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Tanto CibVs QuantoBasta

4 November 2010 - Commenti (5) »

Voglio fare il cuoco in televisione

Trent’anni di tv commerciale hanno portato ad una frittata globale di neuroni:  la vita reale è la vita in diretta ed esisti solo se appari, visto che una copertina scandalistica, oramai, non la si nega a nessuno.

Non è il solito pippone post-sfrantumamento da omicidio Scazzi, l’ennesima dimostrazione che il buon senso, l’etica sono variabili utili per una sceneggiatura tipo Cime Tempestose e non certo per Vita Quotidiana.

Ma quando uno degli Unni – l’affettuoso nomignolo con cui ho battezzato i miei nipoti gemelli – in trasferta da me, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” mi ha risposto “Il cuoco in televisione”, mi è montato un nervoso che non vi dico.

Mia sorella non è certamente un’appassionata di cucina, e mia madre di certo non passa il tempo a confezionare torte di mele con i nipotini. E allora? Cosa ha colpito il piccolo terremoto di 6 anni?

Semplicemente, è rimasto affascinato dagli sguardi, dai pianti, dalle contumelie, dai drammi, dalle urla, dal vilipendio del buonsenso, ddai colori degli studi tv e dallo sfondo rosso della sigla – con tanto di occhiata demoniaca e forcone diabolico che, si badi bene, non ha neppure il più terribile dei Gormiti.

“Sei sicuro che quello è un cuoco?”

“Certo, ha una camicia [giacca ndr] come la tua.”

“E ti piace cucinare?”

“L’ho fatto solo una volta [con me], ma mi piacerebbe tanto fare come fa lui”, ovvero casino, e senza finire a letto senza cena e senza gormiti.

Siamo partiti da Apicio, passando per Caterina de’ Medici, Bartolomeo Scappi, Pellegrino Artusi, arrivando poi a Gualtiero Marchesi, per ridurci ad ascoltare presentatrici giuggiolanti, cuochi di ogni forma e dimensione e capacità e presenza fisica, e Gordon Ramsay urlare nelle orecchie a poveri sfessati in imbarazzante sovrappeso (significa che quanto meno ignorano l’esistenza della cucina mediterranea) offese e rimproveri che neanche il perfido sergente che fece saltare la pazienza  a Rambo si sarebbe sognato di snocciolare. Non è che siamo nella segreta attesa del terzo suicidio tra i partecipanti, così da poter successivamente assistere alla rappresentazione di un nuovo  plastico?

Mi domando cosa c’entra tutto questo con la cucina, con il significato del termine “cucina” ovvero “stanza della casa dove si cuociono e si preparano le vivande, e tutte le cose che cuociono, e il modo di cuocere”.

Nulla, direi proprio nulla.

Come non c’entra nulla l’autosbrodolamento che oramai trasuda da tantissimi programmi o manifestazioni legate all’enogastronomia.

“Tutta invidia” mi si potrebbe obiettare “tu sei li che spadelli per 4 gatti mentre Gordon o chi per esso ha milioni di fans e muove milioni in pubblicità”.

Forse avete ragione, anzi quasi sicuramente avete ragione. Ma di un’altra cosa sono sicura: che io senza certe trasmissioni o autocelebrazioni posso serenamente vivere. Mentre Gordon, o chi per esso, senza di me (e della pubblicità che gli porto) potrebbe fare anche fatica a farlo.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs Quanto Basta

7 October 2010 - Commenti (4) »

Donne con le gonne

Quest’estate un articolo di “Repubblica”, sul declino del latin lover italiano, ha segnalato come le donne straniere snobbino l’uomo italiano, ritenuto troppo piagnone, troppo dedito alla cura del proprio corpo, quasi efebico, rimpiangendo i neppure troppo lontani anni ‘60, quando nella riviera romagnola le bionde fanciulle teutoniche si lasciavano sedurre da un corteggiamento serrato, galante, mai volgare, romantico e soprattutto soddisfacente (visto che ora non lo è più). Per contro, gli uomini lamentano di essersi dovuti mettere sulla difensiva a causa della palese aggressività del genere femminile. Non solo donne con le gonne, dunque.

È anche vero che ciò che viene richiesto a una donna oggi non ha avuto eguali nella storia dell’evoluzione della specie. Pensiamo ad una giornata tipo di 10mila anni fa: uomini in battuta di caccia a correre dietro alle prede di turno e donne a casa, pardon, in caverna, a badare al fuoco, alla prole e al pranzo, e anche alla pratica della coltivazione dei campi, visto che l’agricoltura (invenzione prettamente donnesca, diciamolo) non era ancora stata sostituita dal bridge del giovedì pomeriggio.

