Archivio per la categoria ’Tanto CibVs QuantoBasta’

Prolegomeni all’epitomatura dell’aperitivo

30 January 2012 - Commenti (3) »

Foto di Bruno Cordioli.

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L’aperitivo. Una forma di intrattenimento manducatorio-potabile che si presenta, ai nostri giorni, in una serie di modalità espressive che a una base comune – bevi intanto che ti faccio mangiare qualcosa di salato che così ti viene sete e bevi ancora e mangi qualcosa di salato che ti viene sete… – sovrappongono libere interpretazioni contenutistiche, economiche, etiche.

Modalità minimal. Una insalatiera, un tovagliolo di carta, frantumi di patatine ormai ammollate e ipersalinizzate dal succedersi dei giorni di esposizione. Olive in una scodellina, saclà denocciolate. Arachidi. Qualche cetriolino cipollina sottaciuti sottaceti.

Modalità tocco di classe. Vari modelli di similpatatine mais formaggio grigliate fiammiferate aromatizzate paprikapomodorooliverosmarinobasilico puffose spugnose; i popcorn; gli anacardi.

Modalità esotica o melting cauldron. Base irrinunciabile, che lo rende riconoscibile da lontano: chips triangolari di mais e salsa piccante, che fa tanto latinoamericaneggiante. Per giustificarne l’internazionalità si propongono contenuti fra i più disparati: coucous con la trippa, insalata fagioli e fragole, patate arrosto con cavolfiore bollito, …

Modalità veggie. Filetti di carotine svenute, gambetti di sedano svaporati, peperoni rattrappiti, cetrioloni ormai in declino, finocchi demodè. Serviti su tovagliette alla zingaresca hippieggianti. Patatine al kamut, pop corn di crusca.

Modalità ecosensibile autoriciclante. Primi piatti di mezzogiorno rigenerati gratinandoli con la fiamma ossidrica, panini già ripieni affettati o quadrettati, cotolette dall’età indefinita ritagliate porzionate abbellite con rucola e pomodorini (gli stessi da almeno una settimana), focacce pizze a pezzi più per tendenza autodistruttiva che altro, verdure decomposte.

Modalità megaupload. Teorie di piatti piattoni vassoi di contenuti disparati disperati: piramidi di formaggi di unica provenienza (sottilette rapprese, monoblocchi di mozzarellunta) tagliati a dadi losanghe palline per spacciarli come diverse tipicità casearie (diffidare dei finti erborinati, e dei formaggi cosiddetti tipici della tundra conservati nel muschio di yak…); catafalchi di olive nere verdi e stranamente gialle; pozzi di peperoncini in decomposizione per autocombustione dovuta all’eccesso di capsicina; concrezioni stratificate di tartine panini sandwich tramezzini consistenti di fettine di pane fra fette di pane con aloni di salumi e formaggi; teorie di bandierine polinazionali a segnalare la sottostanza di stuzzicadenti appuntati su qualcosa di  teoricamente commestibile; calderoni di pasta pasticciata, non all’insegna della ricercatezza culinaria ma dell’inopinato smarrimento del ricettario di casa; insalate di riso made in taiwan; trionfi di bastoncini da cocktail (dis)adorni di frutta avanzata dai cocktail della zona vip la sera precedente…

Modalità Milano. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Modalità bacaro. Ne ha parlato Anna Maria in Tanto CibVs Quanto Basta qualche giorno fa: un invito alla riscoperta di ritualità ormai desuete, di una socialità alternativa; chissà com’è andato il suo #Bacaro Tour… Aspettiamo notizie.

Emanuele Bonati

Tanto CibVs QuantoBasta: The Social #Bacari

28 January 2012 - Commenti (5) »

Confesso che trovo Twitter molto più intrigante di Facebook, se non altro perché in 140 caratteri si arriva subito al sodo – ed è quello che è accaduto fra un tweet e l’altro mentre una TL [time line, ndBlogVs] particolarmente gaudente elucubrava attorno a dei termini oscuri quali #bacari, #cicheti, #ombre e #ombristi.

