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Il nonno dell’aperitivo: andar per bàcari con Anna Maria Pellegrino

3 February 2012 - Commenti »

Aperitivi a Milano? Non solo! Cominciamo dalla “preistoria” dell’aperitivo: i “bàcari” veneziani (anche se forse ancora prima si potrebbe risalire al mulsum degli antichi Romani).

I “bacari” (termine la cui etimologia è da collegare al dio Bacco) erano i vignaioli e i vinai che si recavano a Venezia con le loro botti di vino per venderlo al bicchiere in Piazza San Marco. I bacari si mettevano all’ombra del campanile per proteggere il vino dal sole, e si spostavano per seguirla: da qui il nome di “ombra” dato al bicchiere di vino, venduto spesso con piccoli spuntini.

28 gennaio 2012 ore 16:00: la Stazione Venezia Santa Lucia, sferzata dalla bora siberiana, ha visto, puntuali come orologi svizzeri, i primi partecipanti a #Bacari baciarsi ed abbracciarsi e subito dopo dirigersi verso la Venezia dei Veneziani, destinazione Rialto, attraverso Campo San Giacomo dell’Orio (nelle vicinanze del Museo di Storia Naturale), Santa Maria Mater Domini, San Cassiano per giungere in zona Pescheria – che purtroppo chiude alle ore 12.00 tutti i giorni ed è ovviamente rigorosamente chiusa al lunedì; di conseguenza non siamo andati ad acquistare il pesce, ma ce lo siamo gustato già cotto, grazie ai cicheti dei Do Mori, l’osteria più antica di Venezia (datata 1462), nonché una delle più affascinanti, in un corridoio tra due calli difficilmente localizzabile per chi non è del luogo (ma forse sono proprio i Do Mori che non vogliono farsi scoprire).

Dopo il battesimo con il primo cibo di strada che l’occidente abbia conosciuto (affermazione rigorosamente storica e assolutamente di parte), un po’ più allegri e sciolti ci siamo diretti verso il famoso “chiosco” di Santa Maria Formosa, situato in un crocevia di calli che vede l’incessante incrociarsi di veneziani più o meno affaccendati. Il bello è sedersi davanti a uno spritz in formato “normale” (per i locali: corrisponde a un formato “flebo” per i foresti), a uno dei tavolini, rigorosamente ed esclusivamente all’aperto, circondati da piccioni curiosi, per osservare l’energia della tipica “Camminata Veneziana” (e vi preghiamo di prestare attenzione ai polpacci dei locali: non trovate anche voi che avrebbero fatto invidia a Claudio Gentile?).

Nel frattempo è diventato buio, ma non ci siamo persi d’animo e, per raggiungere un altro bacaro storico, Al Ponte, abbiamo attraversato Campo San Giovanni e Paolo (alias San Zanipolo, nickname che deriva dalla tipica contrattura che i veneziani amano applicare ai santi e ai fanti…). E lì tutti ad ammirare l’ingresso più bello del mondo, se si considera che si tratta di un ospedale civile (visitabile fino all’inizio degli ambulatori e fino alle 21.00), trattandosi infatti della Scuola Grande di San Marco (una delle sei scuole devozionali “maggiori” della Serenissima).

Al Ponte è un’osteria più recente (ma ha comunque un buon numero di decenni alle spalle),  ma anch’essa molto amata dai veneziani, che si ritemprano con la classica “ombra”, l’unità di misura preferita dal Bacco lagunare, caratterizzata anche dal tipico bicchiere svasato in vetro, che assomiglia (incredibile!) a quello in cui ancor oggi, anche nei Balcani, viene servito il caffè turco.

Non eravamo molto provati (e con il freddo che faceva l’alcool veniva metabolizzato a una velocità che neanche i  neurini), per cui abbiamo proseguito verso la tappa dell’Antica Adelaide – che lungo il tragitto ci ha visti  privilegiati ospiti della Chiesa dei Miracoli, situata nell’omonimo Campo dei Miracoli. Si tratta di un vero e proprio gioiello, uno dei primi esempi di arte rinascimentale a Venezia – e uno dei primi esempi di “costruzione chiavi in mano” perfettamente riusciti. Un mercante lombardo, Antonio Amadi, possedeva un quadro ritenuto miracoloso, una Madonna con Bambino, e volle costruirci una chiesa attorno. Si affidò alla scuola di Pietro Lombardo che, assieme ai figli Antonio e Tullio, dal 1481 al 1489 diede vita al progetto, alla costruzione e alla decorazione di questo autentico capolavoro.