Ed oggi? L’uomo parte alla mattina, da solo o in gruppo, per cacciare la sua preda (il capo, il cliente), in branco con altri colleghi, per poi rientrare incolume alla sera, dopo aver affrontato momenti di puro terrore in palestra o al bar per l’aperitivo.

E le donne? Beh, stanno con la prole (istruzione, colloqui con il maestro/santone, esercizi fisici per il superamento dell’iniziazione, relazioni con i membri delle altri tribù), si occupano della casa (manutenzione ordinaria e straordinaria della caverna) e del cibo (il fuoco) – oltre ad andare a cacciare con altre femmine della tribù, vera novità degli ultimi diciamo cinquant’anni. Non bisogna quindi stupirsi di fronte alla sensazione di inadeguatezza maschile, in quanto le femmine del branco svolgono entrambi i compiti, e se qualcuno fa qualcosa al posto tuo perdere il ruolo è la prima conseguenza. Sarebbe bastato che gli uomini, invece di sublimare la perdita della carica soffrendo come dei cani con la ceretta inguinale, si fossero offerti di dividere i compiti per sollevare il carico che le donne, nel mondo tecnologico del terzo millennio, devono ancora sopportare. Dite un po’, è più maschio occuparsi dei figli e passare l’aspirapolvere o depilarsi il sopracciglio? E siccome le giornate sono ancora e sempre della medesima lunghezza (anche se le donne italiane lavorano 27 ore al giorno, fonte Sole 24Ore) da qualche parte bisogna pur tagliare e la scure è caduta sulla gestione del fuoco: no tempo (per me), no cibo (per te).

Non so se questo consiglio potrà essere d’aiuto, ma urge trovare una soluzione, come cucinare qualcosa insieme. Beh, lo so, c’è anche di meglio – per chi apprezza – tipo uscire e darsi alla pazza gioia, ma alle volte con la tuta extralarge e i calzettoni non stanno bene i sandali tacco 12.

E cosa si può cucinare? Un piatto che profuma grazie agli aromi del balcone ed alle spezie dell’amore e che, proprio per la tipologia della cottura, lascia un po’ di tempo da dedicare, perché no, anche a se stessi.

Terrina di pollo aromatizzato con cumino e cardamomo

Ingredienti

600 gr di petto di pollo

3 uova

150 gr di ricotta vaccina

150 gr di mascarpone

3 scalogni

1 cipolla grande

un mazzetto aromatico (timo, salvia, rosmarino, erba cipollina…)

un sospetto di cardamomo e di cumino

sale e pepe nero macinato al momento

il succo di un limone non trattato e la sua buccia grattugiata

olio evo

Procedimento

Accendere il forno statico a 180°.

Pulire il petto di pollo, tagliarlo a dadini e lasciarlo marinare una mezz’ora con il succo di limone, un po’ di olio evo ed una macinata di pepe nero.

Tritare gli scalogni e la cipolla e rosolarli in poco olio evo per 5′, facendoli appassire.

Passare la ricotta al setaccio, unire il mascarpone e la buccia di limone. Tritare il mazzetto aromatico (un paio di cucchiai di aromi di solito bastano).

Frullare la dadolata di pollo con le uova, unire la crema di formaggi, il trito profumato, lo scalogno e e la cipolla, regolare di sale e versare il composto in una pentola da terrine (oppure in uno stampo per plumcake foderato di carta forno e sigillato con dell’alluminio, al quale verrà fatto un piccolo foro per far uscire il vapore durante la cottura) e cucinare a bagnomaria per almeno un’ora.

Lasciar raffreddare e servire tiepido o freddo con una fresca misticanza o con una caponatina leggera.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

15 September 2010 - Commento (1) »

Aggiungi del porco a tavola…


…che c’è un leghista in più. No, non ho sbagliato il titolo della canzone e travisato il senso della commedia musicale di Garinei e Giovannini del 1974, quando in Lombardia al massimo si smoccolava contro lo smog, la nebbia e i terroni.

Il sindaco di Adro, Oscar Lancini, padre-padrone del comune, con un colpo di mano ha di fatto chiuso l’associazione che dal 1974 gestiva il servizio di mensa scolastica (mensa già al centro dell’attenzione mediatica qualche mese fa per l’ordinanza comunale che negava l’accesso al servizio ai bimbi non in regola con i pagamenti – magari correttamente da un punto di vista economicolegale, ma inqualificabile da un punto di vista etico, umano…), che d’ora in poi sarà diretto dal comune. Ed il sindaco, come ogni bravo amministratore che ha a cuore la vita dei propri concittadini, ha già contattato quattro cuoche e imposto un menù padano, ricco di pasta e maiale, e “chi non vorrà mangiare il maiale vada pure a casa”. Perché è questo l’intento: allontanare i bimbi musulmani, che non possono mangiare maiale, e non solo dalla mensa, così da sottolineare ulteriormente “loro e noi”, dove per “noi” si intende “i padani”, duri e puri – e tradizionalmente golosi di maiale. Piatto della consuetudine gastronomica soprattutto negli anni ’60, quando peraltro il popolo padano emigrava nelle miniere del Belgio per scappare alla pellagra, feroce come la zanzara tigre nelle sere d’estate.