Si rese necessaria una spiegazione sintetica ma efficace: “bacaro” è il tipico vecchio bar veneziano. Avete presente un lounge bar? Ecco, tutta un’altra cosa. Il vero bacaro viene vissuto dai veneziani e dagli studenti quasi come una filosofia di vita. I “foresti”, ovvero i turisti che credono che Venezia sia solo San Marco e Strada Nova, non lo conoscono e forse non lo comprendono…

Il bacaro apre alle 8.00 e chiude alle 20.00. “Anca massa” [anche troppo, ndBlogVs: ah, queste blogger, poliglotte...] fu la risposta di un oste di fronte alla domanda di un foresto che chiedeva come mai non prolungasse l’orario dell’happy hour. Si inizia con il caffè corretto per continuare con l’“ombra”, unità di misura alcolica che la tradizione vuole prenda il nome dall’usanza antica dei venditori ambulanti di vino di proteggere la loro mercanzia sotto l’ombra del Campanile di piazza San Marco.

“Dame un’ombra e un cicheto” ovvero accompagno il bicchiere di vino con uno stuzzichino goloso, altro che patatine lofie [ovvero scialbe] e bagigi [alias arachidi] così privi di fascino. Del resto il veneziano per “cicheto” intende: crostino con bacalà mantecato, moscardini, l’oveto sodo co l’aciugheta, la polpeta de carne, a rodea de museto (fetta di cotechino per le feste) e in stagione moeche e castraure (granchi di laguna catturati durante la muta e fritti, e piccoli carciofi violetti coltivati nell’isola di Sant’Erasmo).

In tutto il resto del mondo i bar vengono visitati dai clienti, qualche volta occasionali: a Venezia nei bacari ci vanno le “batterie”, ovvero gruppi di clienti storici che girano di bacaro in bacaro. Le batterie sono composte da “fioi” (ragazzi, anche di un tempo) – che si suddividono in ombristi, professionisti, semiprofessionisti e amatori, in base alla capacità di reggere l’alcool. Accade che alcune batterie siano formate anche da ex-ombristi, ovvero professionisti dell’ombra ai quali il medico ha assolutamente impedito di bere, e quindi si accontentano di “ombre” d’acqua pur di stare in compagnia dei “veci amissi”.

La spiegazione deve essere stata esaustiva perché il tweet successivo è stato “quando organizziamo?”.

Detto, fatto. Sabato 28 gennaio ci si incontrerà alla Stazione di Santa Lucia e da lì si inizierà un bacaro tour che ovviamente non sfiorerà Piazza San Marco ma luoghi, colori, chiacchiere e sapori della Venezia più vera. Quella che i veneziani vivono ogni giorno. Percorso ed emozioni che saranno raccontate fra qualche giorno.

Non lo considero un “evento” ma un “momento” da condividere con amici e conoscenti, che magari ancora non lo sono ma che potrebbero anche diventarlo, circondati da una città che non smetterà mai di stupire. Non è già questo un evento?

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

20 October 2011 - Commenti (5) »

[omissis] on the rocks

Prima scena: interno giorno. Bottiglietta da 33cc fondo bianco e delicatamente decorata con disegni fucsia, svettante sopra il tavolo vero-fintopovero posto al centro della cucina.

Seconda scena: interno giorno. Creatura quattordicenne, adeguatamente accessoriata di brufoli e polluzioni notturne, entra in cucina.

La Creatura mi guarda, guarda attorno, si sofferma, mi guarda, scoppia in una fragorosa risata e inizia a smanettare col telefonino, sogghignando, tanto che il cellulare sembra posseduto.

Ma cosa avrà scatenato cotanta ilarità e frenesia diteggiatrice? Ovviamente la visione del packaging della bottiglietta di cui sopra, 33cc di soft drink, una “bibita funzionale”, come viene definita nel sito istituzionale www.fioridiguarana.it, ovvero che svolge alcune funzioni fondamentali (effetto tonico, vitaminico, dietetico…), che ha trasformato i principi attivi utilizzati per la preparazione del drink – derivanti dal fiore di guaranà – in un acronimo degno di un adolescente in pieno tsunami ormonale.

Base del ragionamento che ha portato i “fiori di guaranà” a diventare “fi-Gà”, recita il sito, è la scoperta che la pubblicità tradizionale è morta (ma va?), e che quindi bisogna inventare la mucca viola, o qualsiasi altra cosa, ovvero la parola, lo slogan che stupisce e che diventa virale. Questo. Questo? Una vera fi-gàta, insomma.

Continuiamo a farci del male, mi verrebbe da dire. A insistere sulla sineddoche malsana che negli ultimi trent’anni ha avvelenato l’aria respirata da una generazione: un’intera donna in una singola parte del suo corpo.