E così, con gli occhi e il cuore carichi di decorazioni marmoree che sembravano cesellate da Benvenuto Cellini in persona, siamo giunti all’Antica Adelaide, osteria riaperta da Alvise e riportata al suo splendore caratteristico dopo anni di incuria. Si tratta di una delle osterie veneziane più cariche di storia, con la sua stanza del latte, quella in cui le donne di Campalto portavano dalla terraferma il latte delle mucche che allevavano e nella quale si riposavano prima di lasciare Venezia per ritornare a Campalto via mare. Allora il Ponte della Libertà non era ancora stato costruito!

Abbiamo mangiato dei bigoli al torchio con scampi freschissimi, un risotto al nero da tripla stella e soprattutto le prime frittelle della stagione, preparate con il lievito madre.

Dall’Antica Adelaide al punto di partenza il tratto più breve è la Strada Nuova, che viene normalmente percorsa dai turisti… e che noi non abbiamo fatto, preferendo il tragitto che attraversa il Ghetto (Nuovo e Vecchio), per arrivare Al Paradiso Perduto, storico locale, situato in Fondamenta della Misericordia, che vide concretizzarsi le canzoni dei Pitura Freska – tra le quali la mitica “Pin Floi”, dedicata al concerto-disastro che i Pink Floyd tennero in laguna nel 1985 (ricordate? “Persi par persi, ndemo a consolarse, / ndemo al Paradiso a inbriagarse”…).

Ho tolto le scarpe alle 3 del mattino – ma ero già pronta a ricominciare!

Avviso ai naviganti: per chi avrà gradito questo tour invernale con l’infaticabile socia Elisabetta Tiveron stiamo meditando una “late spring edition” (verso maggio… prima che faccia troppo caldo) con diverso itinerario (e sempre fuori dalle rotte turistiche).

Per informazioni: Elisabetta Tiveron, bettipanemiele@gmail.com, o Anna Maria Pellegrino, lacucinadiqb@gmail.com

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Prolegomeni all’epitomatura dell’aperitivo

30 January 2012 - Commenti (3) »

Foto di Bruno Cordioli.

***

L’aperitivo. Una forma di intrattenimento manducatorio-potabile che si presenta, ai nostri giorni, in una serie di modalità espressive che a una base comune – bevi intanto che ti faccio mangiare qualcosa di salato che così ti viene sete e bevi ancora e mangi qualcosa di salato che ti viene sete… – sovrappongono libere interpretazioni contenutistiche, economiche, etiche.

Modalità minimal. Una insalatiera, un tovagliolo di carta, frantumi di patatine ormai ammollate e ipersalinizzate dal succedersi dei giorni di esposizione. Olive in una scodellina, saclà denocciolate. Arachidi. Qualche cetriolino cipollina sottaciuti sottaceti.

Modalità tocco di classe. Vari modelli di similpatatine mais formaggio grigliate fiammiferate aromatizzate paprikapomodorooliverosmarinobasilico puffose spugnose; i popcorn; gli anacardi.

Modalità esotica o melting cauldron. Base irrinunciabile, che lo rende riconoscibile da lontano: chips triangolari di mais e salsa piccante, che fa tanto latinoamericaneggiante. Per giustificarne l’internazionalità si propongono contenuti fra i più disparati: coucous con la trippa, insalata fagioli e fragole, patate arrosto con cavolfiore bollito, …

Modalità veggie. Filetti di carotine svenute, gambetti di sedano svaporati, peperoni rattrappiti, cetrioloni ormai in declino, finocchi demodè. Serviti su tovagliette alla zingaresca hippieggianti. Patatine al kamut, pop corn di crusca.

Modalità ecosensibile autoriciclante. Primi piatti di mezzogiorno rigenerati gratinandoli con la fiamma ossidrica, panini già ripieni affettati o quadrettati, cotolette dall’età indefinita ritagliate porzionate abbellite con rucola e pomodorini (gli stessi da almeno una settimana), focacce pizze a pezzi più per tendenza autodistruttiva che altro, verdure decomposte.

