Archivio per la categoria ’ristorazione’

Per fare un cuoco: Gaetano Simonato

11 December 2011 - Commenti »

Proseguiamo la nostra esplorazione degli “ingredienti” per fare un cuoco, condotta attraverso le risposte degli chef alle domande di Antonio Marchello in Anforchettabol (Trenta Editore), con la “ricetta” di Tano Simonato.

Gaetano “Tano” Simonato ha aperto il suo ristorante, Tano passami l’olio, nel 1995, dopo 17 anni passati a fare il barman. La passione per la cucina, per l’olio evo, e anche per Nadia, hanno portato a una serie di creazioni originali, come le Uova di quaglia caramellate in mousse di anatra, bottarga di uovo d’anatra e anatra fredda all’arancia, che ho assaggiato a Taste of Milano. A prima vista, un conglomerato confuso di ingredienti – un “barlafüs”, come diciamo a Milano, a indicare appunto un insieme di cianfrusaglie, o una persona disordinata: e proprio “barlafüs” è la parole scelta da Tano come suo motto.

Gaetano Simonato fotografato da Monica Placanica.

CHEF Gaetano Simonato, Tano passami l’olio, Via Villoresi 16, Milano

NATO A Milano

I MAESTRI nessuno: è un autodidatta

IL RICORDO Coniglio in umido con i piselli della mamma

IL PIATTO Crottin de chèvre in glassa di zucchero al profumo d’arancia e Caldiff con aceto balsamico e tartufo

UN LIBRO, UN FILM, UNA CANZONE L’isola del tesoro; Jesus Christ Superstar; Avrai di Claudio Baglioni

DICE “Mi auguro che la ristorazione, non solo domani, inteso come futuro, ma spero già domani, cioè giorno dopo giorno, abbia sempre motivi di miglioramento. Vorrei che la ristorazione desse la giusta motivazione per uscire di casa, per cercare e creare condivisione. La ristorazione è questo: un momento in cui la gente esce, viene al ristorante, condivide.”

INGREDIENTI Passione, un pizzico d’amore, un pizzico d’intelligenza, un po’ di personalità, un po’ di creatività

Emanuele Bonati

In Clinica… sì, ma Gastronomica!

4 December 2011 - Commenti (2) »

Eravamo tre. Eravamo CibVs. Eravamo a Reggio Emilia, anzi, stavamo venendo via da Reggio Emilia.

“Ussignùr, non mi sento mica tanto bene…”

“Emanuele! Cos’hai?”

“No, niente, non è grave, ma mi sono sentito come mancare, non so, una debolezza, una fiacca improvvisa…”

“In che senso – come stai adesso? Ti senti ancora poco bene?”

“No, è questo senso di… spossatezza, di mancamento…”

“Aspetta, adesso cerchiamo un medico, un ospedale…”

“…una… una clinica…”

“Ma va bene anche un ospedale, no? Cos’ha un osp… ma… ehi! Razza di vigliaccone – non è che vorresti che ti portassimo nella clinica più vicina, che casualmente, visto che siamo a Reggio Emilia, anzi, a Rubiera, è la Clinica Gastronomica Arnaldo, no?”

“Cosa vai a pensare… Io sto malissimo….”

“E allora non puoi venire da Arnaldo, ti sembra?”

“Ma no, se non ricordo male fanno anche il brodino leggerino di pollo, che magari mi rimette in sesto…”

“Guarda, taci che è meglio – fra poco arriviamo, e ti arrangi.”

“Va’ che bel posticino – mi sembra già di sentirmi meglio!”

“Ema – nessuno ti ha detto che potevi riprendere a parlare!”

“Quante storie – comunque è un bel posto davvero. L’edificio risale al 1400: era una stazione di posta, con la stalla per carrozze e cavalli e la locanda per i viaggiatori, che potevano mangiare e dormire. Ma entriamo che mi sento ancora debole… Ah… anche solo vedere questo ambiente mi fa sentire meglio… Ed ecco là in fondo il carrello delle medicine!”

“Ma non è il carrello dei bolliti?”

“Appunto! Un toccasana, una panacea, una manodidio!”

“Smettila!”