A questo punto alla panzana della salvaguardia delle radici cristiane non crede più nessuno.  Gesù, il primo “comunista”  – ricordate, i poveri vanno in paradiso ed i ricchi rimangono incastrati nella cruna dell’ago – e “femminista” – la Samaritana, Maddalena, la madre Maria e le donne ai piedi della croce, che credono a differenza degli apostoli e per prime vanno al suo sepolcro incuranti del pericolo – delle Sacre Scritture, mi pare abbia anche detto una cosa banale tipo “lasciate che i bimbi vengano a me” – immagino anche a pranzo. Evidentemente i bimbi possono andare ovunque, tranne che nei comuni bresciani proni alla fede leghista e simpatizzanti del mitico Erode.

“Ma che cattiva!! Che mai ti avrà fatto quel povero diavolo di un sindaco?” Personalmente a me nulla, ma è la banalità del male delle sue azioni che rendono pericoloso il suo pensiero. Inserire nella mensa scolastica menù a base di maiale per i bambini musulmani è come dare un dolce a un diabetico o una piadina a un celiaco – ovvero scegliere deliberatamente di fare del male. Impedire a dei bimbi di accedere alla socializzazione che avviene durante il pranzo comune è quanto di più deliberatamente stupido si possa attuare. Avete mai visto dei bimbi in età scolare durante l’intervallo del pranzo? Io sì – sono stata per 5 anni in commissione mensa di una scuola elementare. Ai bimbi di prima o di seconda elementare interessa giocare, giocare, giocare e poi magari mangiare. E “mangiare” è l’atto di socializzazione più importante che possa esistere: condividere il desco con qualcuno, dividere il pane e il companatico, aggiungere una sedia che c’è un amico in più, far festa per il ritorno del figliol prodigo. Ritornando così alle Sacre Scritture, banalmente citate da chi non sa leggere con il cuore, dove Gesù è balzato agli onori della cronaca durante le nozze di Cana ed ha salutato gli apostoli e l’esperienza terrena appunto con l’ultima cena.
Condividere è crescere, imparare. Anche davanti a un piatto di spaghetti o di couscous.

Sempre che non ci sia qualcuno idiota che te lo impedisca con l’abominevole scusa che “prima noi e poi loro”.
E tutto questo sotto lo sguardo rassegnato di un povero Cristo, imbullonato al muro, costretto ad assistere alla negazione delle sue parole…

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

10 June 2010 - Commenti (3) »

Mi si sono rotte le acque…

«L’acqua è fonte di vita e rappresenta il nesso che lega tutti gli esseri viventi su questo pianeta. È connessa direttamente a tutti gli obiettivi delle Nazioni Unite: il miglioramento delle condizioni di salute di donne e bambini e dell’aspettativa di vita, emancipazione femminile, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile, adattamento e attenuazione del cambiamento climatico. Il riconoscimento di questi legami ha portato a dichiarare il periodo 2005-2015 come Decennio Internazionale dell’Acqua per la vita».

Queste sono le parole di Ban Ki-Moon, Segretario generale dell’Onu. Ma allora perché in Italia l’acqua è diventata una merce?

Nelle ultime settimane ha avuto inizio una raccolta di firme per il referendum abrogativo della liberalizzazione (che in realtà è una vera e propria privatizzazione) dell’acqua pubblica. Si può dire che la collettività, nuovamente distante anni luce dalla politica, ha dichiarato guerra alle multinazionali e alle banche che, con il pretesto di liberalizzare, intendono approffittare della situazione. Infatti la legge Galli prima ed il decreto Ronchi poi dispongono la «liberalizzazione dei servizi pubblici»; in base ciò, per quanto ci riguarda, si prevede la cessione ai privati della gestione di servizi (che possono essere acquedotti, fognature, pulizia e trattamento dei reflui…) legati a questa risorsa con l’istituzione di bandi di concorso entro il 31 dicembre 2011.

E quindi? E quindi il decreto Ronchi apre le porte alle multinazionali dell’acqua: per intenderci, Bruxelles (le cui disposizioni hanno ispirato il decreto) impone soltanto una gara per la gestione dei servizi, ma non ha specificato quali. E quindi, come suggerisce Luca Martinelli – giornalista e redattore del mensile «Altreconomia», autore del libro L’acqua è una merce. Perché è giusto e possibile arginare la privatizzazione, ed. Alacràn – per non dover essere obbligati, come il decreto Ronchi impone, a far entrare aziende private nella gestione del sistema idrico integrato, basta dichiarare tale servizio «privo di interesse economico» – e c’è chi lo ha già fatto. Il Comune di Torino, tra gli altri.

