Food @ work: Olio Officina Food Festival

25 January 2012 - Commenti »

Milano sempre più capitale del cibo, o almeno degli avvenimenti-eventi che intorno al cibo ruotano: quest0 weekend si inizia con Olio Officina Food Festival al Palazzo dei Giureconsulti, seguiranno il Food&Wine Festival e Identità Golose, e poi ancora la Milano Food Week, e Taste of Milano… Tutte doverosamente segnalate su Agendafood, il nostro sito-calendario di eventi.

Cercheremo di seguire un po’ tutto, ovviamente. Grazie al cielo, il mondo del food è attualmente piuttosto Milanocentrico – grazie al cielo per noi blogger milanesi, che abbiamo tutto – tanto – troppo sotto casa…

Una faticaccia, comunque. Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo, di interessante, anche se sembra che ormai di food e consimili ce ne sia anche troppo in giro, ci si sente a volte cinti d’assedio da cuochi spadellanti trincianti che incombono ormai anche dal lattaio sotto casa. Cercheremo di raccontarvi qualche cosa nei prossimi giorni su tutte queste manifestazioni.

Prendiamo Olio Officina Food Festival – il sito recita: “Olio Officina Food Festival – Condimenti per il palato & per la mente è un progetto culturale con cui si intende riformulare l’abituale approccio con i grassi, e più in generale con i condimenti, in cucina. L’obiettivo è soddisfare l’urgente necessità di volgere lo sguardo a nuovi percorsi esplorativi, attraverso l’adozione di linguaggi e stili interpretativi inediti e inusuali. Olio Officina Food Festival non è soltanto cultura materiale, ma è soprattutto un luogo di cultura alta e di confronto. Da qui l’impegno a non confinare l’attenzione ai soli condimenti che soddisfano il palato, ma di estendere equamente il medesimo interesse anche ai condimenti che nutrono e impreziosiscono la mente. All’interno del festival, pertanto, accanto all’officina, c’è un apposito spazio per il salotto e l’intrattenimento.”

C’è dentro un po’ di tutto quello che è food (& winw) oggi: l’attenzione all’ingrediente, alla qualità, ma anche a quello che ci sta intorno, la cultura, la società – si veda il programma, che prevede un’apertura, venerdì 27, con una conversazione filosofica sul cibo fra Gualtiero Marchesi e Nicola Dal Falco, tanto per dire…

Il tutto pensato ideato organizzato da Luigi Caricato, “oleologo” insigne, e dai suoi collaboratori co-coordinatori Angelo Ruta e Giuseppe Capano.

Faremo un salto (magari un po’ di “un salto”…) per raccontarvi qualcoa di quello che succederà nelle varie aree – Cooking, Approfondimenti, Consumatori, Salotto Culturale, Bambini, Percorso Olistico (e qui vorrei segnalare l’”incursione” Verso la tolleranza. Ritrovare la capacità di nutrirsi dallo svezzamento all’età adulta, Malvarosa Edizioni, di un’amica, Irene Binaghi, Cristina Insaghi e Valeria Pincini), Impariamo a degustare…

E intanto preparatevi a scoprire con noi cosa succederà a Identità golose e…

Totò ed Emanuele “a tutto vapore”…

24 January 2012 - Commento (1) »

Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…

Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.

“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”

“No… That’s Amore!”

“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”

Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.

Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).

“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.

Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.

Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).

Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.

Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore :-)

La vellutata di potimarron e castagne

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I ravioli al monococco... cottura perfetta, e le verdurine sotto...

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Petto d'anatra chutney e cos'altro... un ottimo assieme

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...con un po' di pane

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Ah, già – devo ricordarlo - prima si fotografa, poi si mangia... il tiramisu!

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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.

Che ne dici, Totò?