“Scherzi a parte, questo posto si chiama ‘Clinica’ perché Arnaldo, che lo ha aperto nel 1936…”

“1936? Allora sono 75 anni che è aperto! Caspita!”

“Dicevo, che Arnaldo Degoli, il proprietario, diceva sempre ai dottori del Policlinico di Modena, che erano clienti abituali, che la gente usciva dalla loro clinica triste e sconsolata, mentre dal suo locale, dalla sua ‘clinica’, uscivano tutti allegri e contenti, perché al posto dei carrelli delle medicine e delle flebo c’erano i carrelli dei bolliti…”

“Ora però taci, che ci portano gli antipasti.”

“Buono il pane. Buoni gli antipasti, gli affettati. Buono il lambrusco locale, imbottigliato per loro – vero?”

“Allora, come primo facciamo due cappelletti in brodo e un tagliolini in brodo, grazie.”

“Ma avete visto come sono carine le cameriere in divisa? Mi piacciono moltissimo, danno un tono al locale, e sono anche sexy…”

“Ma dai! Sono delle signore e signorine che lavorano!! Ma hai ragione, danno un tono – e pure sono estremamente gentili e cordiali, e sorridenti: e questo vuol dire moltissimo in un locale: il giusto equilibrio fra efficienza e accoglienza.”

“…e sexy…”

“Attenti che scotta! Ed ecco qui il parmigiano.”

“Grazie! Sentite che profumo… e che belli che sono…”

“Hai ragione – e tutto sommato sono sexy anche loro: non per niente la loro forma, secondo alcuni, richiama quella dell’ombelico di Venere.”

“Il ripieno è molto buono, la pasta ha una buona consistenza, il brodo è buonissimo: sono un uomo felice.”

“E io sono già sulla via della guarigione.”

“Scommetto che avresti bisogno di un pezzetto di carne per rimetterti in forze completamente.”

“Esatto: bollito misto per tutti?”

“Certo.”

“Mamma mia che meraviglia: potrei mettermi davanti il carrello e mangiarmi tutto.”

“Ti crediamo, Emanuele, ma lascia perdere…”

“Allora: nel bollito ci vanno, o ci possono andare: manzo, vitello, gallina (o cappone) in una pentola; in un’altra, testina e lingua; in un’altra ancora, cotechino, zampone o cappello del prete. Il tutto viene servito con salsine, verdure… dove sono?”

“Eccole! Vedi che sta arrivando una cameriera sexy con le tue salsine?”

“Taci, scemo!”

“Questa verde… fammela assaggiare – buona, ma quella che faceva mia nonna era più buona, molto simile, ma più buona. Prezzemolo tritato, uovo sodo, acciughe, mollica di pane imbevuta nell’aceto…”

“Si sa che i piatti delle nonne sono sempre i migliori.”

“Certo che questo bollito è una meraviglia! Tenero, saporito, le salse – anche questa rossa – ci stanno benissimo, e il purè…”

“Trovo che anche il bollito sia molto sexy.”

“C’è tutta la tradizione dell’Emilia, la conoscenza, la qualità degli ingredienti, la maestria nella preparazione…”

“Mangiare qui, in un certo senso, è come mangiare dalla nonna – il sapore del ricordo che ritorna, niente potrà essere come lo faceva lei, ma in un certo senso tutto è come avrebbe potuto farlo lei.”

“Anche il dolce?”

“Il carrello dei dolci è anch’esso simile ai dolci che faceva lei, a parte la sua torta sorbettiera che un giorno o l’altro vi farò, se trovo la ricetta… Ma la zuppa inglese, lo zuccotto, la crostata… le pere al forno con lo zabaglione…”

“Acc… anche qui una torta di pere e cioccolato… ma non importa, gli altri dolci sono così buoni…”

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Mangiare da cani

4 December 2011 - Commenti »

Certo che ho un bel daffare a spiegare alle amiche di Doggy-Bag che io della loro Bag non me ne faccio proprio nulla: io non ho un cane (avevo un gatto, morto da poco, povero Ariel tesoro: ma stiamo parlando di Doggy-Bag, non Pussy-Bag), e soprattutto io non avanzo mai nulla, anzi, se non mi tolgono il piatto vuoto di sotto…