E perché opporsi a tutto questo? Vediamo di spiegarci: un’azienda che impiega delle persone ed offre dei servizi deve fare degli utili per poter restare sul mercato: il conto economico non è un terno al lotto ed i numeri, se gestiti male, alla fine mettono di fronte gli amministratori ai loro fallimenti. Ma gli esempi delle varie società PRIVATE? alle quali alcuni Comuni italiani si sono affidati per la gestione delle acque è quanto mai desolante, e la Corte dei Conti è stata chiarissima: ha infatti stabilito che rispetto alla privatizzazione la redditività è aumentata, cioè sono aumentati gli utili delle società di gestione, ma non si è avuto un miglioramento del servizio al cittadino, che continua a nuotare in cattive acque.

E allora noi cosa possiamo fare? Innanzittutto firmare il referendum L’acqua non si vende. C’è tempo fino alla metà di luglio e nel sito http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/ ci sono tutte le informazioni del caso: ricordiamo che una cosa è liberalizzare ed un’altra è privatizzare.

Come ultima cosa vi ricordo il Decalogo per la tutela delle risorse idriche, tratto dal libro Oro blu di Maude Barlow (Arianna Editrice).

1. L’acqua appartiene alla terra e a tutte le specie.

2. L’acqua dovrebbe essere lasciata dove si trova ogni qualvolta sia possibile.

3. L’acqua deve essere conservata per sempre.

4. L’acqua inquinata deve essere risanata.

5. L’acqua è meglio protetta nei suoi bacini idrografici naturali.

6. L’acqua è un bene pubblico e deve essere tutelata a ogni livello da autorità governative.

7. L’accesso a una quantità adeguata di acqua pulita è un diritto umano fondamentale.

8. I migliori difensori dell’acqua sono le comunità locali e i cittadini.

9. I cittadini devono avere lo stesso peso decisionale dei governi nella tutela dell’acqua.

10. Le politiche della globalizzazione economica nei confronti dell’acqua non sono sostenibili.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

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20 May 2010 - Commenti (11) »

Il gatto brasato e l’etica del cibo…

Sicuramente conoscete la fortunata trasmissione televisiva “La prova del cuoco” ed il burbero Beppe Bigazzi, un attempato toscanaccio gastronomo, espulso qualche tempo fa dalla trasmissione a colpi di mattarello perché ha osato parlare di una ricetta che, secondo gli ipocriti che hanno l’email e il commento facile, offende gli animali d’affezione.

Ma cosa ha detto questo signore di tanto grave che ha fatto saltare sulle poltrone i dirigenti Rai, che pure lasciano passare come acqua fresca le tantissime simil-notizie che si sentono al TG1?

Ha spiegato come si marina la carne di gatto, la quale, come si dice nel Veneto, altrimenti odorerebbe di “freschin”, ovvero di selvatico – azione, la marinatura, evidentemente utilizzata sessanta/settanta anni fa dalle massaie che, magari sfollate dopo un bombardamento aereo, cercavano di nutrire la numerosa prole. E visto che comunque una delle malattie più frequenti al tempo era la pellagra, ovvero la mancanza cronica di vitamine del gruppo B, causata dall’utilizzo pressoché esclusivo del mais (leggi polenta) per l’alimentazione, evidentemente di gatti non devono esserne stati marinati poi così tanti…

GATTO BRASATO E ANATRA ALL'ARANCIA?

Attenzione, non sono una sostenitrice del gatto arrosto con le patatine novelle, per carità, ma trovo quanto meno ipocrita stracciarsi le vesti per gli eventuali ipotetici mici brasati, e soprassedere  allegramente sulle torture quotidiane alle quali vengono sottoposti gli animali dei quali ci nutriamo e che hanno avuto la sfortuna di nascere che so, con il becco al posto delle vibrisse. Animali che crescono, vivono e muoiono rinchiusi in gabbie che impediscono loro qualsiasi movimento, pulcini scartati dalla selezione perché maschi e quindi impossibilitati a produrre uova, frullati vivi per comporre le allegre cotolette che fanno bella mostra di sé nel banco frigo, polli  disciplinatamente accomodati in nastri trasportatori per amputare loro, sempre da vivi ovviamente, le ali che diventeranno piccanti e golose alette tex-mex. Perché i quaraquaquà dall’email facile e dal commento stupito, stupido e parziale non si scandalizzano? Perché la gallina non fa miao? C’è tanta differenza tra un animale d’allevamento e un animale d’affezione? Ma avete mai visto quanto è simpatica la gallina padovana?

