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Terraliva: un olio, un ristorante, un agriturismo…

25 September 2011 - Commenti »

Questa storia è iniziata alcuni anni fa, quando, a cena nell’enoteca di un amico a Milano, assaggio un olio di oliva che subito mi fa cadere in uno stato di estremo piacere, felicità, beatitudine. È amore, lo so.

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Continuo a comprare questo olio, buonissimo ed eclettico, in enoteca: e quando il mio amico lo ha finito, decido di chiamare il produttore per farmi dire dove posso trovarlo.

Credo che il mio entusiasmo per quest’olio fosse percepibile anche per telefono, perché sono stato a parlare con il signor Cavarra, il produttore di Terraliva (questo il nome dell’olio, dell’azienda agricola agriturismo ristorante ecc: www.terraliva.com) per parecchio tempo, a chiacchierare su produzioni, concorsi e molto altro.

Dopo aver conosciuto il “padre” di questo olio durante un viaggio in Sicilia lo scorso maggio, torno in agosto per passare una notte nel loro agriturismo, che si trova a Buccheri, in provincia di Siracusa. Un’antica dimora del Settecento, immersa nella campagna tra i monti Iblei. Un silenzio incredibile. Proprio quello che ci voleva, visto che quello era l’ultimo giorno di vacanza prima del rientro.
Riprendiamo i discorsi dove li avevamo lasciati in maggio.
Parlare con il signor Cavarra mi fa capire quanto poco ne so dell’olio. Io mi sono sempre affidato al mio palato per gli acquisti, senza tante indagini o elucubrazioni mentali, un po’ come faccio per il vino: mi trasmette qualcosa? Sì, allora bene. Diversamente, scarto il prodotto.
Ma spesso mi piacerebbe saperne di più… e Cavarra mi ha aiutato.
Ormai la qualità dell’olio italiano è davvero ad altissimi livelli, e i produttori sono molti. Durante la mia permanenza in Sicilia, ho avuto modo di cenare in diversi locali che proponevano degustazioni di uno, due, tre, quattro olii: ma nessuno ha, secondo me, mai raggiunto la qualità, il gusto di questo olio Terraliva. Si tratta di un olio che partecipa abitualmente a tutti i più importanti concorsi, ottenendo numerosi riconoscimenti, e che ha mantenuto per 2 anni consecutivi le 3 olive nella guida Slow Food agli extravergini (2010 e 2011).
La produzione dell’olio inizia ufficialmente nel 2003/2004, dopo anni di prove e scarsi risultati. Finalmente Cavarra trova un frantoio che porta i primi risultati positivi, e nel quale affina le tecniche e la produzione. “Arrivano subito i primi riconoscimenti, che fanno da stimolo per migliorare continuamente la qualità. L’olio lo faccio prima di tutto per i concorsi. Poi lo vendo… e fortunatamente è molto apprezzato”.
Il signor Cavarra è una persona davvero speciale, dedita alla perfezione. Lo si vede in tutto ciò che fa. Anche la sua cucina è frutto di grande passione, e i piatti che ci ha proposto nel ristorante dell’agriturismo hanno conquistato il mio cuore oltre che il mio palato.
Sono vecchie ricette del territorio, che Cavarra arricchisce e firma con un segno indelebile.
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Un passaggio di ricchi antipasti: salsiccia stagionata, bruschette con pomodorini piccadilly, pecorino ed olio.
Polpette di patate farcite con mozzarella, frittelle di patate con cipolla, involtini di zucchine, le sue olive leggermente piccanti.
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La sua rivisitazione del formaggio all’argentiera con cipollotto origano ed olio.
La scacciata con le erbe.
Ravioli con pesto di fiori di zucca e ricotta di pecora conditi con olio, pane abbrustolito e mandorle.
L’involtino di manzo panato, farcito con verdure croccanti e scamorza ed accompagnato da una strepitosa insalata di arance arricchita da pinoli e uvetta di Pantelleria, oltre che la cipolla rossa.
Accompagniamo il tutto con il suo gradevole vino, un nero d’Avola.
Finiamo la cena con un dolce che dice essere brutto ma che è davvero ottimo: una torta al cacao e nero d’Avola con ricotta di pecora leggermente salata, salsa di cioccolato al vino e mandorle tostate.
Il ritorno a Milano sarà drammatico dopo queste cene siciliane e il rilassante silenzio di questo posto – nel quale del resto non funzionano i cellulari. Favoloso!
cVs

BlogVs da leggere: Liccamuciula racconta…

10 September 2011 - Commenti »

I biscotti di mandorla dei Sioux

di Liccamuciula

Tutte le storie ne sussurrano una: quella che non racconteremo e che pure tutti dovremo vivere.