Ma andiamo con ordine. A Taste of Milano le abbiamo incontrate una prima volta: molto carine e gentili, ci hanno spiegato la loro idea, il loro prodotto, e ce ne hanno regalata una, di Bag – e di nuovo, a Golosaria, abbiamo incontrato Elisabetta, che voleva rifilarmene una a tutti i costi – e io, no, ce l’ho, non mi serve… Ma mentre provavo a spiegarle che appunto io eccetera, mi sono venuti in mente Spike e Tito, due cagnoloni dolci e atterriti dalla gente, che vivevano in un paesino sperduto sopra Varzi, semi-adottati dalla Titti e nutriti da lei e dagli abitanti del posto (semi- perché non si facevano avvicinare e toccare o quasi), con i quali passeggiavamo spesso, la domenica, arrivando fino a un ristorante sotto il Penice, La Pernice Rossa, dove i cagnoloni bevevano un po’ d’acqua, e dove noi qualche volta mangiavamo qualcosa (molto bene, devo dire). Eravamo in confidenza coi proprietari, che di tanto in tanto allungavano ai cani qualche osso, qualche avanzo – e loro, timorosi ma contenti, si pappavano tutto.

Un giorno, vedendo la generosa porzione di risotto con gli asparagi, ancora caldo e profumato benché avanzato, che veniva servita loro, non potendo avvicinarmi alla loro ciotola, ché i due non me lo avrebbero permesso, mi sono rivolto alla cuoca e… ecco, io… insomma: le ho detto – ehm – sì, detto – “Bau! Bau!”, e ho scodinzolato, con le zampine a mezz’aria come il cane-gatto che si alza e protende verso il cibo tenuto fuori portata, finché non ho avuto anch’io il mio cartoccetto di riso con gli asparagi (più che un cartoccetto: la sera ci abbiamo mangiato in quattro). Ma che dico cartoccetto! Era una vera propria Doggy Bag – quindi, cara Elisabetta, mi correggo: mi serve, la voglio, ne hai una da quindici litri?

A questo punto forse è meglio se vi racconto qualcosa di più sulla Doggy-Bag. L’idea di fondo da un lato è mutuata dal mondo anglosassone, dove richiedere di portarsi via gli avanzi del pranzo o della cena per portarli al proprio cane a casa è assolutamente normale (lo ha fatto anche Michelle Obama al termine di una cena in un noto ristorante romano) , dall’altro rientra in quella tendenza della lotta allo spreco, anche alimentare, che è oggi molto sentita. Ecco quindi queste comode vaschette a uno o due scomparti, chiusura ermetica, riutilizzabili e riciclabili, che reggono il microonde, con il loro elegante sacchettino (e per i San Bernardo che non usano più la botticella, e gli altri cani alcolisti, c’è anche un sacchetto per la bottiglia di vino…), che i ristoranti possono mettere a disposizione dei loro clienti canemuniti o meno.

Idea semplice, utile, elegante, si eliminano gli sprechi di cibo, il contenitore può essere riutilizzato come tale, oppure usato come vaschetta per il pranzo degli amici a quattro zampe; ma si presta anche ad altri usi, ad esempio per dare ai bambini una fetta di torta fatta in casa e un succo di frutta da portare a scuola per la merenda.

Idea già molto apprezzata: diversi ristoranti, agriturismi, e anche alberghi (che la utilizzano anche per i clienti con cani al seguito), hanno adottato la Doggy Bag – fra gli altri, per restare a Milano, Don Carlos, Charleston, a Santa Lucia, Torre di Pisa, A’ Riccione, Di Gennaro, Food’s Good, Malastrana Rossa, Iyo, e fra gli alberghi il Grand Hotel et de Milan. Se ne comincia a parlare in giro (in settimana è uscito un trafiletto sul Vivimilano del Corriere della Sera).

Proprio una bella idea, nel solco di quella rinnovata attenzione agli amici a quattro zampe di cui abbiamo già parlato a proposito dei ricettari di Laura Rangoni. E non solo: chiedere Doggy-Bag al ristorante, al bar, a un catering o alla propria tavola calda significa anche contribuire a dare un sostegno (attraverso la Lu srl, la società distributrice, che devolverà a questo scopo parte degli utili) alle persone che soffrono a causa dell’indigenza e della povertà e ad aiutare animali abbandonati e bisognosi di cure veterinarie.