“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”

Emanuele Bonati

That’s Vapore

Corso di Porta Vittoria 5

Milano

0276281437

www.thatsvapore.com

L’AntipatiCibVs: Foursquare per cretinetti

23 January 2012 - Commento (1) »

Foursquare. Carino, vai in un posto e asserisci la tua presenza geolocalizzando fotografando taggando commentando diffondendo consigliando o sconsigliando postando condividendo entusiasmando e così sia. E poi, un complicato sistema di punteggi ti fa salire un’ipotetica classifica di amici e non che anch’essi taggano postano – la prima volta che sei stato qui, sei il primo dei tuoi amici a essere qui, hai detto ai tuoi amici di venire qui,  amico perché non sei ancora venuto qui?, dai amico vieni qui, manda i tuoi amici a quel paese, è la tua prima pizzeria, il primo winebar, l’ennesimo ristorante, la ventisettesima pasticceria, il quarantesimo bar, non è ora che vai dal tuo primo dietologo?, sei diventato mayor di questo locale, governatore delle paninoteche, imperatore dei ristoranti: per tutto c’è un punteggio, e un grado.

“Complimenti! Hai superato Ildefonso nella classifica!”

Beh, grazie!

“Povero scemo.”

Eh? Ora, non so se la parola era scemo, o stupido, ma il concetto era quello. Cioè, in un giochino o comunque contesto del genere, in cui la competizione è assolutamente minima, e ludica, che cosa c’entra? Perché Ildefonso poverino non è stato alla paninoteca-con-stireria, e non ha preso punti, allora è scemo? (beh… se fossi andato in una paninoteca-con stireria, forse lo scemo sarei… ma lasciamo stare).

Allora: se ogni volta che cambio stanza mi geotaggo, divento centurione del mio cesso, feldmaresciallo della via Masotto, plenipotenziario dell’Inguscezia, principe reggente di Mongo, imperatore di Riegel, dio di Alpha Centauri,  posso chiamare tutti gli altri cretinetti?

Emanuele Bonati

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La frase della settimana

23 January 2012 - Commenti »

Chi non bada a ciò che mangia difficilmente baderà a qualsiasi altra cosa.
Samuel Johnson

Ricetta per fare un cuoco di successo

22 January 2012 - Commenti »

Quali sono gli ingredienti fondamentali di uno chef per avere successo oggi? Questa domanda l’ho trovata su Dissapore, e ho risposto: riporto qui, leggermente rimaneggiata, la mia risposta, sia per vanagloria, sia perché ci ho vinto una delle tre copie in palio del libro di Raethia Corsini, Spiriti bollenti, pubblicato da Guido Tommasi Editore.

1. Procurarsi una filosofia, che contenga (in dosi variabili): un kilometraggio ridotto, tra zero e dieci; qualcosa di slow, qualcosa di food, qualcosa di eco-bio, qualcosa di chimico-ma-etico; qualcosa molto ma molto di nicchia (l’unico – nel senso di solo – fagiolo zolfino di Courmayeur, la papaya selvatica di Carugate, il branzino lanoso del lago di Tovel)

2. Dimostrare un legame più o meno profondo con l’arte degli ultimi 25 secoli, ma soprattutto delle avanguardie storiche o perlomeno delle post-avanguardie, da riproporre nei propri piatti; sconsigliato il ricorso all’arte povera, che fa tanto cheap.

3. Controllo manipolatorio degli ingredienti e degli attrezzi: il bravo cuoco di successo deve sapere sifonare la lattuga, emulsionare i cardi, impastare i girelli, esfoliare le acciughe, postergare i cosciotti, sublimare le coratelle, cotonare le aragoste, sfilettare gli aironi, inalare montoni, sinterizzare pepe di cayenna, vaporizzare il ragù, caramellare le fave di fuca, brasare la papaya, intarsiare le croste di grana: sono tutti dei must per la cucina del cuoco di successo oggi.