Modalità megaupload. Teorie di piatti piattoni vassoi di contenuti disparati disperati: piramidi di formaggi di unica provenienza (sottilette rapprese, monoblocchi di mozzarellunta) tagliati a dadi losanghe palline per spacciarli come diverse tipicità casearie (diffidare dei finti erborinati, e dei formaggi cosiddetti tipici della tundra conservati nel muschio di yak…); catafalchi di olive nere verdi e stranamente gialle; pozzi di peperoncini in decomposizione per autocombustione dovuta all’eccesso di capsicina; concrezioni stratificate di tartine panini sandwich tramezzini consistenti di fettine di pane fra fette di pane con aloni di salumi e formaggi; teorie di bandierine polinazionali a segnalare la sottostanza di stuzzicadenti appuntati su qualcosa di  teoricamente commestibile; calderoni di pasta pasticciata, non all’insegna della ricercatezza culinaria ma dell’inopinato smarrimento del ricettario di casa; insalate di riso made in taiwan; trionfi di bastoncini da cocktail (dis)adorni di frutta avanzata dai cocktail della zona vip la sera precedente…

Modalità Milano. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Modalità bacaro. Ne ha parlato Anna Maria in Tanto CibVs Quanto Basta qualche giorno fa: un invito alla riscoperta di ritualità ormai desuete, di una socialità alternativa; chissà com’è andato il suo #Bacaro Tour… Aspettiamo notizie.

Emanuele Bonati

Che fi-punto-gata!!

31 October 2011 - Commenti (4) »

Allora: ho cercato a lungo la fi-punto-gà, senza trovarla. Mi dicevo: come faccio senza fi-punto-gà?

Nel senso della nuova bevanda a base di guaranà di cui ci ha parlato Anna Maria nell’ultimo post di Tanto CibVs QuantoBasta. Anche se è stata una ricerca un po’ sui generis – non mi ci vedevo a entrare nei bar a chiedere scusi ce l’ha la fi-punto-gà? Cerco la fi-punto-gà – voglio subito una fi-punto-gà, ca-punto-z…

Insomma, noi uomini del secolo scorso, che pure abbiamo assistito “in diretta” allo sdoganamento di un vocabolario che è stato a lungo ritenuto disdicevole, che abbiamo sentito le parolacce di Cesare Zavattini e le (supposte) bestemmie di Mastelloni, e visto l’ombelico di Raffaella e il seno velato di Patty Pravo in un varietà, e così via, e rabbrividito la prima volta che abbiamo sentito papà nominare il membro maschile con un profluvio di zeta, abbiamo delle difficoltà. Per carità, conosciamo e usiamo (con una certa accortezza e parsimonia, in realtà) una pletora di vocaboli eufemismi sinonimi e tecnicismi, con una certa quantità di regionalismi dialettali, e potremmo ricordare a memoria, se ne avessimo ancora una, “Er padre de li santi” di G.G. Belli, o “Ricchezza del Vocabolari milanes” (e “Dormiven dò tosann… allora?) di Carlo Porta – eppure… eppure non avremmo mai commercializzato, e nemmeno pensato a commercializzare, una bevanda a nome fi-punto-gà. Nemmeno se il nome derivasse da un acronimo degli ingredienti, che so, da una decozione di fichi e garum, di finocchi e gavi – ah… in realtà è un acronimo… circa. Leggiamo dal loro sito:

Pensatela come volete. Voi consumatori siete i nostri unici padroni e giudici. In verità il nome è nato per caso, perchè il titolo originario era “Fiori di Guaranà”. Ma ci sembrò da subito troppo lungo e scontato come “brand”. Allora abbiamo deciso di abbreviarlo cercando di utilizzare le iniziali di “Fiori di Guaranà”. Il risultato era fi.GU’. Non ci sembrava soddisfacente nè interessante. Allora con un piccolo stratagemma abbiamo unito la primo e l’ultima lettera di “Fiori” (fi), con la prima e l’ultima di “Guaranà” (ga). Risultato “fi.GÀ” (l’accento sulla A). Suonava bene, era corto ma … c’era un dubbio! Chissà come lo avrebbero percepito i consumatori? Volgare, trash. E poi figuriamoci le battute. Poi abbiamo pensato: il prodotto è molto buono, il packaging particolarmente glamour ed elegante, perchè non rivolgersi direttamente al pubblico femminile? Anche perchè ci sembra che nel mercato delle bibite non ci sia nulla di specificatamente rivolto al mondo “donna”. Beh… ci crediate o meno le donne ne sono rimaste divertite ed affascinate. Ne sono diventate le testimonials per eccellenza, anche nei confronti del pubblico maschile. Hanno intuìto immediatamente che la “volgarità” sta negli occhi di chi guarda, e che ordinare un fi.GÀ (l’accento sulla A) può invece essere un modo simpatico e divertente per affermare la propria personalità e autostima.