Bau!

Emanuele Bonati

Ricordi d’estate a inizio autunno… Ristorante Andrea Sapori Montani a Palazzolo Acreide

15 November 2011 - Commenti »

“Oh… sono le 13.00… abbiamo appuntamento alle 17 con gli altri per andare al mare. Che si fa?”
“Boh”
“Ok – decido io. Palazzolo Acreide!”
“Eh? Che c’è?”
“A parte che è bello il paese, e a parte che ieri sera non siamo andati alla festa di S. Sebastiano per quel cavolo di Calici di Stelle a Marzamemi… che ancora mi frullano… a Palazzolo c’è la salsiccia di Palazzolo. Si dicono cose fantastiche su di lei, sai?”
“Miii – la sausizza. Andiamo!”
Così siamo partiti con la nostra Smart in direzione Palazzolo Acreide – anzi, Ristorante Andrea.
Erano quasi le 15 quando siamo riusciti a trovarlo, visto che si era spostato da poco e la nostra guida non era aggiornata.
Saliamo le scalette ed entriamo. Ad accoglierci Lucia, la moglie del patron Andrea.
In modo molto gentile ci dice che non ci sono problemi anche se l’orario sarebbe quasi di chiusura. Del resto, l’ho quasi supplicata, dicendo che venivo apposta da Siracusa per mangiare da loro e che il mio amico Davide, piuttosto magro, era denutrito ed aveva bisogno di buon cibo per recuperare le energie…
Siamo gli unici avventori, e quindi ci permettiamo un giro per le sale di questa costruzione storica. Lucia ci fa visitare quella che era l’alcova degli sposi, con il pavimento originale del Settecento, dove ora riposano, indisturbati dietro un vetro, i vini. I colori delle sale sono caldi senza essere opprimenti, ai muri gli acquerelli di Fabrizio Foti, che ho deciso di adorare. Sono paesaggi di Sicilia, molto puliti e semplici.

Ma passiamo al pranzo, che accompagniamo con una buona birra artigianale di Vittoria “Paul Bricious”  special Ale, finemente amara e frutto-camomillosa.

• Tartara di Vitello con salsa della piccola (inventata dalla loro bimba) e frutta fresca, una piccola e dolce pera
• Crema di Maiorchino, cipolla Giarratana e salame croccante
• Sono entrambi eccezionali. Ma il top arriva con la Variazione di Salsiccia di Palazzolo. Un trittico:
– salsiccia cotta sotto cenere accompagnata da cipolla giarratana gratinata
– salsiccia cotta nel nero d’Avola, con cavolo cappuccio
– salsiccia con crosta di caffè e semi di papavero, con verdure in agrodolce.
• Finiamo il pasto con una crema cotta alla carruba.
Alterniamo i piatti con delle piacevoli chiacchierate con Lucia, che ci racconta un po’ l’evoluzione del locale, ci racconta della festa di S. Sebastiano della sera prima e di quanta atmosfera suggestiva ci siamo persi…
Rosico abbastanza.
Facciamo un giro dalle parti della cucina per conoscere lo chef Andrea, e ci complimentiamo con lui per i piatti e per il locale.
Troviamo inoltre altro argomento di conversazione: l’olio di oliva Terraliva, che lui utilizza e che io uso persino a colazione, talmente mi piace.
Ci ripromettiamo di tornare nei giorni seguenti, ma in realtà ci risulta difficile.
Sarà per l’anno prossimo, magari per la notte di S. Sebastiano stavolta.
Ce ne andiamo forse un po’ appesantiti perché il caldo si fa sentire e la salsiccia non è proprio un piatto estivo, ma riusciamo ad arrivare in tempo per il nostro appuntamento con amici siracusani per andare al mare.
“Spero di non restarci secco in mare oggi… ho appena mangiato mezzo kg di salsiccia di Palazzolo…”
“Minghia… a sausizza ti manciasti in agosto??”
Sono salvo! Il mare oggi è troppo mosso, niente bagno.

