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21 February 2010

La gelatina di maiale all’alloro di Tenuta Montelauro(a)

Riceviamo dalla Tenuta Monte Laura una nuova proposta, un altro piatto della tradizione contadina irpina.

La Tenuta Montelaura si chiama così perché la zona dell’Irpinia dove l’agriturismo è ubicato è ricca di piante di alloro che danno il nome, prima alla montagna che sta alle spalle della struttura, e poi all’azienda stessa.

L’alloro, in dialetto irpino ‘o lauro, sta al maiale come la pizza sta alla birra, come i tortelli di zucca stanno al lambrusco,come la mozzarella sta al pomodoro, come Luciano Pignataro sta al Coda di Volpe – ed è particolarmente nella preparazione della gelatina di maiale che l’alloro predomina. Essendo una preparazione dalle indiscutibili origini rurali, la filosofia di questo piatto è naturalmente improntata al recupero di tutto ciò che è recuperabile: quindi i piedi del maiale, le orecchie, e le ossa. Sì, le ossa, perché oltre a dare un buon brodo, che rappresenta la maggior parte del contenuto della gelatina, la loro bollitura consente di recuperare fino all’ultimo pezzettino di carne attaccato all’osso, difficilmente spolpabile a crudo.

La preparazione è lunga e laboriosa: per arrivare al piatto finito occorrono circa quattro ore, e poi bisogna raffreddare, sgrassare…

Allora,  dopo aver avviato la preparazione di un brodo vegetale con l’aggiunta di una decina di foglie di alloro, si mettono a bollire i piedi, le orecchie e le ossa del maiale nello stesso pentolone del brodo. La cottura, che dipende dall’età dell’animale, non può in nessun caso durare meno di tre ore e mezza-quattro ore. Si procede quindi a disossare i piedi, a sminuzzare le orecchie e a spolpare le ossa, un lavoro che presuppone una pazienza quasi infinita. Si ripongono questi pezzettini di carne, cotica e nervi in una teglia d’acciaio bassa e larga e si versa sopra il brodo ristretto, dopo averlo filtrato per togliere eventuali ossicini rimasti.

Qui siete ad un bivio: se volete seguire la ricetta classica tradizionale, nel brodo dovete aggiungere un bicchiere di mosto cotto di Fiano di Avellino, non di aglianico perché non solo la gelatina verrebbe troppo scura, ma il mosto predominerebbe su tutto. Per la ricetta classica aggiungere anche dei pinoli, dell’uva sultanina e qualche gheriglio di noce.

Esistono altre due varianti, quella al limone, con l’aggiunta di buccia di limone grattugiata, e quella dolce-salata, con l’aggiunta di cacao.

Ultima operazione è la  sgrassatura, che generalmente avviene il giorno dopo, e che consiste nell’eliminazione di quella patina di grasso che intanto è affiorata in superficie con il consolidamento del brodo.

In abbinamento credo proprio che il meraviglioso Coda di Volpe, naturalmente annata 2006, di Vadiaperti sia più che giusto.

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Ricetta a cura di www.tenutamontelaura.it

19 February 2010

Mercato della Terra a Milano

SABATO 20 FEBBRAIO

A MILANO IN LARGO MARINAI D’ITALIA

DALLE 9 ALLE 15

MERCATO DELLA TERRA

I Mercati della Terra sono mercati contadini creati secondo linee guida che seguono la filosofia Slow Food. Mercati gestiti collettivamente, che sono luoghi di incontro dove i produttori locali presentano prodotti di qualità direttamente ai consumatori, a prezzi giusti e garantendo metodi di produzione sostenibili per l’ambiente. Inoltre, preservano la cultura alimentare delle comunità locali e contribuiscono a difendere la biodiversità.

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www.mercatidellaterra.it

16 February 2010

Concorrenti brasati…

Segnaliamo il concorso IL BRASATO della Cucina Italiana: la vostra ricetta preferita per il brasato… L’idea è carina (mi sembra faccia seguito a un analogo concorso di tagliatelle), basta commentare il post con una ricetta (giustificando la propria scelta, questa mi sembra una buona idea…) e si partecipa.

Unico neo, piccolo per carità – il premio non è che so un abbonamento alla rivista, o un quarto di bove da brasare, ma la pubblicazione sull’home page della Cucina Italiana, e la segnalazione di autore e blog nella newsletter… Scherzo: ovviamente la pubblicazione è una cosa grandiosa, e penso proprio che inizierò a brasare il brasabile…

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Emanuele

16 February 2010

Impressioni da Identità Golose: il caviale di Oldani e il caviale di Kumi

Davide Oldani in occasione di Identità Golose ha presentato per la sua cucina “POP”, fatta utilizzando le materie prime meno nobili, un falso caviale realizzato usando la  tapioca (credo che sia tapioca nera) anziché il caviale vero e proprio.