Foto jacilluch / jacinta lluch valero / flickr.com

Le notizie andrebbero divulgate tutte e per intero altrimenti è facilissimo rovinare la reputazione a qualcuno, come accadde nel Vicentino durante il dominio della Serenissima. Nel 1698 la città fu invasa dai topi, e il ricordo della terribile pestilenza del 1630, che decimò la popolazione di Venezia (e fu il motivo della costruzione della bellissima Basilica della Madonna della Salute), era ancora vivo nella memoria dei più. All’epoca, la gestione della sanità dei territori della Serenissima, tra cui Vicenza appunto, era centralizzata, e la città chiese a più riprese di inviare in “teraferma” gatti, unico ed efficace rimedio per eliminare le colonie di topi. E, all’ennesima richiesta, il doge esclamò: “Ma i Vicentini i magna i gati?!”.

Questa è la storia, il resto è leggenda…

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

7 May 2010 - Commenti (3) »

Contaminiamoci

Un rito che mi riconcilia con il mondo è andare in bicicletta a prendere il latte crudo al distributore: con le bottiglie sbatacchianti nello zaino, affronto incosciente una giungla di guidatori schizofrenici – ma tant’è: qualche sorso di latte che ti avvolge la bocca vale il pericolo corso!

Comunque, lungo il percorso cerco scorciatoie tra vie silenziose, sulle quali si affacciano case con giardini ordinati e altalene colorate, e piccoli condomini con palloni e tricicli in terrazza.

I giochi dei bimbi si assomigliano tutti: potreste dargli una nazionalità, dire che quello è un gioco di un bimbo portoghese, quello di una bimba tunisina, quell’altro di un ragazzino pakistano? Direi di no.

Girovagando in bici annuso l’aria e scopro le carni grigliate nel barbecue, il fischio profumato della pentola a pressione, il curry che sta soffriggendo con le cipolle.

E quello che i bimbi mangiano? I loro cibi si assomigliano?

Qui si apre un mondo, tanto complesso quanto è complesso il nostro mondo, tanto antico quanto il primo piatto cotto nella storia. Un mondo, una cultura, una storia in ogni cucina: mentre i nostri figli  – Michele e Margherita, Mohamed e Shamila e José – sono a scuola, e imparano a diventare grandi, anche pranzando insieme nelle mense scolastiche, le loro mamme, silenziose e  invisibili, lavorano, e si prendono cura della casa e della famiglia, e soprattutto della cucina. Ciascuna a suo modo, chi mettendo a bollire speghetti di grano duro, chi spaghetti di soia, chi preparando falafel, chi invece polpette…

Che c’è di strano? È così da sempre – ma mai come in questo nuovo millennio ci è data la possibilità di arricchire quella che potrebbe diventare la nostra storia ed anche parte della nostra cultura, “contaminando” positivamente ciò che siamo diventati. Perché non penserete davvero che già ai tempi dei romani “noi” mangiavamo spaghetti al pomodoro, bevendo spremute d’agrumi o caffè…! Se non ci fossero state le esplorazioni, la voglia di vedere cosa c’era dall’altra parte delle Colonne d’Ercole, ora la nostra dieta sarebbe quantomeno monotona. E quindi perché non approfittare di questa ulteriore, nuova esplorazione “al contrario”? Non “noi” che andiamo al di là del mondo conosciuto ma noi che accogliamo di qua persone, esperienze, storie, colori, ma anche aromi e sapori, che vengono da un mondo che ci è ancora largamente sconosciuto…

Mi piace pensare al sorriso di una donna indaffarata con spezie colorate nella mia cucina, intenta a insegnarmi un piatto che potrei preparare per suo figlio che fa merenda con il mio, mentre io le confido la mia ricetta segreta per il brasato… Prendete carta e matita anche voi?

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

22 April 2010 - Commenti (3) »

Di mamma ce n’è una sola. Per fortuna…

Quando avevo 13 anni, il mio prof di Italiano diede un compito in classe: “Parlami del ruolo della donna nella società moderna, partendo dai mezzi di comunicazione e dalla pubblicità” (da poco avevano visto la luce Rai 3 e Canale 5).  Scrissi una fiaba, “Biancaneve, Cenerentola e l’S.P.S., Sindacato Principesse Stufate”: l’angelo del focolare ha avuto la possibilità di uscire dal suo castello incantato, ma il resto del regno non  se n’è accorto e continua a trattarla come una cara ragazza che si occupa di ricamare le tovaglie per il salone delle feste e di curare le rose nel giardino all’italiana. Donna solo se moglie e madre di famiglia. In sintesi.

A distanza di oltre trent’anni mi sono soffermata nuovamente su questo tema e su come viene vista la “donna” – anzi, la donna per eccellenza: la “mamma” – dai pubblicitari italiani, e quindi dal pubblico.

