Riceviamo dalla Tenuta Monte Laura un’altra proposta interessante – e un altro scorcio su una zona e su un ambiente…
Lo “zuzzero” è una pasta fatta a mano tipica di Forino, il penultimo comune della provincia di Avellino che va verso Salerno. Le dimensioni di un singolo pezzo devono essere tali, secondo un’antica tradizione, che un suo lancio sia sufficiente ad ammazzare un gatto…
Oltre alle dimensioni, le particolarità di questa pasta sono la grossa capacità di ritenzione del sugo, che avviene sia per la rugosità della superficie che per la capiente gobba centrale, e una callosità tale che si può mangiarla anche riscaldata, che non scuoce.
La preparazione della pasta richiede una miscelazione di farine di grano tenero e di grano duro nel rapporto, rispettivamente, del 70% e del 30%. Se si volesse la pasta ancora più callosa, basta aumentare la percentuale di farina di grano duro.
L’impasto è il solito, a fontanella, aggiungendo solo acqua e lavorando ben bene la “pagnotta” ottenuta. Si formano dei rotolini di cm.1,5 di diametro che vengono poi tagliati a cm 4/5. Ogni piccolo cilindro deve essere “tirato” con il pollice in senso longitudinale e successivamente risvoltato con l’indice della mano destra ed il medio della mano sinistra.
Riposti poi singolarmente i zuzzeri allineati su di un vassoio di cartone da pasticceria, procediamo alla preparazione del sugo che essendo abbastanza veloce, ci autorizza a mettere già sul fuoco l’acqua per la pasta. Per il sugo mettiamo un filo d’olio nella padella e facciamo un soffritto con 1/2 cipolla e 100 gr di lardo a tocchetti (si devono vedere).
Calare successivamente cinque o sei pomodorini tagliati in quattro e sfumare con mezzo bicchiere di Fiano di Avellino.
Gli zuzzeri, vista la consistenza, necessitano di una cottura che duri almeno 20 minuti,dopodiché scolare la pasta, spadellarla e impiattarla con sopra una “neve” di ricotta di pecora salata.

Riceviamo (grazie mille!!) e pubblichiamo questa interessante ricetta dalla Tenuta Monte Laura in Irpinia, a Celzi di Fiorino (Avellino).
Questa antica ricetta contadina dell’Irpinia risale alla notte dei tempi, e come tutte le ricette della nostra economia rurale è improntata al recupero di ogni parte dell’animale e quindi al risparmio. In questo caso le parti da recuperare sono la pelle e le interiora: la pelle si recupera perché il coniglio non si spella ma si spenna, le interiora (sia del coniglio che del cappone) vengono usate per l’imbottitura del cappone.
L’imbottitura del coniglio (l’animale deve pesare almeno 4/5 kg) si realizza sottopelle, dopo aver separato la stessa dalla carne introducendo la mano tra i due elementi a incominciare dalla pancia dell’animale. Creata così una sorta di sacca, si procede a riempirla con un composto precedentemente preparato con 20/25 uova, gr 500 di formaggio stagionato almeno 10 mesi, metà di mucca e metà di pecora, preferibilmente caciocavallo podolico e carmasciano, e prezzemolo finemente tritato. Riempita tutta la sacca, si procede, così come fa il chirurgo alla fine dell’operazione, a dare i necessari punti di sutura affinché l’imbottitura non fuoriesca durante la cottura.
Per il cappone, la fase più importante è la preparazione dell’imbottitura. Si rosolano i fegatini a mezza cottura, con sale e pepe; vanno poi amalgamati con gli stessi formaggi usati per l’imbottitura del coniglio, con l’aggiunta di uva sultanina e pinoli. Stessa pratica “chirurgica” per la chiusura e via in pentola.
A questo punto, rosolatura contemporanea nella stessa teglia, bassa e larga, del coniglio e del cappone, per chiudere i pori della pelle al fine di conservare, durante l’estenuante successiva cottura (di almeno tre ore), gli umori delle carni all’interno dell’imbottitura, che diventa così la parte più saporita.
Trasferimento del tutto in un pentolone sufficientemente capiente, dove è stata già fatta imbiondire della cipolla tagliata a tocchetti e… sanmarzano fino a copertura.

Non ci resta che aspettare che il miracolo si compia…