Se valgono qualcosa, ci conducono altrove, e dilavano i confini tra questo mondo e un altro.

Nel frattempo, le storie insegnano, testimoniano, liberano e  gridano, innamorano. Tirano i capelli a ragazze addormentate da secoli e fanno rifiorire lussureggianti bellezze che il tempo ha trasformato in resina.

Vivo in un villaggio di pescatori, dove sei barche e cinque famiglie sono tutto ciò che rimane di una storia memorabile di uomini, di maree, di enormi pesci guizzanti dal fondo salato e oscuro della natura.

Alcuni nomi – buffi, gentili o austeri – splendono contro l’arenaria che sigilla le vecchie storie della tonnara di Marzamemi.

Il villaggio è tutto in arenaria bionda e bianca, come Angelica nell’Opra dei pupi, e, nonostante la cintura di brutte case nuove e gli aculei di baretti in stile metropolitano, non mette in fuga le ombre. Ecco, posso chiamarle per nome ed esse non interrompono il lavoro quotidiano – conzare reti o impastare o girare enormi cauraruni di cibo: la mia voce è un fruscio estraneo che lascia un velo dolce di stupore sui volti concentrati a vivere semplicemente.

Ci vuole molta fatica a vivere semplicemente, e loro, gli abitanti del villaggio, sono ben lontani dal  saperlo: le loro storie sono già nel luogo profondo e sicuro in cui tutto si possiede d’istinto.

Posso chiamarli per nome.

Matticana, che svegliava alla pesca gridando: ciurma a mare!

Raisi Catrini, detto il Principe.

Sua figlia Nina, cui la Madonna promise di morire giovane, al posto di una figlia.

Donna Sara, maestra cuciniera di sugu e di salsa.

Lisa, che tagliava le tempeste col coltello.

Oggi, nessuno sa più cosa sia una tonnara, anche se nelle edicole dei nostri paesi si trovano  saggi e racconti, più o meno leggibili e puntigliosi, che spiegano quando e come si calavano le reti  ingegnose e terribili, come si pescava questo enorme pesce babbasuni, buono di carne e di indole, terrorizzato da rumori e colori sgargianti. Le tradizioni delle tonnare della costa occidentale si mescolano con testimonianze e racconti di quelle della costa orientale e calabresi, in un inafferrabile ed enfatico miscuglio di notizie tecniche, memorie e foto d’epoca, che mi hanno sempre fatto sentire una  ragazza Sioux. Esattamente come i nativi americani costretti in una riserva, ho sempre sentito che qualcosa mi era stato tolto, e che tutta questa storia, per quanto attraente e colma di insegnamenti circa la felicità di tempi in cui non c’era la luce elettrica e i tetti erano rossi di conserva, non mi conquistava né mi apparteneva.

Oggi so, dopo una lunga circumnavigazione intorno a terre a malapena emerse, e grazie al cortocircuito tra memoria, studio ed uno strano temperamento, che c’è in quella storia – la micro-storia di un villaggio-tonnara abbandonato come un relitto d’oro tra Ionio e Mediterraneo –  un nucleo incandescente.

Appare appena, come l’aura di un tramonto, tra le mani di Matticana e donna Sara.

Splende come un anello tra le dita di Raisi Catrini, di Nina, e di tanti abitanti del vecchio villaggio.

Cerco quello splendore, interrogo il suo significato, nella caligine fresca di una cattiva annata, di una stagione buia e senza pesce nell’estate di tanto tempo fa.

Le barche nere della tonnara, snelle e cupe come il traghetto di Caronte, uscivano a tentare il mare, e tornavano con la loro fierezza appannata. La rete dei tonni le prendeva in giro, ciondolava vuota tra le onde profumate, tanti mesi dopo la cala dei gabbioni.