Le mamme sono sempre mediamente belle, ma non di una bellezza “preoccupante”, eccessiva. Sorridenti, pazienti e materne, appunto, sono mamme anche con l’idraulico che vorrebbe entrare in casa con un tubo pieno di schifezze (per situazioni analoghe io ho un fantastico mattarello di oltre 60 cm di lunghezza… che soddisfazione…).

Le mamme sono tutte prolifiche: in una nazione il cui tasso di natalità è al 219° posto su 222 fra i paesi del mondo, attorno alla tavola ci sono sempre un paio di bambini, a volte addirittura tre: tutti molto carini, con una faccia un po’ birichina, ma si vede, signora mia, proprio bravi ragazzi. Devono esserci sussidi alla famiglia, asili nido ed orari flessibili incredibili, nel mondo della pubblicità!

Ma le mamme, soprattutto, non mangiano. Avete notato? Ma certo! Nella pubblicità le mamme non mangiano mai perché cucinano!

O perlomeno, non lo fanno secondo quello che normalmente si intende per cucinare: passano in forno agglomerati di carne impanata simil-cotoletta, o spadellano tranci geometrici di pesce che dell’originario aspetto ittico conservano solo il biancore delle carni; aprono una srie di buste contenitori scatolotte barattoli; e siccome sono delle brave mamme, gli ortaggi vengono offerti alla prole sorridente e festante scongelando delle buste di verdura parzialmente cotte. L’ultima volta che chiesi a mia figlia se voleva della verdura mi rispose: “Piselli? No grazie, li ho già mangiati l’anno scorso!”. Oppure offrono merendine golose, suggeriscono succhi di frutta ristoratori, propongono bicchieri di latte sotto forma di barrette sommerse di ogni possibile variante di cioccolata mou glassa ricopertura pralinatura, agglomerati di coloranti addensanti sapidatori…

E comunque, “cucinare” in senso proprio, quasi mai: le mamme della pubblicità sono come un autogrill: somministrano cibi e bevande, preferibilmente preconfezionati.

Un po’ triste, direi. A distanza di trent’anni dal mio tema, se non è zuppa è pan bagnato, cambia solo l’immagine femminile delle réclame: da mamme sorridenti cotonate e con la gonna in taffetà si passa a mamme ugualmente sorridenti ma con un taglio di capelli più sbarazzino e un look trendy – ma non troppo “fashion victim”. Cambia la forma ma non  la sostanza: nel castello incantato in versione residence il salone delle feste diventa una cucina da migliaia di euro che viene accarezzata e pulita ma raramente usata. Un’icona di se stessa, statica e rassicurante. Che non si agiti troppo, signora mia, per carità.

Anna Maria

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

8 April 2010 - Commenti (12) »

Cicciabomba cannoniere…

Ormai è passato un mese dalla notte degli Oscar – e possiamo ragionare a mente fredda sui vincitori. Su Avatar? No, su Kathryn Bigelow: dopo 82 anni i membri dell’Academy consegnano per la prima volta la tanto ambita statuetta a una donna regista.

Lacrime, emozione, stupore, gioia… e poi tutti ai numerosissimi party in onore di quel tal vincitore o di quella talaltra produzione, con ricchi buffet a base di cibo “sano”, come da un anno Michelle Obama propone.

Beh – cosa ci sarebbe da ragionare a mente fredda? La Bigelow ha diretto un ottimo film ed è stata premiata.

Sì, ma l’avete vista? Una 58enne alta 183 cm che dimostra almeno 10 anni in meno (e senza aver subito “revisioni”…), la quale, parlando della propria incredibile forma fisica, racconta di costante esercizio fisico e di dieta mediterranea. Io credo che anche il fidanzato 38enne faccia la sua parte – ma è sulla dieta mediterranea che volevo riflettere.

Una dieta vincente, in effetti.

Per dieta si intende un “regime alimentare controllato”, non dal buonsenso evidentemente, alla luce delle pubblicazioni legate al recente Obesity Day italiano (ottobre 2009). Già il fatto che negli ultimi dieci anni si sia sentita la necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica circa i danni dell’obesità dovrebbe far accapponare la pelle – le ricadute sulla salute, privata e pubblica che sia, sono salatissime: in Italia ci sono 5 milioni di obesi e mezzo milione di obesi gravi, con tutti i problemi sociosanitari che questo comporta. L’Italia sta diventando sempre più grassa, tanto che le liste di attesa per la chirurgia dell’obesità, che dovrebbe essere considerata l’ultima spiaggia, hanno raggiunto oramai l’anno e mezzo.

