Posts Tagged ‘cucina’

Tanto CibVs QuantoBasta

4 November 2010 - Commenti (5) »

Voglio fare il cuoco in televisione

Trent’anni di tv commerciale hanno portato ad una frittata globale di neuroni:  la vita reale è la vita in diretta ed esisti solo se appari, visto che una copertina scandalistica, oramai, non la si nega a nessuno.

Non è il solito pippone post-sfrantumamento da omicidio Scazzi, l’ennesima dimostrazione che il buon senso, l’etica sono variabili utili per una sceneggiatura tipo Cime Tempestose e non certo per Vita Quotidiana.

Ma quando uno degli Unni – l’affettuoso nomignolo con cui ho battezzato i miei nipoti gemelli – in trasferta da me, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” mi ha risposto “Il cuoco in televisione”, mi è montato un nervoso che non vi dico.

Mia sorella non è certamente un’appassionata di cucina, e mia madre di certo non passa il tempo a confezionare torte di mele con i nipotini. E allora? Cosa ha colpito il piccolo terremoto di 6 anni?

Semplicemente, è rimasto affascinato dagli sguardi, dai pianti, dalle contumelie, dai drammi, dalle urla, dal vilipendio del buonsenso, ddai colori degli studi tv e dallo sfondo rosso della sigla – con tanto di occhiata demoniaca e forcone diabolico che, si badi bene, non ha neppure il più terribile dei Gormiti.

“Sei sicuro che quello è un cuoco?”

“Certo, ha una camicia [giacca ndr] come la tua.”

“E ti piace cucinare?”

“L’ho fatto solo una volta [con me], ma mi piacerebbe tanto fare come fa lui”, ovvero casino, e senza finire a letto senza cena e senza gormiti.

Siamo partiti da Apicio, passando per Caterina de’ Medici, Bartolomeo Scappi, Pellegrino Artusi, arrivando poi a Gualtiero Marchesi, per ridurci ad ascoltare presentatrici giuggiolanti, cuochi di ogni forma e dimensione e capacità e presenza fisica, e Gordon Ramsay urlare nelle orecchie a poveri sfessati in imbarazzante sovrappeso (significa che quanto meno ignorano l’esistenza della cucina mediterranea) offese e rimproveri che neanche il perfido sergente che fece saltare la pazienza  a Rambo si sarebbe sognato di snocciolare. Non è che siamo nella segreta attesa del terzo suicidio tra i partecipanti, così da poter successivamente assistere alla rappresentazione di un nuovo  plastico?

Mi domando cosa c’entra tutto questo con la cucina, con il significato del termine “cucina” ovvero “stanza della casa dove si cuociono e si preparano le vivande, e tutte le cose che cuociono, e il modo di cuocere”.

Nulla, direi proprio nulla.

Come non c’entra nulla l’autosbrodolamento che oramai trasuda da tantissimi programmi o manifestazioni legate all’enogastronomia.

“Tutta invidia” mi si potrebbe obiettare “tu sei li che spadelli per 4 gatti mentre Gordon o chi per esso ha milioni di fans e muove milioni in pubblicità”.

Forse avete ragione, anzi quasi sicuramente avete ragione. Ma di un’altra cosa sono sicura: che io senza certe trasmissioni o autocelebrazioni posso serenamente vivere. Mentre Gordon, o chi per esso, senza di me (e della pubblicità che gli porto) potrebbe fare anche fatica a farlo.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

La frase della settimana

11 October 2010 - Commenti »

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta. Purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene.

Banana Yoshimoto, Kitchen

Il CibVso della domenica

23 May 2010 - Commenti (11) »

Pietanze… a 212°F

Può succedere che per raffreddare una pietanza servita troppo calda occorra… una provvidenziale caraffa di acqua fresca!


Ecco la portata: è rovente… chi ha il coraggio di addentarla?

Esperienza diffusa, quella di attendere a lungo un piatto e, una volta arrivato, pazientare per scongiurare traumatizzanti ustioni alla bocca.

Lo scritto odierno – un po’ demenziale (ma sincero) – prende le mosse da esperienze personali, avventure di altri sfortunati golosi, racconti di sala rubacchiati girovagando da un capo all’altro della penisola.