I tonni, stranamente svegli e accorti, se ne stavano alla larga, e tutto l’armamentario della tonnara, comprese l’ipnotica nenia della cialoma, la camera della morte, e le mani svelte dei bambini che avrebbero smistato i pesci piccoli, restava bloccato in un incantesimo, attendendo il risveglio febbrile della grande pesca.

Allora, un pezzo di cappotto, lercio e scuro, avrebbe sventolato dallo scieri del Raisi, a segnalare la pesca di cento tonni. Il Principe avrebbe sorriso soddisfatto, chiudendo gli occhi sul furto di qualche pezzo d’uovo di tonno o di palamito.

Sarebbe stata la buona annata invocata da una cialoma famosa, non il canto di lavoro della tonnara di Marzamemi, di cui rimane poca e rimaneggiata traccia: la mia gente, ad certo punto, non ha più avuto bisogno delle sue memorie, poco utili nelle città del Nord o nei quartieri piccolo-borghesi del capoluogo di provincia. Si conserva ciò di cui si ha bisogno, ed una vela così bianca da sembrare azzurra non occorre a chi deve contare bulloni o sposare la figlia ad un impiegato dell’anagrafe, su in città.

In ogni caso, quell’estate di penuria e di tonni sperti aveva bisogno di storie, di gente coraggiosa, e di vino rosso per cancellare il livore. Il mare si era semplicemente chiuso, incollando le sue valve come una donna strega, una maiara. Il Principe proprietario della tonnara chiamava il suo omonimo, il Raisi Catrini detto Principe, il cui titolo assai più illustre e svettante derivava dai regni marini, e  gli strofinava faccia e muso nella polvere davanti ai suoi uomini.

Il Principe proprietario veniva, con ogni probabilità, da una grassa famiglia di raisi o forse commercianti di pesce calabresi: dopo aver comprato il titolo, un paio di secoli dentro le stanze afose e preziose dei palazzi nobiliari di Noto avevano cancellato certe grossolanità, ma non l’occhio svelto nel contare tonni e nel registrare il valore dell’annata, nel capire quanto la radice preziosa della loro ricchezza, la tonnara di Marzamemi, avrebbe reso quell’anno. Nell’anno in cui accadde questa storia la radice era come disseccata, e il colpevole era il Raisi Catrini.

“La piuma di gallina, signor Raisi, ve la dovete infilare ’ndo culu. Manco lo straccio bianco dei dieci tonni avete portato.”

Il Principe arrancò furioso dalla porta affacciata sul baglio del palazzo, verso l’ombra verde del grande albero di fico. Si fermò, imitando la spennellata con cui, chino dalla barca, il Raisi faceva in mare una lente d’olio da cui osservava i flussi dei tonni.

“Questa ce la dovete stricare a vostra moglie, e mettetevi a fare il capo che siete, capo di pesci, no di viddani.”

Il Raisi pregò che la moglie non stesse sentendo. Quella era dappertutto come un diavolo, la Raisa, che comandava in terra quanto lui in mare. Era piccola e brutta e lui alto e bellissimo. L’aveva sentita cantare in chiesa a Portopalo e l’aveva voluta, onesta, pulita e luciferina, così com’era, si era fidato della sua voce aspra, che controllava e sovrastava tutte le altre.

“Ora,” continuò il Principe, “o qui i tonni arrivano e allora facciamo finta di nulla e facciamo festa… oppure ’ama a cominciare a raggiunari, dobbiamo ragionare, di chi vi dà da mangiare e da dormire questo inverno, perché da qui, ve ne dovete andare tutti, tutti insieme in una notte, picciriddi magari, come gli Ebrei nel deserto, signor Raisi.”

Il Raisi del mare e dei tonni sapeva tutto. I suoi uomini lo rispettavano come un vero capo: non beveva, non bestemmiava, e al contrario della moglie, era di bocca pulita e forbita, le rare volte in cui si udiva discorrere la sua voce. Aveva mustacchi ordinati, schiena forte, voce dolce e composta. Del mare sapeva tutto. Se i pesci non arrivavano non era cosa che gli uomini potessero ragionare. Quello che si ragionava e si decideva, era stato fatto.