Insomma – non molto convincente (vedi il post di Anna Maria), vagamente irritante (compreso il plurale di ‘testimonial’, che in italiano non si usa) nel suo vantare l’autoaffermazione femminile condotta nel poter dire al bar portami una fi-punto-gà… Anche lo sproloquio successivo, anti-marketing, così come anti-tutto e tutti (“Abbiamo deciso di non seguire nessuna “strategia di marketing”. Ci siamo stancati dei tanti moderni “Guru”: di stilisti che ci insegnano che cosa è l’eleganza, di “gastronauti” che ci dicono come, cosa, e dove dobbiamo mangiare, di “intellettuali” che ci suggeriscono cosa è bene leggere, quali mostre vale la pena visitare e magari quali “salotti bene” frequentare, di economisti che ci guidano negli investimenti più redditizi, salvo poi accorgersi che forse era meglio affidarsi alla classica “testa o croce” della monetina.”) non suona benissimo – mi sembra anzi marketing estremo, non sono i soli a sostenere l’inutilità degli ‘esperti’, dei ‘professionisti’, dei ‘politici di professione’ (che pure sono idee spesso giustissime), e declamarlo per il nome di una bibita è proprio seguire un trend, una moda (ti faccio vedere che la so più lunga, io – ah, i pubblicitari, che l’avrebbero chiamata Guà, che sciocchi, vuoi mettere l’icasticità di fi-punto-gà? ah, le guide culinarie, lo so io dov’è la vera trattoria tirolese che ti fa l’autentica ribollita alle cozze in tempura…).

E allora: allora niente scandalo, per carità, solo la donna – e la fi-punto-gà – sono un’altra cosa. E questa “guaranà fruit fusion”, porca miseria, è anche buona, fresca, nuova, senza quel tanto di eccessivo che hanno spesso i beveroni tropicali… Mi piace – è una fi-punto-gata!!

E vuoi mettere – son qui che stringo la fi-punto-gà in mano, e…

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Dai nostri inviati a Taste of Milano: Christian e quel che resta di Taste

20 September 2011 - Commenti »

Cosa mi resta di questa edizione di Taste of Milano?

Restano fisicamente un paio di sneakers inzaccherate, una guida consumata e scarabocchiata, un pass.

Ma restano anche altre cose…
Resta l’arcobaleno nel cielo rosso-rosato domenicale dopo una pioggia assurda.

Restano le  persone che, nonostante il fango dell’ultimo giorno, trotterellavano felici per gli stand dei ristoranti senza molte lamentele.

Restano le facce  degli chef, che spesso facevano incursione nelle cucine altrui, con spirito di cameratismo e amicizia. Anche chi non era presente con il suo ristorante, passava a trovare gli altri. Ho individuato un certo bruciapadelle – come si autodefinisce –, alias Andrea Alfieri, molto in forma, che si aggirava per il campo gastronomico e che rivedo con piacere dopo un po’ di mesi. Ho visto anche Maurizio Santin al Teatro degli chef, mentre assisteva allo showcooking di Andrea Provenzani, ma non sono riuscito ad incrociarlo per salutarlo.
Restano le immagini dei visi sempre sorridenti delle ragazze e dei ragazzi di California Bakery (un ringraziamento speciale a Caroline, Alessio e Michela per la simpatia e la disponibilità: sono loro infatti ad avere offero come premio per il nostro ConTaste un laboratorio di cake decoration…).
E poi verba volant, scripta manent… e resteranno i post di Emanuele qui su BlogVs, quelli di Vincenzo Pagano su Scatti di gusto e di Annamaria Pellegrino su la cucina di qb.
Insomma resta un bel ricordo. Nonostante la pioggia.
Grazie a tutti,  arrivederci a ToM2012.
cVs

And the winner is… Anna Maria Pellegrino!

6 May 2011 - Commenti (4) »

L’ultima volta che l’ho vista in occasione di un food-evento per il Salone del Mobile, grintosa più che mai,– indossava un trench alla “Ispettore Gadget”, camicia jeans e un paio di New Balance ai piedi. Le ho detto, mi raccomando vai a Squisito! con le New Balance, che spaccano, altro che tacco 10!!