Continuiamo a consentire che la figura della donna venga dileggiata in ogni suo singolo aspetto: il suo impegno, le sue capacità, il suo ruolo istituzionale, la sua lotta quotidiana contro l’ignoranza, la deficienza, la sua dificoltà a portare avanti un quotidiano lavorativo, familiare, economico in un mondo che da lei tutto pretende e a lei molto rifiuta.

Nel sito si legge: “La nostra filosofia è continuare in questa strada, lasciare cioè che sia il consumatore finale ad essere l’unico ‘punto di riferimento’ e ‘giudice’ del nostro ‘brand’.”  Il tutto sulle note di La vie en rose – che imperversa in loop sul sito, a confermare che la felicità è un loop analcolico che comunque gira sempre lì attorno. Intanto sono indecisi se la cosa sia maschile o femminile il forum è fermo al 2010, l’e-shop è ricco di oggetti mai visti in giro, la galleria fotografica è quanto mai triste e stanca. Poveri fiori di guaranà, eletti a metafora altrettanto triste e stanca. Chi li ha mai visti, comprati, odorati, usati, i fiori di guaranà?

I fiori di guaranà non sono stati usati da Tawakkul Karman, 32 anni, “nelle circostanze più difficili sia prima che durante la Primavera araba”, insignita del Nobel per la Pace, premio che Comitato norvegese si augura possa ”contribuisca a porre fine alla repressione delle donne che ancora esiste in molti Paesi del mondo e a realizzare il grande potenziale per la democrazia e la pace che le donne rappresentano”.

I fiori di guaranà non stati usati, sostituti delle ottocentesche mimose, a coprire pudicamente il sudario di cemento e mattoni delle 5 lavoratrici morte a Barletta.

I fiori di guaranà non mi daranno sicurezza quando attraverserò sola il sottopasso di una stazione ferroviaria, dopo essere scesa da un treno al calar del buio.

Che la mucca viola se li sia mangiati tutti?

Nel frattempo la Creatura ha evidentemente finito il credito e si è fatto un’idea. “Ma ti pare che si possa ordinarla in un bar senza scoppiare a ridere come degli scemi?! Dai mami, me la fai portare a scuola? Così la presento ai miei amici…”

“Guarda che se continui così ti metto in castigo perpetuo.”

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

8 June 2011 - Commenti (4) »

La piccola cucina degli orrori

Dopo la mozzarella blu, la ricotta rosa, il maiale alla diossina ecco il cetriolo assassino: il bello, o il brutto, di questi ricorrenti allarmi alimentari è che ormai non allarmano più nessuno.

Siamo passati negli anni Ottanta dal vino al metanolo, con i suoi ventitrè morti, all’olio di colza, alla mucca pazza, al pollo influenzato degli anni Novanta…

E ora? A pochi mesi dalla fine del mondo predetta dai Maya, cosa minaccia ulteriormente la nostra già vacillante serenità?

Comincia un cetriolo killer che habla español e che nutre poca simpatia per i teutonici amanti del Cucumis sativus. Penso, “Va bene, sarebbe anche stagione del cetriolo, ma se non si può mangiare, vorrà dire che mi rifarò con i pomodori verdi fritti.”

Non faccio in tempo ad aggiornare il menù che un freddo comunicato stampa rettifica “Scusate, il cetriolo ci aveva ingannato. Il colpevole è un cervo. Anzi, un insaccato di cervo” (che notoriamente si produce con le medesime modalità e nelle medesime location del serial killer vegetariano).

Ripulito il frigo dai “culetti” di salumi assortiti e un po’ “stagionati”, che magari nelle loro vite precedenti avevano avuto rapporti con qualche soppalcato esponente della famiglia dei Cervidi, ecco un nuovo proclama: dietrofront! Fermi tutti! La colpa è dei germogli di soia!

Come i germogli di soia?! Mi avete fatto buttar via tutti i miei adorati culetti di salumi stagionati – che rendono strepitose le paste e fagioli – e fatto acquistare un pallet di insospettabili germogli di soia, finocchio, pisello, asparago e… aspetta – cosa leggo in una recentissima agenzia? “Beh, no, forse, no non è la soia, anzi, ecco – non lo sappiamo!”

Forse – ma solo forse – un po’ di prudenza sarebbe quantomeno consigliabile. E sarebbe anche consigliabile un mini-check up al sistema europeo di allerta rapido, che ha dimostrato di essere più isterico che rapido.