cVs

Ristorante Andrea – Sapori Montani

Corso Vittorio Emanuele, angolo via Gabriele Judica n.4

Chiuso il martedì. Contatti 338 8519092

info@ristoranteandrea.it

Palazzolo Acreide (Siracusa)

Noi e la Liguria alluvionata

5 November 2011 - Commenti (2) »
Stavamo cercando di assimilare le notizie drammatiche dalle Cinque Terre, aspettando la conclusione di una vicenda tragica, la ripresa della vita, il sorgere del sole e così via, quando una nuova, inattesa eppure quasi annunciata, tragedia ha colpito Genova, e nuove nubi si addensano all’orizzonte, tragica roulette di cui si attende di veder depositare la pallina su qualche altro argine greto fiume canale quartiere vita… E non si vede l’ora di ricominciare, di riprendere a vivere dopo questa sospensione tragica, di pulire ricostruire. E ci si chiede cosa fare, si vorrebbe prendere la pala e andare a spalare. Oppure, forse anche meglio, aiutare economicamente, contribuire alla ricostruzione. E allora ecco i numeri verdi per le donazioni, le sottoscrizioni: Un aiuto subito, promossa dal Corriere della Sera e dal Tg La7, con il numero solidale 45500 (fino al 28 novembre), valida ora anche per Genova; Repubblica e Sky invece si propongono di salvare la scuola di Monterosso con Alluvione, un aiuto per ricostruire; e altre ancora si segnalano ovunque.
Anche noi vogliamo contribuire – al di là dei versamenti, degli sms, vi segnaliamo due iniziative che si muovono nel nostro ambito, piccole, mirate. La prima, Una ricetta per i bambini di Rocchetta Vara, si propone di aiutare la cooperativa sociale Gulliver di Borghetto Vara: l’ha lanciata Patrizia sul suo blog La Melagranata. Grazie.

Grazie anche a Dario e Romina di www.abbuffone.it, che mi hanno mandato la mail che riporto (abbreviata) qui di seguito.

..

Vi chiediamo un piccolo aiuto ad una famiglia che è stata, finora, protagonista della storia e del panorama della ristorazione ligure e nazionale.
Stiamo parlando della famiglia Corciulo, proprietaria del Ristorante “La Lampara”, anche noto come “Ciak”, di Monterosso, nelle Cinque Terre.
L’attività della famiglia Corciulo, che vanta una storia di successi e di fama quarantennale ed è il frutto dell’ impegno, della dedizione e della professionalità di persone che hanno sempre ambito al raggiungimento dell’eccellenza nel settore, è stata letteralmente spazzata via dal nubifragio che si è abbattuto in maniera devastante sulla Liguria nel corso della scorsa settimana.
Per farvi capire meglio quanto tale ristorante abbia significato, e potrebbe continuare a significare, nella storia e nell’ economia di Monterosso, vi invitiamo a leggere questo articolo sul nostro portale.
Per poter ripartire i titolari dovrebbero affrontare spese esorbitanti che, al momento, sarebbero completamente al di fuori della portata di chiunque. Ciò di cui davvero avrebbero bisogno è un aiuto non solo in denaro, ma anche in arredi e suppellettili (sedie, tavoli, piatti, posate), poiché la violenza del nubifragio non ha davvero risparmiato nulla del ristorante. Vi chiediamo di fornire il vostro contributo alla famiglia Corciulo e soprattutto di considerare che anche la donazione più esigua potrebbe fare la differenza e consentire al Ristorante “La Lampara” di continuare a rappresentare tanto degnamente la cucina ligure e nazionale, forte dell’ appoggio di aziende capaci di distinguersi tanto per professionalità, quanto per spirito di solidarietà.
Qui di seguito i dati del conto corrente per effettuare i versamenti ed i riferimenti telefonici da contattare per eventuali donazioni di materiale:
Lorenzo Corciulo 3288367734
IBAN: IT69I0617549790000000107720
INTESTATARIO: CORCIULO LUIGI TIT DITTA “LA LAMPARA”
CAUSALE: UN AIUTO PER RIPARTIRE/ALLUVIONE
Quello a destra è il Ciak…