E perché a Scopello o Pizzo si calava la rete per san Giorgio, ad aprile, anche se il signor tonno arrivava un poco più tardi? Non lo sapeva il Principe? San Giorgio scannava la bestia a forma di drago, di serpente, ma sempre bestia era, sempre diavolo. Il tonno pure da lì veniva, da cose che andavano piegate con la lancia dei santi, con i coltelli delle maiare, cose che non si potevano ragionare.

Un Raisi deve portare pazienza, avere un cuore coraggioso più per gli uomini che per la tempesta. Perché in quel mare tiepido e chiuso rischio di morte ce n’era abbastanza, ma era più forte il rischio di non essere più niente, di scivolare atterrato con le gambe molli.

Raisi Catrini guardò il pezzo di cappotto lercio sul fondo dello scieri, la bandiera agognata della pesca grossa. Veniva dall’abito di nozze di un pescatore di Santa Panagia, che era morto mangiato dal male niuro e prima di morire a venticinque anni aveva saldato il suo conto con il mondo dei tonni, di san Giorgio e delle ombre bagnate, stracciando i suoi vestiti e facendo a pezzi le quattro masserizie che possedeva.

Non sapeva il Raisi, che di lì a poco il pezzo di cappotto avrebbe sventolato molte e molte volte, contro il mare che adesso aveva spalancato le sue valve, scandendo le giornate straordinarie di quella che diventò una stagione di pesca memorabile.

Il Principe fece radunare il Raisi e i suoi uomini nella Loggia della tonnara, enorme tempio di pietra zuccherina, dagli altissimi tetti da cui pendevano i tonni squartati. Fece portare, per festeggiare la buona annata, vassoi carichi di biscotti di mandorla, quelli spolverati di bianco, con il capezzolo di ciliegia rossa.

“Ciurma!” disse il Raisi, fermando i suoi uomini.

Con quel gesto Raisi Catrini, monaco delle schiume marine e capitano di canali sotterranei, non fermava solo il desiderio di chi quei biscotti da principesse li vedeva, forse, solo a Natale,

“Ciurma” disse il Raisi. Si avvicinò a un tonno grasso e lucente, gli mise in bocca un biscotto. “E’ a lui che dobbiamo ringraziare, Voscienza, Principe”  disse.

E se ne andò, seguito dai suoi uomini, senza toccare un biscotto.

Il biscotto che Raisi Catrini, ultimo raisi della tonnara di Marzamemi, mio bisnonno, mise in bocca al tonno finalmente incagliato insieme ad altri cento, era l’equivalente della lancia di san Giorgio – il suo speculare contrario.

Qualcuno potrebbe vedere in quel biscotto un piccolo pezzo di dignità ricomposta, da parte di uomini di mare e di fatica che talvolta ricordavano, con un semplice gesto, l’esistenza di altre gerarchie, forse brutali quanto quelle del mondo dei rigattieri diventati nobili, ma scaturite da un altro scenario. E di certo, il biscotto del Raisi Catrini era anche questo.

Ma era anche l’offerta al mondo delle creature primigenie e misteriose, un pezzo della mappa di luoghi diurni e assolati in cui vivi e morti camminavano insieme, condividendo cibo, fatiche, canzoni. Conoscere,  o almeno immaginare quel mondo,  trasforma i relitti in cose vive, vere barche che solcano e trasformano mari di inutilità e solitudine in un grande coro che respira e consola.

Avvicina al nucleo incandescente che un’antica comunità di pescatori stremati, bambini magri e donne sdentate anzitempo alimentava e custodiva,  e fa si che le ragazze Sioux possano ancora oggi innalzare un canto per la pioggia e per la vita, al di là delle curiosità dei turisti e della retorica dei bei vecchi tempi che non servono più a nessuno.

Resta ancora da dire da dove arrivavano i biscotti che il Principe offrì alla sua ciurma.

Forse da Noto, cittadina sonnolenta dove una sfavillante residenza, ricamata da maschere e frutti, perpetua il nome di quella  casata. Non erano certo i biscotti di Nina, la figlia del Raisi Catrini, mia nonna: piccoli e profumati di limone, decoravano una mensa semplice e sapida, dove tutto sprigionava storie.