Infatti.. ha spaccato, come si suol dire.
Vincitrice a Squisito! 2011 come miglior blog di giornalismo enogastronomico per il suo lacucinadiqb.
Grande Annamaria. Complimenti, da parte mia, di Emanuele, e di tutto CibVs.
Ecco la video intervista:
http://www.squisito.org/node/449

Christian Sarti

Concorso: Le Italie a tavola. Cucinare un’emozione

17 March 2011 - Commenti (2) »

Curiosamente – ma nemmeno poi tanto, a ben vedere – il cibo, la tavola, sono in qualche modo partecipi del processo unitario: scriveva infatti Cavour all’ambasciatore del regno di Piemonte a Parigi, il 26 luglio 1860, per annunciare che la Sicilia era stata occupata: “le arance sono già sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle”. E riguardo allo sbarco sul continente, “per i maccheroni bisogna aspettare, poiché non sono ancora cotti”. La (non troppo ardita, almeno all’occhio moderno) doppia metafora è significativa: indica infatti l’identificazione di popolazioni e zone con un loro prodotto o piatto, che ci accompagneranno nel tempo – e con l’Unità, nei tempi moderni, tutti gli italiani diventeranno mangiamaccheroni…

Ma c’era ancora molta strada da percorrere per arrivare a un’Unità, oltre che geopolitica, di lingua, di cultura, di cuore, di menti, e perché no di stomaco.

Un percorso, quello dell’unità culinaria, che presenta diversi punti fermi. Lo sforzo di catalogazione dell’Artusi (anche se limitatamente alle ricette di qualche regione), il desiderio di innovazione e rivisitazione di Marchesi: in mezzo, lo sguardo femminile e femminista di Petronilla, e in una posizione più defilata, che non metteva in discussione il ruolo femminile, ma lo esaltava in quelle che erano le sue qualità più “donnesche”, leggi casalinghe, Il Talismano della Felicità, Il Cucchiaio d’Argento e così via.

E una serie di “manovratori” che hanno guidato alcune svolte importanti, da Mario Soldati a Luigi Veronelli (con Ave Ninchi), importanti innovatori del mezzo televisivo (che peraltro hanno anche portato ad alcune derive del cuoco in tv, purtroppo), a organizzatori visionari e numi tutelari come Carlin Petrini.

Un percorso che adesso è in larga parte compiuto – con tutti i limiti e le approssimazioni che questo comporta, dall’identificazione cui accennavamo prima dell’italiano con la pizza e gli spaghetti, alla disponibilità pressoché atemporale e ubiqua di panettoni zeppole fragole zucchine e altri dolci e piatti e frutta e verdure una volta legati alla stagionalità e alla località.

Ma ormai 150 anni sono passati: e cosa è rimasto, in ognuno di noi, della storia culinaria d’Italia? Non si tratta di una domanda retorica: è una curiosità reale, che abbiamo fatto diventare un contest: Le Italie a tavola. Cucinare un’emozione . Sì, proprio una ‘gara’, come ce ne sono molte sul web – che parte dal dato storico – il 17 marzo si celebra il centocinquantenario dell’Unità d’Italia – per cercare cosa questa ricorrenza fa risuonare dentro di noi, proprio fra il cuore e lo stomaco. Abbiamo: noi di CibVs e Anna Maria di la cucina di qb (e della nostra rubrica Tanto CibVs QuantoBasta). E proprio su lacucinadiqb potrete trovare regolamento, premi e tutto quello che riguarda il nostro concorso.

E allora: che cosa – quale piatto, quale specialità – rappresenta secondo voi i 150 anni dell’Italia? Mandateci le vostre ricette, o quelle dei vostri nonni, o quelle che avete letto o assaggiato; mandateci i vostri piatti, i vostri vini, e spiegateci il perché della vostra scelta, raccontateci le vostre emozioni, spiegateci il vostro menu unitario, sia esso un trionfo di bianco-rosso-verde o una specialità regionale, un primo o un dolce – ma comunicateci la vostra emozione, magari anche abbinando a un piatto un vino, o, perché no, una bella canzone, un film, un posto. Un’emozione, appunto.

Emanuele Bonati

Anna Maria Pellegrino

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Tanto CibVs QuantoBasta

10 February 2011 - Commenti (14) »

Buon non-SanValentino!!

È partito il conto alla rovescia per il mio personale non-SanValentino. Lo so, ormai dir male di questa festa è come sparare sulla Croce Rossa: ma io lo sto facendo da tempi non sospetti, per cui sono giustificata.

San Valentino è una festa relativamente recente, piuttosto ammiccante e piuttosto consumistica.