4. Inventare, o autoattribuirsi l’invenzione di, una moda – che so, la frutta bollita servita prima del pesce –, un piatto – il panettone ripieno di aringhe, le meringhe in salamoia –, o meglio di un ingrediente da far diventare di una popolarità nauseante: che so, erbe e fiori di campo nella cassoeula, nei pizzocccheri, nella bouillabasse; gusci di noce spezzettati nelle vellutate, nei budini, nei knodeln…

5. Corsi di dizione, recitazione, trucco e parrucco, mimica e gestualità, belle maniere, savoir faire, galateo; stage allo Iulm, seminari di telegenia, piacionerismo, affettazione, comunicazione tout court, con master in “Storia delle cucine in Tv dagli eroici Soldati alle parodie di Parodi”, “Cucinare e impedire alle presentatrici paffute di mangiarsi la preparazione prima che sia cotta”, “Piacioneria applicata”, “Come fare della mezzaluna il vostro alter-ego”. Se possibile, presentarsi frequentemente in tv senza trascurare trasmissioni come Lo Zucchino d’Oro, Portata a Portata, Linea Tè Verde, Pianeta Fritto di Mare, Mangia con me, C’è pasta per te, Grande Frittello, I Migliori Pani della Nostra Vita, …

6. Proporre menu in cui le descrizioni dei piatti, lunghe almeno sedici righe, siano scritte da Cruscanti dislessici, mentre le carte dei vini devono essere estremamente dettagliate, con riferimenti incrociati ai nonni del vitigno e del vignaiolo, e con attenzione al rapporto qualità prezzo (e riportare i prezzi alla bottiglia, ma anche al bicchiere, al bicchierino, al ditale).

7. Un ingrediente fondamentale è un amico foodblogger, a cui offrire pranzi e cene, che scriva disinteressatamente dello chef, esaltandone le doti vuoi fisiche vuoi morali vuoi culinarie, che non sia più giovanissimo (per ispirare più fiducia), che non sia magrissimo (per far vedere che si tratta di persona affidabile in quanto abituata a mangiare bene e tanto), e che abbia un blog che finisca in -Vs e un nome che finisca in -manuele.

-manuele Bonati

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L’AntipatiCibVs: ma io sono una foodblogger?

20 January 2012 - Commenti (5) »

Ormai è ora: amichetti maschietti, riprendiamoci il mestolo dalla parte del manico, tiriamo fuori i nostri attributi culinari, rivendichiamo il diritto al fornello, riappropriamoci dei nostri cetrioli, non dico di sovvertire la grammatica culinaria e arrivare al bagnomario, al leccardo, al planetario, ma se i termini sono per loro natura anglofona neutri, non decliniamoli necessariamente al femminile… “Foodblogger” è un  ibrido, né uomo né donna, neutro appunto: non solamente femminile.

Eppure, nei discorsi sui giornali nei convegni nei corsi nei blog, foodblogger è sempre e soltanto lei: ma non è pensabile che il mondo del cibo cucinato e raccontato e condiviso non possa esserlo anche al maschile.

“Care amiche foodblogger” è una frase comune all’inizio di incontri  e convivi – anche di fronte a personaggi panciuti e barbuti (ma non voglio farne un caso personale), per loro natura sicuramente appartenenti alla misconosciuta specie del foodblogger maschio, ormai oggetto di studio da parte della comunità scientifica,  descritto con toni elegiaci da Alberto Angela in sahariana nella sua cucina, conculcato da foodbloggeresse armate di frullini elettrici, pronte a spargere semi di cardamomo sui miseri resti dei (pochi invero) maschietti che si allontanano dalla postazione dei lavapiatti. Liberiamoci! Usiamo anche noi nei post e nei commenti aggettivi come carino, dolce, grazioso, chiamiamoci fra noi tesoro, amore, e togliamo il predominio all’eterno femminino!

PS ad ogni buon conto mi sto facendo crescere i capelli – per i baffi, beh, donna baffuta…

Emanuele Bonati

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Ossobuco Day: oggi!!!