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Nel mio paese, il Giappone, c’è una cosa molto simile al caviale, si chiama Tonburi, sono i semi di una spece di pianta che si chiama Kochia scoparia in nome scientifico (il nome comune è cipresso d’estate). Questi semi assomigliano molto al caviale, tanto che noi lo chiamiamo “caviale dell’orto”.
Si possono usare anche per condire la pasta, ad esempio con le acciughe.

Non credo che possiamo trovare il caviale dell’orto qui in Italia, nenche nei negozi che vendono i prodotti alimentari asiatici: ma se lo trovate, vale la pena confrontarlo con il caviale, sia con gli occhi che bendati…

Kumi Matsuda

foto di Bruno Cordioli

http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157623197380787/

15 February 2010

La frase della settimana

La cucina giapponese non è qualcosa che si mangia, ma qualcosa che si guarda.

Junichiro Tanizaki

8 February 2010

Impressioni da Identità Golose: un’altra idea di Cannavacciuolo

“Ogni sera riscaldiamo e affettiamo il pane di Pol, ma sul tagliere resta sempre tantissima crosta, la parte migliore”, spiega Cannavacciuolo. “Da qui è nata l’ispirazione. Sotto la crema di burrata, sopra la purea di scarola, bollita con la vitamina C e montata all’olio di oliva, e una retta di trucioli di pane per la croccantezza e l’acidità.”

Semplice…

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Foto di Bruno Cordioli

http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157623197380787/with/4320503328/

8 February 2010

La frase della settimana

Fragola e lampone, delicati capezzoli di frutta che nel codice dell’erotismo invitano all’amore. Sono il completamento naturale dello champagne nei rituali del corteggiamento, come diceva la bella e frivola Paolina Bonaparte.

Isabel Allende, Afrodita

7 February 2010

Impressioni da Identità Golose: IL PANE di Cannavacciuolo e Pol

Pane al pane…

Qualche appunto da IDENTITà GOLOSE 2010. Il tema quest’anno era Il lusso della semplicità: “attenzione alla produzione, alla salute dell’ambiente – che sia esso il pianeta o il nostro corpo -, al rispetto sociale”:  “Dobbiamo poter scegliere. Mangiare povero perché poveri (a volte soprattutto di testa) è un condanna, non un piacere”.

Insieme a Eugenio Pol, Antonino Cannavacciuolo ci ha fatto ricordare la bontà del pane. Il pane non serve solo – o non tanto – per riempire lo stomaco, ma deve creare un connubio con i diversi piatti.

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Sicuramente il pane di Pol… beh… diciamo che rende tutto più facile.

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Allora: fra i vari piatti presentati, il più interessante, forse, è stato un piatto di pasta – di linguine – preparate scottandole prima in acqua bollente, poi cuocendole a risotto nel fumetto di pesce, servendole poi con calamaretti spillo. Di fronte a questo piatto lo chef Cannavacciuolo ha sentito la mancanza di croccantezza – aveva lì le briciole, le croste del pane tagliato per servirlo in tavola – e (chi non ci penserebbe?) ha inventato questa salsa di pane di segale e semi di lino, ottenuta tostandolo, soffriggendolo e sfumandolo col vino bianco.

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Se fossi stata io, in cucina, cosa avrei aggiunto alle linguine? Croûton? Cereali? Osenbei (cracker giapponese di riso)? Patatine? …

Nel maggio del 2008, ho  intervistato lo chef Cannavacciuolo e la sua squadra della cucina di Villa Crespi: sono stati molto simpatici e ho notato i loro sguardi pieni di passione. Ed è stato un vero piacere rivedere Fabrizio, il braccio destro dello chef, sul palcoscenico: lavorano insieme da anni e sono inseparabili – non sarà per caso che portano le stesse scarpe…

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Kumi Matsuda

Foto di Bruno Cordioli

http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157623197380787/with/4320503328/

7 February 2010

Considerazioni al dente di Stefano Buso

Strapazzale… le uova

Uova strapazzate? Yes, we can!