Non sono contraria alle feste. Le feste che ricordo da bambina erano il 19 marzo, perché è il mio compleanno – e sì, lo so, anche la festa del papà – e la festa della mamma. A scuola si preparava con le proprie manine il regalino da consegnare al genitore, si andava a messa al mattino (giusto per alzarsi presto anche nei giorni di festa) e poi tutti a casa a festeggiare, a tavola, con i piatti preparati dalla mamma. Prima c’era Natale, in mezzo la Pasqua. Con i rispettivi regalini hand-made. Fine delle feste comandate.

Ora invece si comincia ad allestire le vetrine ad hoc per San Valentino subito dopo l’Epifania. La vecchina con la scopa viene fatta sloggiare per lasciar posto ad un tripudio rosso fuoco che avvolge indifferentemente cioccolatini (visto il colore, un riciclone di Natale…), finte rose, confezioni di cacao al peperoncino, mutande (magari quelle non vendute per Capodanno…), profumi, rimmel e copriocchiaie (per il mattino dopo).

E il giorno dopo, via tutto dalle vetrine perché in sequenza ci aspettano Carnevale, Pasqua e Pasquetta (per la gita fuori porta).

Tutto questo in un paese nel quale la prima causa di morte (dati Istat) per le giovani donne in età fertile è per mano di un fidanzato, di un marito, di un padre, di un uomo rifiutato da un amore che non faceva battere più il cuore, mentre nel mondo è l’Aids, l’infezione profondamente subdola proprio per la sua modalità di trasmissione.

Ecco perché non trovo nulla da festeggiare a San Valentino, almeno fino a quando le cifre fornite dagli istituti di statistica continueranno a parlare di una “strage delle innocenti” in nome dell’amore…

xsac

Una ricettina…

Ma una ricetta vorrei lasciarvela lo stesso. La propone il compianto Manuel Vázquez Montalbán, l’autore dei romanzi con protagonista Pepe Carvalho, ma anche raffinato gastronomo, nel suo libro Ricette Immorali, una trattato eno-gastronomico-sessuale corredato da 62 ricette.

Montalbán consigliava, per un incontro amoroso, un cibo altamente afrodisiaco e peccaminoso: pane e pomodoro!

«Un cibo peccaminoso è tale nella sua accessibilità e nella sua semplicità: quindi pane e pomodoro per tutti.

E dopo l’amore pane, pomodoro e un po’ di salame.»

Il salame già affettato (così da non indurre in tentazione…).

Mangiate pane e pomodoro, non fate la guerra.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

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23 December 2010 - Commenti (11) »

Restoquiconte

Amo il cinema. Quand’ero piccola – ma veramente anche ora – adoravo i musical con i mitici Gene Kelly, Fred Astaire e Ginger Rogers (non è stata lei a dire “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”…? grande donna!). E la saga di Star Trek, con un antenato del cellulare che il nostro astronauta Paolo Nespoli, in missione in questi giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale, usa per comunicare via Twitter con i suoi numerosissimi fan… E la cucinoterapia di Come l’acqua per il cioccolato, la diversità come valore aggiunto in Forrest Gump, le arie struggenti cantate dalla Callas in Philadelphia come ultimo canto del cigno…

Il cinema ha sempre visto prima e più lontano – è forse questo che mi piace di più. Cosa che non accade con la televisione, inguardabile e pur guardato surrogato di vita del nostro quotidiano, concentrato di triti e ritriti format televisivi che rimbalzano da una nazione all’altra, da una rete all’altra. Tutti che urlano contro tutti, che spingono e sgomitano nel disperato tentativo di far durare più a lungo il quarto d’ora di celebrità contrattuale.

Ma nel palinsesto 2010 una trasmissione è stata come una boccata di aria fresca, di quell’aria che si respira a 8000 metri di altezza, così rarefatta da far girare la testa: sto naturalmente parlando di “Vieniviaconme”, un raro esempio di televisione intelligente.

Mi è piaciuta la pacatezza educata di chi leggeva le proprie liste, i sorrisi timidi di Saviano, il calore sincero del pubblico, i commenti su Twitter, i dibattiti successivi, le critiche anche feroci. Per questo vorrei anch’io proporre la mia personale lista, quasi un saluto al 2010 oramai alla fine ed un augurio per l’atteso 2011.