17 January 2012 - Commenti »

Si celebra oggi in tutto il mondo la 5a Giornata Internazionale delle Cucine Italiane (IDIC – International Day of Italian Cuisines), protagonista quest’anno l’Ossobuco in Gremolata, uno dei piatti italiani più conosciuti nel mondo (quasi 2 milioni di risultati solo in inglese). In tutto il mondo, centinaia, migliaia di cuochi, blogger, ristoratori, foodlover prepareranno questo piatto, seguendo la ricetta tradizionale, autentica, codificata sul sito del Gruppo Virtuale Cuochi Italiani, che raccoglie appunto i cuochi italiani (o meglio, un network di oltre 1200 professionisti culinari italiani, in 70 Paesi del mondo: chef, ristoratori, manager di ristoranti, sommelier, manager del food&beverage, altri manager del settore, importatori, distributori, rivenditori e giornalisti) sparsi sul globo terracqueo, e che invita tutti – compresi cuochi dilettanti, casalinghe, e passanti vicino ai fornelli – a eseguire questo piatto, fotografarlo e inviarlo (il file della foto, non il piatto) a loro…

Volete la Vera Ricetta? Eccola – ma prima qualche raccomandazione preliminare, sempre tratta dal sito:

* L’ossobuco può essere servito con un classico risotto alla milanese ma anche un risotto con un formaggio grana (Grana Padano o Parmigiano Reggiano) può andare bene. Un purè di patate o la polenta sono alternative altrettanto valide.

* L’ossobuco non può nè deve essere riscaldato. E’ uno di quei piatti da preparare e servire.

* Non usare demi-glace. Chi la usa dimostra di non capire cosa sia l’ossobuco.

* Non servire l’ossobuco con gli spaghetti come si vede in troppo hotel a 5 stelle in giro per il mondo e scrivere il suo nome correttamente. Liberiamo il mondo dagli ossobbucco e osso bucco.

..

Ricetta (per 2)

Per l’ossobuco

4 tranci di stinco di vitello posteriore alti 4-5 cm e larghi 9-10

100 g sedano a brunoise

100 g carote a brunoise

100 g cipolla tritata

200 g burro

800 ml brodo di vitello

300 ml vino bianco

120 g Prosciutto di Parma DPO, con il grasso, tagliato a cubetti

200 g pomodori pelati e tritati

150 ml olio extra vergine di oliva

Per la gremolata

3 g bucce di limone a brunoise

6 g foglie di prezzemolo tritate

3 g spicchio d’aglio pelato e tritato

sale e pepe bianco

Preparazione

1. Mettere la metà dell’olio e del burro a scaldare in una casseruola a fuoco medio.

2. Condire i pezzi di vitello con sale e pepe e metterli nella casseruola, farli rosolare 5 minuti per lato fino a che sono ben dorati.

3. Rimuovere il vitello dalla casseruola e metterlo da parte.

4. Eliminare dalla casseruola il grasso eccedente, aggiungere il resto del burro e dell’olio, aggiungere le carote, il prosciutto, il sedano e le cipolle.

5. Cuocere a fiamma bassa fino a che il composto sia morbido.

6. Alzare la fiamma.

7. Aggiungere il vino e far evaporare.

8. Aggiungere i pomodori e il brodo di vitello e portare a ebollizione.

9. Sistemare con attenzione i tranci di vitello nella casseruola e versargli alcune cucchiaiate di brodo con i vegetali. Il liquido deve coprire la superficie dei pezzi di vitello. Aggiungere altro brodo se necessario.

10. La casseruola deve essere di dimensione giusta per contenere i pezzi di vitello. Se è troppo grande si produrrà eccessivo sugo di cottura.

11. Coprire la casseruola con un foglio di alluminio e metterla in un forno preriscaldato a 180 gradi e far cuocere per due ore.