Emanuele Bonati
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Enoteca con Cucina Soul Wine a Casalecchio di Reno

19 October 2011 - Commenti »

Capita di trovarsi a Casalecchio di Reno all’ora di cena e di voler cenare. Capita anche di sapere dove andare ma di non avere voglia di andarci. C’è in zona una serie di posti, sui colli bolognesi, come da Amerigo a Savigno, o a Bologna, come dalla Gigina o da Serghei o da Gianni. Ma non avevo voglia…

Forse perché sono posti ottimi, dove tutti sanno che si mangia bene, ma ci sono già stato… E forse anche perché non ho così tanta fame da mangiare tutti quei piatti caserecci abbondanti succulenti… E poi – così, magari c’è qualcosa di nuovo in giro, che non conosco ancora, una bella scoperta… Quindi? Quindi il mio iPhone mi propone un posto proprio a 1km da dove mi trovo: leggo e già dal nome mi ispira un non so che…

Arrivato, riconosco subito un’aria familiare. I volti, il posto, anche se non li ho mai visti, mi ricordano altri volti, un altro posto. Sono persone con una forte passione, preparate e cordiali. Il locale poi, anche questo… è cordiale… e poi, la selezione di etichette di vini biodinamici, la cucina… Ecco: mi ricorda Enocratia, il locale milanese dei miei amici Davide Mingiardi e Anna Vitolo: stesso concetto di fondo, stessa filosofia.

Ci accoglie Massimiliano, ci fa visitare il locale, ci illustra il menù e ci guida nella scelta dei vini.

• baccalà mantecato con le chips aromatizzate ai capperi e finocchietto

• tartare di manzo battuta al coltello con i suoi ingredienti da comporre

• misticanza con scaglie di grana e guanciale sfumato all’aceto

• piatto di verdure miste di stagione

• crostatina di frolla con crema chantilly e amarene

• cremoso freddo al cioccolato  fondente con salsa inglese al rhum cubano.

I vini:

• Pigato della Cascina Feipu

• Cuvée Impériale del Domaine Gros-Pata (50%grenache, 50% sirah), Valle del Rodano

Ho chiesto a Bruno di raccontarmi qualcosa su di loro: “La nostra realtà è in essere da poco più di un anno in quanto abbiamo inaugurato il locale il 30 giugno dell’anno scorso. Io provengo da tutt’altro settore, quello delle costruzioni (ma non facevo edilizia), e avendo ceduto la mia precedente azienda ho deciso di intraprendere una nuova avventura occupandomi di una vecchia passione, quella del vino appunto. Una volta deciso ho coinvolto Massimiliano, con il quale sono diventato amico nel corso degli ultimi 10 anni, condividendone esperienze enologiche e soprattutto idee e modi di intendere il mondo del vino con tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Massimiliano, a differenza del sottoscritto, è un professionista di questo settore da circa 15 anni, avendo svolto la mansione  sia come responsabile di una delle enoteche più importanti della città sia come sommelier di 3 ristoranti stellati. Nondimeno egli ha una conoscenza e una capacità di valutazione dei vini  raramente riscontrabile, soprattutto nella nostra città. Lo chef Diego Parma è un ragazzo di 26 anni che, dopo essersi diplomato alla scuola alberghiera, ha frequentato la scuola di cucina dell’Alma a Colorno diretta da Gualtiero Marchesi. Successivamente ha avuto esperienze lavorative in diversi ristoranti tra i quali i più rinomati Locanda Liuzzi di Cattolica e Lido Lido di Cesenatico fino a condividere assieme a me e Massimiliano il progetto dell’Enoteca SoulWine.”

Giusto: sto parlando dell’Enoteca Soul Wine di Casalecchio di Reno. Un gran bel posto, che consiglio vivamente non solo per la qualità dei piatti ,semplici ma  di grande riuscita, e della scelta dei vini ,molto curata, ma perché soprattutto si ha a che fare con persone che amano il loro lavoro e che lo trasmettono in ogni modo possibile. Con quell’entusiasmo misurato che riesce a coinvolgerti.