Quando mia madre, erede della mano prodigiosa di Nina, prepara i biscotti di mandorla, le porte della cucina si spalancano e le piccole ranocchie che saltellano tra i vasi di gerani si avvicinano incaute. Nina canta Lazzarella alle sue bambine, strizza l’occhio alla Madonna, ricordandole  il loro patto.

Biscotti di mandorla di Nina

1 kg di farina di mandorle

1 kg di zucchero

da 8 a 10 chiare d’uovo

buccia grattugiata di 3 limoni siciliani, non trattati

ciliegie candite rosse e verdi

un cucchiaio di miele

Impastare la farina di mandorle con lo zucchero e le chiare d’uovo. Aggiungere le bucce di limone finemente grattugiate e un cucchiaio di miele, lasciar riposare l’impasto per un’ora. Porre l’impasto, che dovrà risultare molto morbido, in una tasca da pasticciere con il beccuccio argentato. Formare delle piccole palline, schiacciarle leggermente e porre su ciascuna una ciliegia candita.

Infornare nel forno preriscaldato a 180 gradi e cuocere per quindici minuti circa. Conservare in una grande boccia di vetro infiocchettata.

Liccamuciula

http://www.liccamuciula.it/

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La tuma all’argentiera di Simonetta Agnello Hornby

23 May 2011 - Commenti »

“La tuma è il primo pecorino senza sale, umido e di consistenza elastica; quella di qualità migliore si riconosce perché zirria – stride – sui denti. è scipita, ma si marita benissimo a una infinita quantità di sapori e di ingredienti nei piatti poveri. A casa nostra la si cucinava solo in quella pietanza dal nome affascinante – tuma all’argentiera – che evocava in me immagini di bagliori di candelabri, porcellana fina e tovaglie impreziosite di merletti. Ricordo ancora la mia delusione quando la mia amica Chicchi mi raccontò che quel piatto doveva il suo nome a un argentiere caduto in bassa fortuna; per nascondere la propria indigenza ai vicini curtigghiari, li gabbava cucinando sapientemente una fetta di modestissima tuma come se fosse un succulento filetto, con tutti gli aromi, e quelli ci cadevano! Ma a quel punto anche Chiara e io cominciammo a immaginare di prendere in giro i vicini, nel nostro caso inesistenti, e a divertirci moltissimo ogni volta che ci trovavamo nel piatto la tuma all’argentiera.

Caterina soffriggeva una cipolletta tritata con una cucchiaiata abbondante d’olio, sua personale variante alla ricetta. Quando diventava rosata adagiava le fette di tuma, alte un centimetro, nella padella e dopo averle fatte bruciacchiare da un lato le girava dall’altro; quindi aggiungeva dell’aceto di vino bianco, alzando la fiamma per farlo sventare velocemente, e all’ultimo, sale, pepe e una spruzzata di origano. A quel punto copriva la padella con il coperchio per mantenere calore e aromi, prima di portarla a tavola e servirci.”

S. Agnello Hornby,  Un filo d’olio, Sellerio 2011

CibVs per la mente

26 September 2010 - Commenti »

“La mia cucina è totalmente ispirata alla Sicilia. Poiché credo che l’origine del cibo sia il bisogno di nutrirsi e di ottenere con pochi ingredienti il miglior risultato, la mia cucina valorizza i prodotti che la terra ci regala.”

Filippo La Mantia

www.filippolamantia.com

Il CibVso della domenica

26 September 2010 - Commenti (25) »

Filippo La Mantia

intervistato da Stefano Buso

Filippo La Mantia è un professionista preparato e appassionato del suo bel mestiere. Ascoltarlo mentre descrive i piatti da lui creati, che richiamano l’essenza della sua terra, la Sicilia, è davvero emozionante. Sapori agrodolci che richiamano il mare, il vento, il sole, e quindi la vita.

Quella di La Mantia è indubbiamente una cucina oltre ogni corrente e moda effimera. In un certo senso, nelle sue pietanze c’è il suo modo di essere, la sua energia ed esperienza.