I miei personali sentimenti – e motivi – sul perché continuerò a parlare di cibo:

• la mia inappetenza congenita

• il toast della domenica sera con il candelabro acceso al centro del tavolo della sala da pranzo

• il cervello fritto che doveva farmi diventare intelligente

• le calze che portava la Befana con i cioccolatini a forma di moneta dorata e il carbone immangiabile

• la prima big babol

• il latte caldo bevuto subito dopo averlo munto – schivando le codate della mucca

• il pranzo della domenica

• il primo sorso di vino deglutito facendo mille facce schifate

• i fichi mangiati seduta sull’albero

• il mio latte materno – dolce e caldo al punto giusto: un miracolo di take away

• McDonalds – perché senza i suoi panini io non saprei con chi prendermela

• il primo piatto cucinatomi dai miei figli

• il primo post ed il primo commento, qualche post dopo

• il rito tutto femminile nell’annuale preparazione della pummarola a casa della zia Maria

• la prima ricetta inventata e provata positivamente da un altro

• il primo sms che chiedeva un consiglio gastronomico

• le donne della Casetta delle pesche e de I sapori dei sassi

• le librerie straripanti di libri – e la speranza che gli editori continueranno a pubblicare libri per riempirle

• la dispensa straripante di formine per tartellette e di stampi per biscotti – e la consapevolezza che te ne mancherà sempre una

• il bagagliaio della mia auto con le oramai perenni tracce di farina, formaggio, terra delle verdure, rami e foglie

• la macchina fotografica vicina alla matita vicina al mestolo vicino alla planetaria

• gli amici di CibVs e la voglia di continuare a condividere una passione.

Magari se ne può fare un film.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

9 December 2010 - Commenti »

Dieta mediterranea Patrimonio dell’Umanità – ma non della Padania

Nei giorni in cui preziosissime vestigia del passato, già dichiarate Patrimonio dell’Umanità – Pompei ndr – manifestavano la loro estrema fragilità e la palese inettitudine di coloro i quali dovrebbero proteggerle, l’Unesco ha dichiarato ugualmente preziosa la Dieta Mediterranea e la sua coloratissima piramide alimentare.

Curiosa come una scimmia sono andata a spulciare nella mia rassegna stampa perché mi ricordavo di un’affermazione della sottoministra Francesca Martini: nel 2008 aveva dichiarato che la Dieta Padana (e cioè riso, patate, radicchio trevigiano, asparagi, carne alla griglia, mele e pere – e la polenta sopra ogni cosa, con la sostituzione dell’olio con il più nordico burro) era molto meglio di quella mediterranea e che avrebbe, forte delle sue deleghe e delle sue competenze, fatto di tutto per promuoverne la diffusione e il riconoscimento a livello internazionale. Si era unito al coro anche l’allora ministro dell’agricoltura, oggi governatore del Veneto – per poi affermare, forse perché a conoscenza delle cose del mondo, vista la sua precedente esperienza di pr di discoteche jesolane, che forse sarebbe stato meglio chiamarla Dieta Italiana.

Tanto per dire – la polenta, che io adoro sia nella versione Biancoperla che in quella Marano, è sempre stata associata alla pellagra ed alla povertà: malattie che sono state debellate grazie all’impegno di un’intera nazione e ad un indubbio affrancamento culturale. Che forse non ha raggiunto tutti.

Maledetto campanilismo! Un generale amico di famiglia era solito dire che la persona più pericolosa, per il benessere generale, era l’Imbecille Volonteroso, spronato da una voglia incredibile di fare ma deleterio in quanto inadatto all’esercizio della ragione.

Nel 2009, dopo un intensissimo lavoro di diplomazia, 4 nazioni hanno invece presentato all’Onu la richiesta di annoverare la Dieta Mediterranea nei Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità: Italia con Grecia, Spagna e Marocco. Ed a Nairobi, lo scorso 16 novembre, la dieta mediterranea è diventata Patrimonio dell’Umanità e quindi da tutelare.

"Mandamientos (comandamenti) della dieta mediterranea a Soria" Foto contafisca / http://www.flickr.com/photos/xtrex/

Ovvio che alla voce “Dieta Mediterranea” mi sarei aspettata di trovare al primo posto fra gli Stati richiedenti “Italia” – invece l’ordine è Spagna-Grecia-Italia-Marocco. Ordine deciso dagli Stati richiedenti stessi, non casuale o che so io. Mah.

Vuoi vedere che visti i precedenti riconoscimenti, ovvero l’Opera dei pupi siciliani ed il  Canto a tenore sardo, e visto quelli che verranno proposti l’anno prossimo, ovvero l’arte della pizza napoletana e la coltivazione ad alberello dello Zibibbo di Pantelleria, ai padani esponenti politici gli è andato l’elmetto celtico per traverso?