La giustificazione di questo deprecabile comportamento sta nel fatto che se c’è un’emergenza alimentare, una sia pur solo ventilata ipotesi che singoli ingredienti o preparati complessi possano compromettere la salute dei consumatori, portandoli addirittura alla morte, non bisogna andare troppo per il sottile e si deve intervenire tempestivamente. Ma lasciano perplessi i falsi allarmi, che spesso si traducono in un danno economico vuoi per il produttore, vuoi per la collettività, che in ultima analisi paga i doverosi rimborsi…

Qualcuno poi mi deve spiegare qual è la differenza tra un’emergenza alimentare, con conseguente blocco di questo o quel prodotto, e una non-emergenziale malattia cardiovascolare o un cancro, entrambi causati dalle pessime abitudini alimentari che negli ultimi trent’anni hanno portato la popolazione statunitense prima e quella europea poi a convivere con obesità e soprappeso – con costi sociali e sanitari ben più alti rispetto a quanto sta accadendo in queste ultime settimane nel nord della Germania e in diversi paesi europei. Costi sociali che l’intera collettività dovrà sopportare, visto che l’allerta rapido è riuscito a far chiudere rapidamente aziende di produzione alimentare spagnole e tedesche, con la conseguente perdita di lavoro di decine e decine di lavoratori.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

14 March 2011 - Commento (1) »

Ucci ucci, sento odor di cristianucci

Sono sempre stata dell’idea che certa letteratura e in seguito anche certo cinema abbiano anticipato quanto poi nella vita reale sarebbe accaduto. Jules Verne con i suoi romanzi piuttosto che la saga di Star Trek ci hanno narrato di un mondo futuro che poi è diventato presente – attuale – in pochissimo tempo, rispetto alla storia della terra e dell’uomo.

Ecco quindi razzi spaziali che atterrano sulla Luna o su Marte, apparecchi di comunicazione identici ai primi cellulari “a cozza”, computer intelligenti che decidono per noi, vosotatori dallo spazio di ogni tipo e forma e dimensione… e anche visitatori alieni animati da intenzioni bellicose e a volte addirittura mangerecce: è il filone cinematografico fantasy-horror, nel quale gli extraterrestri banchettano con gli umani.

“Ma vuoi proprio che accada? Che gli extraterrestri ci mangino? Ma è solo un film!”

Esatto, un film, un brutto film, direi. Anche perché sono certa l’E.T. di turno non mi mangerà affatto: risulterei troppo indigesta, disgustosa, probabilmente letale.

Facile la battuta “gallina vecchia fa buon brodo” – ma in questo caso il brodo di cottura sarebbe solo un concentrato di metalli pesanti, principi farmaceutici attivi, ormoni di sintesi, conservanti. Sì, conservanti, perché rispetto a cinquant’anni fa il nostro corpo ci mette molto più tempo a decomporsi, come certi yogurt che durano 6 mesi in frigorifero.

Se è vero che siamo quello che mangiamo, dall’ultimo dopoguerra agli albori del terzo millennio gli uomini, complice il profitto malcelato da progresso, sono riusciti ad avvelenare se stessi e il futuro delle generazioni che verranno, oltre ad arrivare a un punto di non ritorno di stress per nostra Madre Terra, che rischia di trasformarsi in matrigna.

Dal 1986, con il terribile scandalo del vino adulterato al metanolo che causò la morte di ventitrè persone e danni fisici terribili a centinaia di consumatori – a tutt’oggi non ancora risarciti – all’ennesimo allarme diossina nella carne di maiale e nelle uova che importiamo, sembra davvero che nulla possa insegnarci qualcosa. Ingurgitiamo schifezze a tutto spiano, quasi affetti da bulimia tossica.

Per contro si assiste a un gran parlare, a un movimento di eventi e di persone attorno al cibo di qualità: dopo gli anni di ubriacatura da nouvelle cuisine e da cucina molecolare, la parola d’ordine è semplicità. Si ritorna alle origini, alle tradizioni delle mamme e delle nonne, a una cultura contadina travolta da un’industria che non ha mantenuto le sue promesse di riscatto sociale per tutti.

E sembra essere proprio l’agricoltura, o meglio la speranza di una sua valorizzazione etica, la chiave di volta in questo periodo così strano. Agricoltura che accoglie sempre più spesso la fatica e la conoscenza delle giovani generazioni – quelle, per intenderci, che sapevano tutto sui dinosauri ma che non avevano mai visto una gallina “dal vivo”. Giovani generazioni che se lasciate libere di lavorare e di riparare agli errori delle precedenti potrebbero rendere più appetitoso, e salubre, lo spuntino di un alieno di passaggio.