Anzitutto – quali sono le preparazioni di solito servite arroventate? I primi gratinati, perciò crespelle, cannelloni, gnocchi alla parigina, le lasagne – una squadra di leccornie nappate spesso da una bassamella – per dirla con l’Artusi – lavica. Altre portate servite esageratamente calde: timballi, sformati, polenta pasticciata, polpette al sugo, il purè e le crocchette di patate.

Qualcuno vuol suggerire altro?

La cosa buffa è osservare gli avventori soffiare sul cibo come ventilatori. Un calvario terribile, visto che in realtà l’acquolina ha quasi sempre il sopravvento sul buon senso, così tra una soffiata e… una scottata, il boccone è incautamente ingurgitato – seguito all’istante da un bicchierone d’acqua gelata, tracannato per coccolare il gentil becco e le pareti esofagee. Chiudendo questo grottesco siparietto – è pur vero che pazientare e poi mangiare in serenità è magnifico, a patto che la pietanza non sia… bruciante.

In fin dei conti basterebbe un pizzico di destrezza, ad esempio, togliere la portata dalla fonte di calore, lasciandola qualche istante sul pass prima di affidarla allo scalpitante personale di sala. Oppure dotare la clientela di ghiaccio a volontà, o di simpatici ventaglietti… Ironia a parte, sono aspetti senz’altro risolvibili, per permettere agli avventori di gustare il cibo alla temperatura opportuna.

Ad ogni buon conto, attendere qualche minuto prima di andare all’arrembaggio della pappa fumante non è una tragedia, anzi, stimola ancor più l’appetito!

Gratinare: technique de cuisine che consiste nell’aspergere la pietanza (di solito pasta, ortaggi, raramente carne e pesce) di condimento e passarla al forno per qualche minuto, finché la superficie non risulti dorata e lievemente croccante. Per l’appunto gratinata… Allo scopo vengono adoperati riccioli di burro, pane grattugiato, formaggi, salsa besciamella, panna da cucina, sugo di carne e altre sauces. Non è proprio una cottura completa, giacché quasi sempre la preparazione da gratinare è già cotta o parzialmente. La tecnica citata regala la denominazione a molti piatti: i pomodori al gratin, i maccheroni gratinati, gnocchi gratinati, i peperoni e melanzane gratinate, e via discorrendo.

Stefano Buso

CibVs ComicVs

27 April 2010 - Commenti »

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Il CibVso della Domenica

24 April 2010 - Commenti (18) »

Maître à penser alle prese con le pentole

L’arte culinaria. Così creativa, imprevedibile e mutevole nel corso del tempo. Eppure, nonostante la sempre crescente attenzione di cui è oggetto, sembra destinata a trasformarsi in un ricordo, confinato nell’immaginario collettivo. Perché? Perché probabilmente si parla troppo di cibo, senza che da ciò consegua l’azione più coerente, il cucinare…

Ci hanno insegnato che la cucina è una consuetudine concreta. Diamine se lo è.

Eppure, parlando di cucina, leggiamo di amore, lussuria, edonismo, fantasia, tecnica, gossip, comunicazione, gelosia. Troppe cose, troppe parole, persino per una materia duttile come l’art culinaire, che sin dal suo passato ancestrale si è occupata, e dovrebbe continuare a occuparsi, di preparazione del cibo. Chiacchierare è meraviglioso – ma al desinare non si deve mancare!

Anticamente, nutrirsi corrispondeva a mitigare i morsi della fame più che sbandierare un bel girotondo di concetti più o meno interessanti, e certamente non commestibili. L’a-b-c della cucina parte dai soffritti e arriva ai dessert: rammentate?

Indubbiamente ci sarà qualcuno che farà presente al vostro umile scriba che non si vive di solo pane. Ma è altrettanto vero che tutti i concetti (anche quelli più settoriali), seppur stimolanti, rincorrono artifici astratti, e alla fine l’appetito rimane lì… La cucina attuale è troppo presa da se stessa, dalla propria rappresentazione, dalla comunicazione pressante, dai ricettari e manuali culinari orditi da illustri sconosciuti, dove si confondono astrazioni con grammature, ingredienti con ciance impertinenti.