Assaggiare le sue ricette è come affrontare un viaggio ricco di suspense e piacevoli colpi di scena…


  • La tua è una cucina ricca di colori e fragranze che richiamano la freschezza, il mare, la vita… sei d’accordo?

Sono nato con questi dettagli presenti nella mia vita. La cucina mi ha accolto con tanta gioia. Il ricordo costante è quello di mia madre che cucinando cantava. I profumi di agrumi, il basilico, la menta, i capperi e il sedano mi hanno sempre seguito. Quasi avessero composto la colonna sonora della mia vita. Amo la mia terra, tutti gli elementi che la compongono e il mio lavoro. Il mare è sempre stato un momento univoco fra la tradizione e la tavola. Ho vissuto tanti anni a Mondello e il contatto con i pescatori era totale. Il pesce, quando è fresco, non ha bisogno di nulla. Va solamente condito con un olio buono e una goccia di limone. Il resto è superfluo…

  • Parliamo di cucina regionale, quella della tua terra: i piatti che ami, quelli dei tuoi ricordi d’infanzia e… uno in particolare.

Il piatto che amo di più è la caponata di melanzane. È l’unione esatta tra convivialità, famiglia e amore. La caponata veniva realizzata dalle donne, nelle domeniche estive, e tutto sapeva di salsa, basilico e… melanzane. L’agrodolce serviva per conservare questo piatto meraviglioso anche una settimana. Era il cibo indispensabile per gli uomini che andavano a lavorare nei campi o in mare, a pescare. Quindi, un cibo confortevole, nutriente e universale. Oggi è diventato il piatto simbolo della mia cucina.

  • Da tempo, la cucina cerca più di sbalordire che di curare l’essenza dei piatti. In generale, evitando modelli ed esempi, cosa ne pensa Filippo La Mantia?

Rispetto ogni idea e persona. La cucina, oggi, ha molti interpreti. Chef che hanno contribuito a un’evoluzione straordinaria del cibo. Mi sento uno degli ultimi arrivati in questo meraviglioso mondo. Il lavoro del cuoco è faticoso. E la creatività non deve mai mancare. Però ho sempre avuto le idee ben chiare. Odio i ciarlatani, i venditori di fumo, quelli che si sentono arrivati perché “affermano” di esercitare da anni, quindi il loro dire è inopinabile. Ma non è così! La vita insegna che l’estro, la fantasia, la libertà di azione e… soprattutto l’onestà d’animo premiano sempre, e talvolta in fretta. Il cibo deve conservare la propria essenza. Non dovrebbe sbalordire per forma o per composizione. Dovrebbe avere storia e, nello stesso tempo, essere attuale e moderno. La leggerezza è senz’altro il denominatore comune “del progetto” che i cuochi portano avanti nelle loro realtà. La cucina concettuale non la capisco, comunque, come dicevo prima, sono rispettoso delle scelte altrui. Penso però che attorno al cibo prendano forma fenomeni sbagliati, eccessivi. In questo momento c’è troppa attenzione attorno al mestiere del cuoco, una professione alquanto impegnativa e di sacrificio, come lo è amministrare un locale, grande o piccolo che sia. Troppi riguardi per la cucina e… pochi per il servizio di sala, che spesso delude.

  • Cosa significa per te mangiare bene?

Mangio bene quando sto bene con me stesso! Spesso i cibi straordinari sono indicati per alcuni ma per altri no! Il cibo è molto soggettivo… Il palato memorizza i gusti sin dall’infanzia, facilitando la sensibilità, e così il cibo diventa sacro. Amo alcuni elementi, che dopo esser stati trasformati rappresentano una melodia. Forse ad altri non dicono proprio nulla… ma chi se ne frega! Io, in fin dei conti, cucino solamente quello che mi appassiona e piace.

  • Un vino che ami in particolar modo?

Lo Zibibbo. Prediligo i vini da meditazione. Amo sentire quello che una terra impossibile come quella di Pantelleria produce. Ho dei ricordi straordinari nella cantina di De Bartoli. Pane, paté di capperi, pomodorini secchi e Zibibbo… che altro?

  • Un collega che stimi per estro e bravura?