Anna Maria

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

10 February 2011 - Commenti (14) »

Buon non-SanValentino!!

È partito il conto alla rovescia per il mio personale non-SanValentino. Lo so, ormai dir male di questa festa è come sparare sulla Croce Rossa: ma io lo sto facendo da tempi non sospetti, per cui sono giustificata.

San Valentino è una festa relativamente recente, piuttosto ammiccante e piuttosto consumistica.

Non sono contraria alle feste. Le feste che ricordo da bambina erano il 19 marzo, perché è il mio compleanno – e sì, lo so, anche la festa del papà – e la festa della mamma. A scuola si preparava con le proprie manine il regalino da consegnare al genitore, si andava a messa al mattino (giusto per alzarsi presto anche nei giorni di festa) e poi tutti a casa a festeggiare, a tavola, con i piatti preparati dalla mamma. Prima c’era Natale, in mezzo la Pasqua. Con i rispettivi regalini hand-made. Fine delle feste comandate.

Ora invece si comincia ad allestire le vetrine ad hoc per San Valentino subito dopo l’Epifania. La vecchina con la scopa viene fatta sloggiare per lasciar posto ad un tripudio rosso fuoco che avvolge indifferentemente cioccolatini (visto il colore, un riciclone di Natale…), finte rose, confezioni di cacao al peperoncino, mutande (magari quelle non vendute per Capodanno…), profumi, rimmel e copriocchiaie (per il mattino dopo).

E il giorno dopo, via tutto dalle vetrine perché in sequenza ci aspettano Carnevale, Pasqua e Pasquetta (per la gita fuori porta).

Tutto questo in un paese nel quale la prima causa di morte (dati Istat) per le giovani donne in età fertile è per mano di un fidanzato, di un marito, di un padre, di un uomo rifiutato da un amore che non faceva battere più il cuore, mentre nel mondo è l’Aids, l’infezione profondamente subdola proprio per la sua modalità di trasmissione.

Ecco perché non trovo nulla da festeggiare a San Valentino, almeno fino a quando le cifre fornite dagli istituti di statistica continueranno a parlare di una “strage delle innocenti” in nome dell’amore…

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Una ricettina…

Ma una ricetta vorrei lasciarvela lo stesso. La propone il compianto Manuel Vázquez Montalbán, l’autore dei romanzi con protagonista Pepe Carvalho, ma anche raffinato gastronomo, nel suo libro Ricette Immorali, una trattato eno-gastronomico-sessuale corredato da 62 ricette.

Montalbán consigliava, per un incontro amoroso, un cibo altamente afrodisiaco e peccaminoso: pane e pomodoro!

«Un cibo peccaminoso è tale nella sua accessibilità e nella sua semplicità: quindi pane e pomodoro per tutti.

E dopo l’amore pane, pomodoro e un po’ di salame.»

Il salame già affettato (così da non indurre in tentazione…).

Mangiate pane e pomodoro, non fate la guerra.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

9 January 2011 - Commento (1) »

Dimmi come mangi (e ti dirò chi sei?)

Nei giorni scorsi ha sollevato scalpore il fatto che Zaia, padano governatore del Veneto, sia stato fotografato in un ristorante cinese che offre sushi, involtini primavera e verdure grigliate ad un prezzo che va dai 10 ai 15 euro, il Wok Sushi a Preganziol.

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"E' diventato il cinese più famoso d'Italia, l'amico del governatore leghista del Veneto Luca Zaia, che nel suo locale di Preganziol ha trascorso anche la sera di Capodanno. E' Hu Lishuang, detto Marco, il proprietario della catena di ristoranti "Wok Sushi", presi d'assalto dai veneti perchè si mangia a prezzo fisso. Con 10,90 a pranzo e 15,90 a cena ci si riempie il piatto quanto si vuole, bibite escluse." FOTO IL MATTINO DI PADOVA

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La vicenda in realtà si presenta divertente sotto più di un aspetto. Fermo restando che il sushi, il maki ed il sashimi sono piatti giapponesi mentre gli involtini primavera ed i won-ton fritti arrivano direttamente da Pechino – per cui più che di cucina cinese parlerei di menu orientale.

Divertente perché il povero ex-ministro non potrà mangiare mai più “straniero”, a quanto pare. Il veto varrà anche per l’ossobuco alla milanese e la coda alla vaccinara? E per il confit d’oie, i macarons, la paella, e la fondue bourguignonne? O solo per ravioli di gamberi fritti, kebab, tajine?