Voglio anche ricordare qui Angelo Vassallo, sindaco del comune di Pollica, nel Cilento (il Cilento, assieme a Soria in Spagna, Koroni in Grecia e Chefchaouen in Marocco sono le quattro comunità che rappresentano la Dieta Mediterranea nei rispettivi Stati), assassinato nel settembre di quest’anno. Anche grazie a Vassallo, il comune di Pollica è stato l’epicentro degli studi sui regimi alimentari mediterranei (molti degli studiosi del Seven Countries Study, lo studio che nel 1980 ha stabilito scientificamente la salubrità della dieta mediterranea, come Ancel Keys, Jeremiah Stamler, Flaminio Fidanza e Martti Karvonen, avevano stabilito la loro residenza estiva nella frazione comunale di Pioppi), e lo stesso Vassallo si è fatto promotore nel 2009 della proposta di inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni dell’umanità (e a lui la delegazione del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, presente in Kenya per la proclamazione, ha dedicato il il riconoscimento).

Primo congresso sulla dieta mediterranea a Pioppi. Foto Mondo del gusto-EAT http://www.flickr.com/people/mondodelgusto/.

Grazie anche da parte di noi “polentoni”.

Anna Maria Pellegrino

con la collaborazione di Emanuele Bonati

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

25 November 2010 - Commenti (4) »

Tonno sui miei passi

Il mondo della gastronomia, come qualsiasi altro, vive di mode – ma fortunatamente riesce, di solito, a superarle senza troppi danni.

Così, siamo sopravvissuti all’apoteosi, al trionfo di panna nella quale venivano affogate improbabili scaloppine, abbiamo messo la rucola ovunque, abbiamo fatto il risotto con le fragole ed il dessert con il gorgonzola. Abbiamo combattuto il junk food a colpi di focaccia e non abbiamo fatto prigionieri (anche se non bisogna mai abbassare la guardia…). Siamo arrivati a pensare che “cucina etnica” sia ogni cosa dove si mette il curry (che si trova, ben confezionato, pressoché ovunque, tranne che nelle cucine delle famiglie indiane), o anche ogni cosa che si possa mettere nello stesso piatto con couscous o burghul, fosse anche una fetta di pizza – o comunque ogni cosa che abbia nel nome almeno una k o w o j, o finisca in consonante – dimenticando che l’etimologia di etnico è più vicino al concetto di  “popolo, gente” che non di “potpourri di luoghi comuni”.

E adesso è arrivato il pesce crudo: che è ugualmente etnico ma molto più figo. Vuoi mettere tra un piatto di labna ed uno di sushi o sashimi? Ed il wasabi? E la radice di zenzero tagliata come se fosse tartufo? Nel giro di pochi anni siamo passati dalla pausa pranzo  a base di pizza bollente mangiata in piedi ed arrotolata (con relativo pericolo sbrodolamento…) ad un momento di break freddo e minimalista con – irrinunciabili! – Chopsticks o Hashi che dir si voglia.

Ma mentre l’eccesso di consumo di pizza finisce nel girovita, che, eventualmente, è possibile combattere con qualche sessione aggiuntiva di addominali, la passione travolgente per la tartare di tonno, e per il pesce crudo in generale, ha travolto anche un ecosistema preziosissimo.

Foto http://www.flickr.com/photos/bass_nroll/

Oggi il 75% delle riserve ittiche sono a rischio estinzione. Il settantacinquepercento a rischio estinzione vuol dire che i nostri figli leggeranno del passaggio su questa Terra (o, meglio, nei nostri mari) di molte specie ittiche solo nei libri di scienze, come noi oggi leggiamo del Dodo, abitante pacifico delle Mauritius che grazie ai portoghesi prima ed agli olandesi poi si estinse in meno di 10 anni: cacciato perché preda facile (pur essendo le sue carni disgustose), il suo habitat naturale distrutto. E tutto questo ben prima dell’arrivo dei villaggi turistici…

Un’alternativa potrebbe essere l’allevamento (magari evitando di nutrire il pesce con le stesse farine animali che si danno ai polli), ma i puristi giapponesi storcono il naso e lo snobbano sdegnati. Dalle nostre parti ci sono forse più estimatori modaioli che puristi, e si potrebbe iniziare a riflettere sulla questione da persone sensate, sollecitate più da un senso etico che estetico…

Anna Maria Pellegrino

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