E allora che si fa? Si regolamentano le tette delle minorenni – ops, l’operazione di mastoplastica aggiuntiva (con obbligatoria revoca della patria podestà e maternità, mi auguro), e si lanciano anatemi (e addirittura decreti ministeriali) contro gli additivi (ma naturalmente non parliamo di quelli usati dalle industrie alimentari, no, quelli fanno bene), seguendo il tormentone di “Striscia la notizia” (che appunto va a curiosare nei piatti degli chef e non sugli scaffali dei supermercati, nei laboratori degli inserzionisti…) mentre il paniere degli italiani, a causa della crisi, si riempie di prodotti da forno confezionati di scarsa qualità (ricchi di grassi saturi), mentre si lascia marcire ciò che aveva contribuito a renderci la popolazione più longeva del bacino del Mediterraneo: frutta e verdura di stagione, cereali integrali e legumi, pesce, olio extravergine e vino.

Urge una campagna di sensibilizzazione un po’ aggressiva, come si usa nell’Europa del Nord, patrocinata dai ministeri dell’Agricoltura, della Salute e dell’Istruzione, che magari lasci da parte le inquadrature a tutto campo di sorrisi famosi che ti suggeriscono di fare il bravo bambino e di mangiare la pappa buona, preferendo invece una bella zoomata sull’apparato scheletrico di un bimbo di 12 anni che pesa oltre 85 kg, che magari abbia già subito un intervento chirurgico per asportare i calcoli alla cistifellea, che dovrà lottare tutta la vita per mantenere un peso forma salubre, in quanto le cellule adipose sono quelle con la memoria più tenace (possono moltiplicare il loro volume per migliaia di volte, e basta che questo accada una volta perché tentino con tutte le loro forze, e per la durata di tutta la nostra vita, di farci tornare ad una insalubre morbidezza).

In Europa si ragiona da tempo circa una specifica tassazione che colpisca il junk food, e addirittura la Lettonia lo blocca direttamente alle frontiere.

Ci riflettiamo seriamente anche noi? Un bambino grasso non è un simpatico pacioccone ma un bimbo infelice che diventerà un adulto malato.


Anna Maria

La cucina di qb

Tanto CibVs QuantoBasta

25 March 2010 - Commenti (2) »

La Iolanda transgenica e la patata furiosa!


Potrebbe essere un nuovo libro della mitica Luciana Littizzetto invece sono io, mentre la radio (della tele comincio a diffidare, ultimamente hanno problemi tra sinonimi, contrari…) anticipa la notizia della decisione presa dalla UE circa le coltivazioni trangeniche che diventeranno possibili in Europa, quindi anche in Italia.

Ricordo l’entusiasmo di una decina di anni fa circa l’avvento dell’orto geneticamente modificato: con un gene in più o uno in meno si potrà curare l’epatite B oppure produrre vaccini verdi, così da combattere alcune delle cause di morte per tutti quei bambini che nel mondo non superano i cinque anni di età.

La superpatata, anzi la patata Frankenstein! Gene ululà? No, gene ululì.

Visto i retroscena, tra l’altro ampiamente prevedibili, della “maiala”, che si è trasformata in una “bufala”, non potrei proprio immaginare in cosa potrebbe divenire la “patata”.

Anzi no. Un’idea ce l’ho. E sono le decine di suicidi di contadini indiani disperati, nuovi servi della gleba della tecnologia e della genetica “modificata”, illusi che con l’acquisto delle sementi modificate avrebbero risolto per sempre i problemi legati ai parassiti che attaccavano le loro coltivazioni.

ogm2

Convinti ad acquistare massicce quantità di sostanze chimiche con le quali avvelenare le loro terre, in quanto determinati antiparassitari funzionano solo con determinate sementi.

Indotti a raccogliere frutti sterili perché la novella parabola del seminatore non prevede che dal seme che trova buon terreno, e che darà frutto moltiplicato per mille, poi ogni singolo seme sia a sua volta portatore di frutto. I moltiplicatori si usano solo per i profitti di coloro i quali non sanno nulla di quelle terre, di quei contadini, di quei raccolti.

La solita fanatica dell’aratro a mano e delle mani callose?

No, tutt’altro. La tecnologia deve servire per liberare l’uomo dal sudore della fronte e non a ridurlo in miseria.

Sapete cosa mi ricorda queste multinazionale delle sementi modificate? Quella del latte in polvere, che una ventina d’anni fa, convinceva le giovani africane mamme a non allattare al seno il proprio neonato ma di nutrirlo con il latte in polvere, appunto. Le prime forniture erano gratis, poi venivano presentati i conti. E le giovani e disperate mamme, oramai private del loro immenso tesoro che è il latte materno, diluivano sempre più la soluzione, rendendosi responsabili della morte dei loro piccoli, per denutrizione, per dissenteria.

Un sorriso: uno scrittore un giorno disse che il latte materno non è solo il più buono del mondo ma è anche quello che si presenta nella confezione più eccitante.