Divertente perché i ristoratori che si scagliano contro un collega a prezzo fisso non praticano certo prezzi similari per i loro menu.

Divertente anche la disputa semifilologica sul quando è avvenuta la famigerata cena di capodanno: la sera di capodanno? Quindi il 31? O la sera dell’1, come sostiene il governatore? E nel caso esiste un’aggravante di gravità per una data rispetto all’altra?

Divertente perché non più tardi di un mese fa sui giornali locali era stato lanciato un accorato allarme: manca la carne di montone per preparare la “Castradina dea Salute”, piatto preparato per la ricorrenza della Madonna della Salute – 21 novembre – per ricordare quando, durante la terribile pestilenza del 1630, la carne secca di castrato proveniente dalla Dalmazia era l’unico genere alimentare a disposizione della serenissima cittadinanza. E chi ha fatto incetta di questa fondamentale materia prima, la cui mancanza rischiava di togliere il sonno e la serenità al popolo padano? Gli immigrati, naturalmente, e la loro ostinazione nel preparare kebab e tajine tradizionali, utilizzando proprio la carne di questo eunuco d’allevamento, minando così alla base le tradizioni enogastronomiche locali.

Divertente la difesa di Zaia, che non si è fatta attendere: come già detto nella sua precedente campagna gastronomica da ministro dell’Agricoltura, in occasione del lancio del McItaly (panino di McDonald’s interamente italiano…), è fondamentale che la materia prima provenga dalle fatiche dei contadini ed allevatori veneti. Infatti il gelato che l’imprenditore-ristoratore cinese ha inserito nel menù viene prodotto da un artigiano di Villorba di Treviso.

Divertente, appunto: Zaia vuol dire che il montone allevato ad Anguillara Veneta ed utilizzato per il kebab è padanamente meno corretto delle verdure coltivate nelle serre rodigine ed utilizzate per gli involtini primavera? O sarà che il ristoratore dagli occhi a mandorla, che si definisce leghista da sempre, dà lavoro a 60 persone, mentre l’operaio marocchino che lavora nelle concerie vicentine è meno appettibile, da un punto di vista della gabina elettorale?

A pensare male si fa peccato ma si indovina sempre, diceva Andreotti…

Vorrei chiudere con una notizia davvero importante e che mi ha aperto il cuore: in occasione della partita Udinese-Chievo oltre 160 tifosi hanno partecipato al pranzo comune prima della gara. Un terzo tempo sportivamente condiviso con brindisi, pandoro e panettoni.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

23 December 2010 - Commenti (11) »

Restoquiconte

Amo il cinema. Quand’ero piccola – ma veramente anche ora – adoravo i musical con i mitici Gene Kelly, Fred Astaire e Ginger Rogers (non è stata lei a dire “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”…? grande donna!). E la saga di Star Trek, con un antenato del cellulare che il nostro astronauta Paolo Nespoli, in missione in questi giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale, usa per comunicare via Twitter con i suoi numerosissimi fan… E la cucinoterapia di Come l’acqua per il cioccolato, la diversità come valore aggiunto in Forrest Gump, le arie struggenti cantate dalla Callas in Philadelphia come ultimo canto del cigno…

Il cinema ha sempre visto prima e più lontano – è forse questo che mi piace di più. Cosa che non accade con la televisione, inguardabile e pur guardato surrogato di vita del nostro quotidiano, concentrato di triti e ritriti format televisivi che rimbalzano da una nazione all’altra, da una rete all’altra. Tutti che urlano contro tutti, che spingono e sgomitano nel disperato tentativo di far durare più a lungo il quarto d’ora di celebrità contrattuale.

Ma nel palinsesto 2010 una trasmissione è stata come una boccata di aria fresca, di quell’aria che si respira a 8000 metri di altezza, così rarefatta da far girare la testa: sto naturalmente parlando di “Vieniviaconme”, un raro esempio di televisione intelligente.

Mi è piaciuta la pacatezza educata di chi leggeva le proprie liste, i sorrisi timidi di Saviano, il calore sincero del pubblico, i commenti su Twitter, i dibattiti successivi, le critiche anche feroci. Per questo vorrei anch’io proporre la mia personale lista, quasi un saluto al 2010 oramai alla fine ed un augurio per l’atteso 2011.