E c’è dell’altro. La foga di mettere in discussione ogni ingrediente e procedimento culinario. La cipolla non si usa più. L’aglio? C’è di meglio. Il pomodoro? Un ortaggio superato. Il purè di patate? Roba da mensa ospedaliera. Il ragù? Troppo unto, difficile da digerire. Perché mettere la sauce bechamel nelle lasagne o ammollare i fagioli una notte intera prima di bollirli?

Basta: che trionfi ancora una volta la cucina vera, quella delle ricette lette e cucinate sopra i fornelli, e non al computer. Insomma, parliamone pure, ma con costrutto, senza precipitare in osservazioni paludate. E non scordiamo di mettere la pentola sul fuoco…

Stefano Buso

La frase della settimana

15 March 2010 - Commenti »

La cucina è di per sé una scienza, sta al cuoco farla divenire arte.

Gualtiero Marchesi

80 anni il 19 marzo

Auguri da CibVs

Considerazioni al dente di Stefano Buso

24 January 2010 - Commenti (16) »

E il risotto? Me lo pappo io!

Rifiutare recisamente un risotto anche se la carte propone altre allettanti opportunità? Ma scherziamo? Con qualsiasi ingrediente – resta sempre un bocconcino assolutamente fidato. Impossibile dire no – quando ti viene proposto, naturalmente…!

Ad esempio, il sottoscritto è spesso costretto a sfamarsi da solo, quasi in isolamento – e sentirsi negare un piatto di riso scoccia, eccome. Per la verità, sempre più i locali offrono porzioni mono-riso. In pratica, hanno abdicato ai diktat del “solo per due” in favore di una maggiore elasticità culinaria.

A voler essere pignoli, qualche resistenza qua e la c’è ancora. Francamente non credo si tratti di perfidia. È indubbiamente vero che allestire una pietanza di riso a regola d’arte è una mission piuttosto impegnativa – con riti (a volte veri e propri esorcismi) culinari intoccabili: preparare il soffritto, tostare il bianco cereale, mescolarlo sino alla fine, aggiungere il brodo bollente, mantecarlo con vigore… In parole povere, dedicarsi anima e corpo ad un risotto solo per un avventore è alquanto impegnativo. Missione in ogni modo fattibile, sia chiaro.

Anche di fronte a una sola ordinazione sarebbe auspicabile assecondare il desiderio del cliente che decide per il riso espresso – giustappunto, “espresso”, non precotto.

Un’altra considerazione è relativa alla presenza del riso nel menu. Imbattersi in potage di riso, timballi, risotti all’onda, al salto, sembra ormai un prodigio. Ritengo che sarebbe opportuno proporlo come sostituto ai soliti primi piatti, restituendo così il buonumore a chi apprezza il riso in tutte le sue declinazioni. Insomma, una pacifica tenzone della buona tavola – perché il riso ci intriga, anche se siamo in momentanea solitudine.

E se proprio il risotto è esclusivamente solo per due? In casi estremi, le istruzioni sono ovvie: mangiarne una doppia porzione!

Risotto e… risposte

Tostare il riso: sì o no? Certo che sì – la tostatura, piaccia o no, è una prassi importante. Dopo che il fondo (soffritto) si è rosolato e prima di coprire il riso di brodo (vegetale o di carne) bollente, o di sfumarlo con del buon vino, è fondamentale tostarlo a fiamma allegra. La tostatura serve per chiudere i pori del riso: in questo modo, tiene meglio la cottura e rimane al dente… altrimenti, avremmo del riso “bollito”…

Mescolare il risotto continuamente? Guai a non mescolare il risotto con un mestolo di legno. Si amalgama così l’amido alla preparazione che diversamente andrebbe sul fondo della casseruola facendo attaccare il riso.

Quale consistenza deve avere il risotto? Va da sé che dipende dagli ingredienti ma all’onda – cremoso e morbido – è sempre cosa buona e giusta. Troppo compatto o altresì liquido non sarebbe più risotto ma qualcosa d’altro…

Stefano Buso

CibVs per la mente

28 December 2009 - Commenti »

Ogni ragazza che sa cucinare può trovare un uomo che sa mangiare

CIBVS comicvs

2 December 2009 - Commenti »

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CIBVS per la mente

12 October 2009 - Commenti »

I baci non durano; saper cucinare sì.

George Meredith

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