12. Togliere il foglio di alluminio per gli ultimi 30 minuti per far caramellizzare la superficie degli ossobuchi.

13. Allo stesso tempo preparare la gremolata mescolando le bucce di limone tagliate a brunoise, il prezzemolo e l’aglio tritati.

14. A questo punto il vitello è tenero al punto che si può tagliare solo con la forchetta e il midollo ben cotto dimostra tutta la sua opulenta consistenza e il suo sapore senza eguali.

15. Per servire togliere il vitello dalla casseruola e metterlo in un piatto caldo di servizio.

16. Rimuovere l’olio eccessivo dalla salsa, aggiungere altro brodo se necessario, portare a ebollizione, condire e versare la salsa sulla carne.

17. Spargere la gremolata sugli ossobuchi e servire immediatamente.

La frase della settimana

16 January 2012 - Commenti »

‎”Cenai con un piccolo pezzo di focaccia, ma bevvi avidamente un’anfora di vino; ora l’amata cetra tocco con dolcezza e canto amore alla mia tenera fanciulla”

Anacreonte

L’AntipatiCibVs: l’eleganza messa alla porta

15 January 2012 - Commenti »

Bar caffè pasticceria gelateria Passerini, via Victor Hugo: il cartello sulla porta, un foglietto di carta stropicciato attaccato con lo scotch, un po’ storto, spiega che le porte devono stare chiuse per ordine del comune, o qualcosa del genere.

Non so se sia più elegante il cartello, o il messaggio.

E forse forse gli farei anche spegnere le luci, quando chiude.

Emanuele Bonati

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Le melizze di Luciana Littizzetto

11 January 2012 - Commenti »

“La ricetta che vorrei dare oggi è quella delle melizze, delle melanzane pizze. Vado a illustrarla.

Dunque: si prende una melanzana, si taglia a fette di un centimetro l’una. Poi si prende una padella, si mette un dito d’acqua, anche due, e si fa bollire. Quando l’acqua comincia a sobbollire ci metti dentro queste fette di melanzana, poi le giri da una parte e dall’altra. Ma non per molto. Non devono essere mollissime se no si spetasciano. Quando sono morbide, le levi, le coli, le metti ad asciugare su uno scottex. Tutto questo puoi farlo anche con l’olio, ma viene più pesante. Poi fai scaldare il forno, prendi la teglia, un filo d’olio sul fondo, metti le fette di melanzana e le condisci come se fosse una pizza. Quindi ci metti un po’ di mozzarella, un po’ di pomodoro, origano, olive se vuoi, un po’ d’olio, sale e metti in forno. Sono pronte le melizze. Poi la parmigiana è più o meno quella roba lì, ma questa ricetta è più semplice perché fai le rondelle ed è pronto. Finiscono subito, è anche questa la loro prerogativa, purtroppo. Perché sono buone e o bambini le mangiano in un secondo.

è molto difficile cucinare per i bambini. Perché loro sono abituati a mangiare sempre le stesse cose. E sono noiosissime. E quindi in tutti gli esperimenti che fai devi mettere in conto anche le reazioni negative. Perché poi loro non osano dirti che fa schifo, invece dicono ‘Mmm, buono, però basta, grazie!’ E spostano il piatto lontano. E tu magari ci hai messo sei anni a fare ’sta roba e ti sei lambiccata il cervello. Sono come i cani, mangiano sempre le stesse cose.Invece a me piace asssaggiare cose nuove. Tipo la marmellata di angurie e zenzero e poi rovesciarla nel water perché è disgustosa.”

in Luciana Littizzetto e Franca Valeri, L’educazione delle fanciulle, Einaudi

Un dialogo fra due signorine perbene, due donne che non potrebbero essere più distanti ma nemmeno più vicine,  Minchia Sabbri e la Signora Cecioni in un dialogo che parla di nioi.

Emanuele Bonati

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