Enoteca con Cucina Soul Wine

Via Calari 10-12, Croce di Casalecchio

40033 Casalecchio di Reno (BO)

cVs

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Gualtiero McMarchesi

6 October 2011 - Commenti (4) »

Questo post avrebbe anche potuto chiamarsi “La strana coppia”, volendo – o in un sacco di altri modi, anche cattivi. Ma McMarchesi mi piace di più – e non ho tempo di pensare qualcosa di meglio, devo andare, assaggiarlo…

Un bel record: mi sono tenuto la curiosità fino a ieri sera, poi sono passato davanti a un McDonald’s e… l’ho preso.

E ovviamente mi è piaciuto – ma io sono decisamente pop, volendo, oltre che raffinato, e postmoderno, e preantico, ecoconsapevole e tsunamico, e un sacco di altre cose.

“Assapora la creazione del maestro” recita la confezione del Vivace: “Un velo di maionese alla senape, spinaci spadellati, cipolla dolce e carne bovina. Tutto arricchito da un croccante strato di bacon e racchiuso in caldo pane ai semi di girasole. Musica per il tuo palato”.

(Le patatine e la Coca-Cola sono lì per caso, per dare verticalità all’immagine).

Che dire? Perché no, innanzitutto: sicuramente ci sono di mezzo soldi, e pubblicità, e visibilità – ma è del tutto sbagliato insinuare l’idea che anche un hamburger possa essere cucina, avere ingredienti diversi dal solito, e che dietro le patatine (davanti, nel mio caso) ci può essere qualcosa di più? Non posso dire di amare particolarmente l’azienda McDonald’s, ma il fatto che cerchi di dare un’immagine diversa di se stessa non mi sembra male. E spero che la carne sia proprio tutta italiana, e le melanzane, e il panettone e tutto il resto.

E soprattutto non mi sembra male il Vivace: il pane è un po’ così, forse, la carne l’avrei cotta un poco di meno, ma l’insieme era buono, si sentivano sapori, consistenze…

E ancora meglio Minuetto, il tiramisu: morbido, dolce, con il pezzetto di panettone affogato nella crema (nel senso che ce n’era tanta…), canditi… La foto qui sotto è orrenda (come l’altra sopra, del resto) – come se l’avessi mangiato in uno scantinato per non farmi vedere – ma prima o poi mi doterò di mezzi adeguati…

Insomma – tornerò ad assaggiarli con macchine fotografiche degne… E poi arriverà Adagio, da assaggiare anch’esso, mi sembra verso la fine di ottobre…

Polemiche sulla rete, invece, da Massimo Bernardi su Dissapore (con lunghissimi commenti, ovviamente, polemici a loro volta) in poi. Non ho molto da dire: sia gli aromenti (pochi) pro, che quelli contro, hanno a loro volta dei pro e dei contro; va bene tutto, ci sta tutto, la mia idea di critica è poco di più di “mipiacenonmipiace” – e mi piace – e mi limito ad accettare, e provare, quello che mi si para davanti.

Emanuele Bonati

Caol Ishka

15 September 2011 - Commenti »

Caol Ishka. Rumore dell’acqua, in gaelico.

Caol Ishka è un boutique hotel situato a qualche km dal centro di Siracusa, sul fiume Ciane.