Davide Oldani! Probabilmente dal punto di vista professionale siamo gli opposti, tuttavia è una persona che stimo molto. Ha fatto del suo lavoro un’autentica filosofia. Ha inventato un progetto straordinario, ed è un cuoco fantastico.

  • Il tuo nuovo ristorante a Roma, come va?

Il mio nuovo ristorante è andato ben oltre ogni più rosea previsione. Da quando ho aperto non mi sono più fermato. Ad un anno dall’apertura, ho stimato una presenza (serale) di ben 26.000 coperti. Penso sia un record, a dispetto della critica che mi dava per “spacciato”. Per qualcuno il mio era l’ultimo ristorante d’Italia, e forse lo sarà ancora. Tuttavia il verdetto finale è del commensale. Loro, i clienti, sono importanti. Il cibo o è buono o cattivo… se è saporito, curato nei dettagli, i clienti ritornano.

  • Progetti, finalità obiettivi?

Già verso fine estate (estate 2010 n.d.r.) sarò pieno di prenotazioni, eventi privati e istituzionali. Ma in fondo è sempre un bel gioco. Il mio motto è: ogni giorno è il primo giorno, non ti rilassare mai e ringrazia Dio per tutto questo!

Un saluto a tutti i lettori e amici di CibVs.com!

Intervista a Filippo La Mantia di Stefano Buso. Fotografie  di Gianmarco Chieregato

I cannoli di Camilleri

22 September 2010 - Commenti »

La prima cosa che il commissario notò sopra la scrivania di Pasquano, ‘n mezzo a carte e fotografie di morti ammazzati, fu una guantera di cannoli giganti con allato ‘na buttiglia di passito di Pantelleria e un bicchieri. Era cosa cognita che Pasquano era licco cannaruto di dolci. Si calò a sciaurare i cannoli: erano freschissimi. Allura si versò tanticchia di passito nel bicchiere, affirò un cannolo e principiò a sbafarselo talianno il paesaggio dalla finestra aperta. Il sole addrumava i colori della vallata, li staccava nettamente dall’azzurro del mare lontano. Dio, o chi ne faciva le veci, qua si stava addimostrando un pittore naïf. A filo d’orizzonte, uno stormo di gabbiani che se la fissiavano a fare finta di scontrarsi tra loro, in un virivirì di piacchiate, virate, cabrate che parivano ‘na stampa e ‘na figura con una squatriglia aerea acrobatica. S’affatò a taliarne le evoluzioni. Finito il primo si pigliò un secondo cannolo.

Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, Palermo 2008

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A CibVs piace…

12 June 2010 - Commenti »

Una serata all’insegna della sicilianità mercoledì 16 giugno 2010: due spettacoli, con inizio alle ore 21,00,  al Piccolo Teatro Studio, provenienti dal Teatro Garibaldi di Palermo:  Lucio, di e con Franco Scaldati, sotto forma di lettura, un testo visionario e poetico in lingua siciliana, e Sutta Scupa di Giuseppe Massa, immerso nella realtà del precariato e della disoccupazione. Gli spettacoli, della durata di un’ora circa l’uno, sono ad ingresso gratuito, e fanno parte del progetto Masterclass 2010 – La casa delle scuole di teatro.

Da segnalare la proposta per il dopo teatro del Ristorante Bassa Marea, in via Anfiteatro, che propone dalle 23 un buffet di specialità siciliane. Si tratta di una sinergia interessante, intelligente, che unisce la cultura teatrale e quella materiale, culinaria, che probabilmente potrà fornire spunti ulteriori di riflessione…

A CibVs piace l’unione, la mescolanza di linguaggi e media diversi, ma con una cultura comune, come in questo caso…

Emanuele Bonati

A tavola con… LEONARDO SCIASCIA

25 September 2009 - Commenti »

Da Occhio di capra (Einaudi 1984)

Nel braciere ardeva la carbonella di scorze di mandorle che residuava dal forno (per chi poteva permettersela: ché i poveri avevano, dagli sgroppi delle fave, più effimera brace). Vi si cuocevano le uova, la salsiccia, il formaggio, le sarde salate: che prendevano sapore impareggiabile. A farne profumo, vi si facevano bruciare le bucce delle arance.