Penuria di tempo, urgenza di scappare al lavoro, frigo deserto o inamovibile fiacca suggeriscono di afferrare il tegame, un paio di uova e…

E in verità sembra facile: uova, olio o burro, padella et voilà – la partita è chiusa. Tuttavia l’esperienza insegna che non è proprio così: ci vuole attenzione, cura, un po’ di passione. Capita anche per altri piatti eccessivamente sottovalutati – ma in ogni modo in cucina nulla è veramente difficile. Nessuna paura, continuate la lettura.

Sulla ricetta non si può certamente scrivere un trattato, ma dare qualche consiglio sì: ad esempio, non lesinare sulla qualità delle uova, usare una padella di ferro (se c’è) e iniziare la cottura quando l’olio è caldo.

Qualche creativo suggerirà che gli “ovetti” si possono sbattere a parte, a mo’ d’omelette. Non è così! Si strapazzano in padella, con impeto e a fiamma viva.

Ingredienti i più disparati e fantasiose guarnizioni sono ammessi, senza tralasciare il sale e il pepe: bacon, funghi, gamberetti, spezie, pomodoro, tartufo, o quel che passa il convento…

In chiusura, la cottura, un temibile campo minato. C’è chi le preferisce ben cotte, anzi bruciacchiate, altri… quasi crude. Regolatevi cercando di non deludere nessuno.

E il vino? Un bianco secco, gustoso, dal bouquet profumato esalterà le uova tegamate.

Uova e cucina: sono pochi gli ingredienti “ad ampio spettro” come le uova. Da sole, quindi come pietanza, o indispensabile elemento di tante ghiotte ricette – le uova sono senza dubbio insostituibili. Omelette, frittate, all’occhio di bue, affogate, strapazzate, alla coque… – sono molte le avventure culinarie di tuorlo&albume.

Ah, le uova, così semplici e frugali ma certamente… indispensabili.

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Uova strapazzate con Roquefort

Per due persone: quattro uova intere, poco burro, 80 g di formaggio Roquefort, 2-3 gocce di Worcester Sauce, noce moscata, paprica dolce, sale e pepe.

Sciogliere il formaggio a bagnomaria o a fuoco basso. In una padella scaldare il burro. Attenzione al punto di fumo perché brucia quasi subito. Unire le uova e strapazzarle con un cucchiaio di legno, poi le spezie, poche gocce di Worcester Sauce; alla fine aggiungere il formaggio e accomodare di sale e pepe. Servire con crostoni di pane passati al burro e, se amate eccedere, qualche lamella di tartufo bianco. Abbinare un bianco leggero di corpo, un Oltrepò Pavese Riesling.

Stefano Buso

1 February 2010

Lardiata di “zuzzeri”

Riceviamo dalla Tenuta Monte Laura un’altra proposta interessante – e un altro scorcio su una zona e su un ambiente…

Lo “zuzzero” è una pasta fatta a mano tipica di Forino, il penultimo comune della provincia di Avellino che va verso Salerno. Le dimensioni di un singolo pezzo devono essere tali, secondo un’antica tradizione, che un suo lancio sia sufficiente  ad ammazzare un gatto…

Oltre alle dimensioni, le particolarità di questa pasta sono la grossa capacità di ritenzione del sugo, che avviene sia per la rugosità della superficie che per  la capiente gobba centrale, e una callosità tale che si può mangiarla anche riscaldata, che non scuoce.

La preparazione della pasta richiede una miscelazione di farine di grano tenero e di grano duro nel rapporto, rispettivamente, del 70% e del 30%. Se si volesse la pasta ancora più callosa, basta aumentare la percentuale di farina di grano duro.

L’impasto è il solito, a fontanella, aggiungendo solo acqua e lavorando ben bene la “pagnotta” ottenuta. Si formano dei rotolini di cm.1,5 di diametro che vengono poi tagliati a cm 4/5. Ogni piccolo cilindro deve essere “tirato” con il pollice in senso longitudinale e successivamente risvoltato con l’indice della mano destra ed il medio della mano sinistra.

Riposti poi singolarmente i zuzzeri  allineati su di un vassoio di cartone da pasticceria, procediamo alla preparazione del sugo che essendo abbastanza veloce, ci autorizza a mettere già sul fuoco l’acqua per la pasta. Per il sugo mettiamo un filo d’olio nella padella e facciamo un soffritto con 1/2 cipolla e 100 gr di lardo a tocchetti (si devono vedere).

Calare successivamente cinque o sei  pomodorini tagliati in quattro e sfumare con mezzo bicchiere di Fiano di Avellino.

Gli zuzzeri, vista la consistenza, necessitano di una cottura che duri almeno 20 minuti,dopodiché scolare la pasta, spadellarla  e impiattarla con sopra una “neve” di ricotta di pecora salata.

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