco fantastico.

  • Il tuo nuovo ristorante a Roma, come va?

Il mio nuovo ristorante è andato ben oltre ogni più rosea previsione. Da quando ho aperto non mi sono più fermato. Ad un anno dall’apertura, ho stimato una presenza (serale) di ben 26.000 coperti. Penso sia un record, a dispetto della critica che mi dava per “spacciato”. Per qualcuno il mio era l’ultimo ristorante d’Italia, e forse lo sarà ancora. Tuttavia il verdetto finale è del commensale. Loro, i clienti, sono importanti. Il cibo o è buono o cattivo… se è saporito, curato nei dettagli, i clienti ritornano.

  • Progetti, finalità obiettivi?

Già verso fine estate (estate 2010 n.d.r.) sarò pieno di prenotazioni, eventi privati e istituzionali. Ma in fondo è sempre un bel gioco. Il mio motto è: ogni giorno è il primo giorno, non ti rilassare mai e ringrazia Dio per tutto questo!

Un saluto a tutti i lettori e amici di CibVs.com!

Intervista a Filippo La Mantia di Stefano Buso. Fotografie  di Gianmarco Chieregato