I miei personali sentimenti – e motivi – sul perché continuerò a parlare di cibo:

• la mia inappetenza congenita

• il toast della domenica sera con il candelabro acceso al centro del tavolo della sala da pranzo

• il cervello fritto che doveva farmi diventare intelligente

• le calze che portava la Befana con i cioccolatini a forma di moneta dorata e il carbone immangiabile

• la prima big babol

• il latte caldo bevuto subito dopo averlo munto – schivando le codate della mucca

• il pranzo della domenica

• il primo sorso di vino deglutito facendo mille facce schifate

• i fichi mangiati seduta sull’albero

• il mio latte materno – dolce e caldo al punto giusto: un miracolo di take away

• McDonalds – perché senza i suoi panini io non saprei con chi prendermela

• il primo piatto cucinatomi dai miei figli

• il primo post ed il primo commento, qualche post dopo

• il rito tutto femminile nell’annuale preparazione della pummarola a casa della zia Maria

• la prima ricetta inventata e provata positivamente da un altro

• il primo sms che chiedeva un consiglio gastronomico

• le donne della Casetta delle pesche e de I sapori dei sassi

• le librerie straripanti di libri – e la speranza che gli editori continueranno a pubblicare libri per riempirle

• la dispensa straripante di formine per tartellette e di stampi per biscotti – e la consapevolezza che te ne mancherà sempre una

• il bagagliaio della mia auto con le oramai perenni tracce di farina, formaggio, terra delle verdure, rami e foglie

• la macchina fotografica vicina alla matita vicina al mestolo vicino alla planetaria

• gli amici di CibVs e la voglia di continuare a condividere una passione.

Magari se ne può fare un film.

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

9 December 2010 - Commenti »

Dieta mediterranea Patrimonio dell’Umanità – ma non della Padania

Nei giorni in cui preziosissime vestigia del passato, già dichiarate Patrimonio dell’Umanità – Pompei ndr – manifestavano la loro estrema fragilità e la palese inettitudine di coloro i quali dovrebbero proteggerle, l’Unesco ha dichiarato ugualmente preziosa la Dieta Mediterranea e la sua coloratissima piramide alimentare.

Curiosa come una scimmia sono andata a spulciare nella mia rassegna stampa perché mi ricordavo di un’affermazione della sottoministra Francesca Martini: nel 2008 aveva dichiarato che la Dieta Padana (e cioè riso, patate, radicchio trevigiano, asparagi, carne alla griglia, mele e pere – e la polenta sopra ogni cosa, con la sostituzione dell’olio con il più nordico burro) era molto meglio di quella mediterranea e che avrebbe, forte delle sue deleghe e delle sue competenze, fatto di tutto per promuoverne la diffusione e il riconoscimento a livello internazionale. Si era unito al coro anche l’allora ministro dell’agricoltura, oggi governatore del Veneto – per poi affermare, forse perché a conoscenza delle cose del mondo, vista la sua precedente esperienza di pr di discoteche jesolane, che forse sarebbe stato meglio chiamarla Dieta Italiana.

Tanto per dire – la polenta, che io adoro sia nella versione Biancoperla che in quella Marano, è sempre stata associata alla pellagra ed alla povertà: malattie che sono state debellate grazie all’impegno di un’intera nazione e ad un indubbio affrancamento culturale. Che forse non ha raggiunto tutti.

Maledetto campanilismo! Un generale amico di famiglia era solito dire che la persona più pericolosa, per il benessere generale, era l’Imbecille Volonteroso, spronato da una voglia incredibile di fare ma deleterio in quanto inadatto all’esercizio della ragione.

Nel 2009, dopo un intensissimo lavoro di diplomazia, 4 nazioni hanno invece presentato all’Onu la richiesta di annoverare la Dieta Mediterranea nei Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità: Italia con Grecia, Spagna e Marocco. Ed a Nairobi, lo scorso 16 novembre, la dieta mediterranea è diventata Patrimonio dell’Umanità e quindi da tutelare.

"Mandamientos (comandamenti) della dieta mediterranea a Soria" Foto contafisca / http://www.flickr.com/photos/xtrex/

Ovvio che alla voce “Dieta Mediterranea” mi sarei aspettata di trovare al primo posto fra gli Stati richiedenti “Italia” – invece l’ordine è Spagna-Grecia-Italia-Marocco. Ordine deciso dagli Stati richiedenti stessi, non casuale o che so io. Mah.

Vuoi vedere che visti i precedenti riconoscimenti, ovvero l’Opera dei pupi siciliani ed il  Canto a tenore sardo, e visto quelli che verranno proposti l’anno prossimo, ovvero l’arte della pizza napoletana e la coltivazione ad alberello dello Zibibbo di Pantelleria, ai padani esponenti politici gli è andato l’elmetto celtico per traverso?