Andy Warhol

Andy Warhol


Per concludere, non credo più a nessuno quando mi sento dire “stiamo lavorando per voi”, anche perché la recentissima no-pandemia (H1N1 per intenderci) ha comportato comunque due spiacevolissimi effetti collaterali: 23 milioni di dosi di vaccino prodotte, pagate, e non utilizzate da smaltire correttamente (costo da aggiungere) e l’aumento esponenziale delle dermatiti, causate dalla fobia di lavarsi le mani ad ogni piè sospinto con gel disinfettanti (ulteriore costo da aggiungere in termini di acquisto di gel, di visite specialistiche, di acquisto prodotti topici per risolvere il problema).

Cosa si potrebbe scoprire se qualcuno finalmente decidesse di fare un’analisi seria sulle conseguenze del consumo di prodotti OGM nella popolazione degli Stati Uniti che ne fa uso da 20 anni?

coq-geant

Anna Maria

immagini dal web

Tanto CibVs QuantoBasta

11 March 2010 - Commenti (10) »

Siamo quello che mangiamo?

O siamo quello che ci dicono di mangiare?

Se è vero che siamo quello che mangiamo, credo sia corretto affermare che più spesso di quanto immaginiamo ci nutriamo di pubblicità: nelle acque minerali, per esempio, l’utilizzo di etichette con tonalità calde e pet trasparente collocano la bottiglia in una fascia di prezzo più bassa rispetto alla medesima acqua imbottigliata dalla medesima azienda in un elegante pet azzurro associato al nome di un santo, così da sottolinearne purezza e freschezza.

Nel grande mondo dell’enogastronomia, tra le diverse categorie, amatori, esperti, appassionati, fanatici, ignoranti e via con gli aggettivi, credo sia corretto inserirne una, quella dei pirla.

Perché è così che mi sono sentita quanto il signor Mc ha deciso di sposare la dieta mediterranea, dichiarando in pompa magna di inserire nei suoi hamburger l’asiago (quale asiago, stravecchio?) e la crema di carciofi (quali carciofi, le castraure?).

E che c’azzeggia – pardon! – che c’azzecca la pancetta (quale pancetta?) e le cipolle (quali cipolle?) nel reiterato tentativo di hamburger marchiato di italianità gastronomica? Ah sì, c’è anche il pane con la farina di grano saraceno, morbido come il pane americano pieno di grassi, ma un po’ più scuro, così da darti l’impressione che la farina priva di glutine e meno proteica non si fermerà sul girovita con la carriolata di calorie che il pacchetto completo propone.

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“Soppravolando” sul fatto che il pane, morbido appunto grazie alla quantità industriale di grassi aggiunti (ma sì, tipo il pane da sandwich) diversi dall’olio più o meno vergine, non è propriamente tipico, ma tante’è…

Tutto quanto patrocinato dal Ministero per le politiche agricole.

È come quando in profumeria acquisti una crema antirughe – pagandola come un fine settimana tra le bellezze dell’Italia meno cafona – pubblicizzata da una ragazzina non ancora maggiorenne o da una signora di età avanzata ma non trascorsa trasformata in ragazzina: lo sai che non diventerai mai come la testimonial di turno, visto che non possiedi il medesimo dna o non utilizzi con la medesima maestria il Photoshop… Ma almeno in questo caso non c’è nessun patrocinio ministeriale.

Come se non bastasse, ci si mette pure la Ue con il marchio Stg, eccellenza agroalimentare europea, per la pizza napoletana: lodevole iniziativa, per carità. Ma la pizza fatta con che cosa? Con la cagliata importata da chissà dove, l’olio greco, la passata spagnola o la farina dal Nord Africa o dall’Ucraina… tutto fantasticamente pan-europeo ma che non c’entra nulla con la sottolineatura (“la multinazionale dei contadini italiani”) e relativa tutela di un prodotto che dovrebbe essere “italiano” per eccellenza, a partire dalla provenienza della materia prima.

I nostri contadini, vessati da una burocrazia che dire kafkiana è poco, direi italiana, ecco, rende meglio, hanno appena chiuso un 2009 di lacrime e sangue, con caduta a picco dei fatturati e dei profitti, chiusura di decine di centinaia di attività, abbandono delle campagne, con conseguente tragica disoccupazione, soprattutto giovanile, in quelle parti del nostro bel paese dove le condizioni climatiche favorirebbero agricoltura, pastorizia, allevamento e turismo, magari etico, nel rispetto dell’ambiente e dei ritmi che da millenni regolano la natura.

Tutto questo lavoro e tutta questa fatica sì che dovrebbero essere patrocinati. Mi sentirei meno pirla.

Anna Maria

www.lacucinadiqb