Voglio anche ricordare qui Angelo Vassallo, sindaco del comune di Pollica, nel Cilento (il Cilento, assieme a Soria in Spagna, Koroni in Grecia e Chefchaouen in Marocco sono le quattro comunità che rappresentano la Dieta Mediterranea nei rispettivi Stati), assassinato nel settembre di quest’anno. Anche grazie a Vassallo, il comune di Pollica è stato l’epicentro degli studi sui regimi alimentari mediterranei (molti degli studiosi del Seven Countries Study, lo studio che nel 1980 ha stabilito scientificamente la salubrità della dieta mediterranea, come Ancel Keys, Jeremiah Stamler, Flaminio Fidanza e Martti Karvonen, avevano stabilito la loro residenza estiva nella frazione comunale di Pioppi), e lo stesso Vassallo si è fatto promotore nel 2009 della proposta di inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni dell’umanità (e a lui la delegazione del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, presente in Kenya per la proclamazione, ha dedicato il il riconoscimento).

Primo congresso sulla dieta mediterranea a Pioppi. Foto Mondo del gusto-EAT http://www.flickr.com/people/mondodelgusto/.

Grazie anche da parte di noi “polentoni”.

Anna Maria Pellegrino

con la collaborazione di Emanuele Bonati

lacucinadiqb

Tanto CibVs QuantoBasta

25 November 2010 - Commenti (4) »

Tonno sui miei passi

Il mondo della gastronomia, come qualsiasi altro, vive di mode – ma fortunatamente riesce, di solito, a superarle senza troppi danni.

Così, siamo sopravvissuti all’apoteosi, al trionfo di panna nella quale venivano affogate improbabili scaloppine, abbiamo messo la rucola ovunque, abbiamo fatto il risotto con le fragole ed il dessert con il gorgonzola. Abbiamo combattuto il junk food a colpi di focaccia e non abbiamo fatto prigionieri (anche se non bisogna mai abbassare la guardia…). Siamo arrivati a pensare che “cucina etnica” sia ogni cosa dove si mette il curry (che si trova, ben confezionato, pressoché ovunque, tranne che nelle cucine delle famiglie indiane), o anche ogni cosa che si possa mettere nello stesso piatto con couscous o burghul, fosse anche una fetta di pizza – o comunque ogni cosa che abbia nel nome almeno una k o w o j, o finisca in consonante – dimenticando che l’etimologia di etnico è più vicino al concetto di  “popolo, gente” che non di “potpourri di luoghi comuni”.

E adesso è arrivato il pesce crudo: che è ugualmente etnico ma molto più figo. Vuoi mettere tra un piatto di labna ed uno di sushi o sashimi? Ed il wasabi? E la radice di zenzero tagliata come se fosse tartufo? Nel giro di pochi anni siamo passati dalla pausa pranzo  a base di pizza bollente mangiata in piedi ed arrotolata (con relativo pericolo sbrodolamento…) ad un momento di break freddo e minimalista con – irrinunciabili! – Chopsticks o Hashi che dir si voglia.

Ma mentre l’eccesso di consumo di pizza finisce nel girovita, che, eventualmente, è possibile combattere con qualche sessione aggiuntiva di addominali, la passione travolgente per la tartare di tonno, e per il pesce crudo in generale, ha travolto anche un ecosistema preziosissimo.

Foto http://www.flickr.com/photos/bass_nroll/

Oggi il 75% delle riserve ittiche sono a rischio estinzione. Il settantacinquepercento a rischio estinzione vuol dire che i nostri figli leggeranno del passaggio su questa Terra (o, meglio, nei nostri mari) di molte specie ittiche solo nei libri di scienze, come noi oggi leggiamo del Dodo, abitante pacifico delle Mauritius che grazie ai portoghesi prima ed agli olandesi poi si estinse in meno di 10 anni: cacciato perché preda facile (pur essendo le sue carni disgustose), il suo habitat naturale distrutto. E tutto questo ben prima dell’arrivo dei villaggi turistici…

Un’alternativa potrebbe essere l’allevamento (magari evitando di nutrire il pesce con le stesse farine animali che si danno ai polli), ma i puristi giapponesi storcono il naso e lo snobbano sdegnati. Dalle nostre parti ci sono forse più estimatori modaioli che puristi, e si potrebbe iniziare a riflettere sulla questione da persone sensate, sollecitate più da un senso etico che estetico…

Anna Maria Pellegrino

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