Un ampio e profumato giardino ci accoglie. Casette basse e rosee, che contrastano i colori della Sicilia estiva, ma che ci stanno molto bene. Vari scenari ci accolgono. Parete nera con cactus e lunga feritoia orizzontale che fa intravedere il giardino e la piscina a sfioro, con rialzo in teak. Ottimo gusto.
Un po’ meno interessante forse l’arredo del ristorante Zafferano, che risulta leggermente cupo e vagamente kitsch.
Ci accoglie e ci guida il giovane chef Massimo Giaquinta. Menù dello chef, composto dalle 4 portate classiche, per un costo di 40€. Davvero interessante.
Allora:
• Tartare di scampi con granita al limone rinfrescante.
• Ostrica servita con succo di carota, pane cotto e sale alla vaniglia. E qui lo chef è riuscito a farmi mangiare una cosa che non amo per niente: L’ostrica, appunto. Il limone assieme al sale alla vaniglia hanno trasformato il sapore dell’ostrica in qualcosa di nuovo, che ho trovato estremamente gradevole.
• Spaghetti fatti in casa alle vongole: uno dei piatti di pasta più buoni che io abbia mai mangiato!!
• Filetto di cernia al vapore con sughetto di pomodoro, cipolla al vapore e patata impanata e fritta. Un piatto dal grande equilibrio.
• Per finire un banale ma buono tortino al cioccolato caldo con salsa. Ecco forse la sezione dolci avrebbe bisogno di una marcia in più. Almeno per quello che ho visto in carta.
Una pecca è il servizio. Manca personale qualificato ed attento in sala. Troppe approssimazioni, che contrastano un po’ con la qualità della cucina.
Chiaccheriamo un po’ con Massimo e ci racconta della sua cucina tutto quello che è presente nel giardino dell’hotel, piante, spezie, fiori e frutti, lo raccoglie e ne ricava dei piatti. In questo modo, ad esempio. fichi, fiori di gelsomino e spezie, elaborati e messi assieme, creano un dolce unico e originale. Peccato non averlo potuto assaggiare.
La sua passione per il mestiere – evidentemente tramandata dal padre, anch’egli chef – e per la Sicilia sono tutti nel piatto e si sente.
Per la cronaca: siamo tornati due volte a trovare Massimo, sia per il piacere della sua cucina, sia perché il rapporto qualità prezzo è davvero interessante, viste alcune delusioni ricevute da ristoranti blasonati e iperfrequentati della zona, che hanno costi che superano di molto quelli dello Zafferano bistrot, senza averne le qualità…

Alcuni validi motivi per mandare in malora 8 mesi di sacrifici in palestra

1 September 2011 - Commenti (2) »

Sashimi mediterraneo, sale di Mozia, zenzero, rapanello e wasabi.
Osteria Nero d’Avola di Taormina

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Arancina

Marciante, Siracusa

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Antipasti tipici

Antica osteria dei sapori di Modica

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Variazione di salsiccia di Palazzolo Acreide:
salsiccia cotta sotto cenere con cipolla giarratana gratinata, cotta
nel nero d’Avola con cavolo cappuccio, con crosta di caffè e semi di
papavero e verdure in agrodolce

Ristorante da Andrea di Palazzolo Acreide

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Gli spaghetti fatti in casa alle vongole di Massimo Giaquinta

Bistrot Zafferano di Siracusa

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Il gelato al pistacchio di Bronte, mandarino e croccante

Santo Musumeci di Randazzo

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Il trancio allo zafferano di Navelli e arance con granita al limone

Corrado Assenza del Caffè Sicilia di Noto

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cVs

La bella storia degli chef quadrumani

4 July 2011 - Commenti (2) »

Allora: Cuochi a 4 mani all’Aquila, la benemerita iniziativa opera del duo Buzzanca-Oldani partita domenica 26 giugno appunto con Davide Oldani ospite di Marzia Buzzanca. Ne ha parlato, facendone una bella cronaca pressoché “in diretta”, Vincenzo Pagano su Scattidigusto, e io, come ho già fatto qui, lo saccheggio a piene mani, foto comprese, ricordandovi (ma lo ripeterò spesso) i prossimi appuntamenti.

Percorsi di Gusto è il ristorante che Marzia Buzzanca ha riaperto dopo il terremoto del 2009 – il segnale, insieme ad altri locali, che L’Aquila vorrebbe ripartire al più presto. La gastronomia può giocare un ruolo per tenere alta l’attenzione? Se lo è chiesto Davide Oldani che ha proposto a Marzia di fare qualcosa insieme. Nasce così il progetto delle Cene a 4 Mani con Davide che apre un cartellone ricco di appuntamenti: ben 8 da qui a ad ottobre. E la speranza che il mondo del web gastronomico voglia alzare l’onda di comunicazione come ha già mostrato di saper fare.

Eccolo, il menu di una serata all’insegna del piacere di trasmettere con il cibo un messaggio ancora più forte. Ad amplificare la voglia dell’Aquila di esserci ci pensa il Re del Pop, Davide Oldani, con una cena che mescola gli elementi tipici della sua cucina e quella abruzzese di Marzia Buzzanca – con la Jotta ad aprire le danze.

La parete di Percorsi di Gusto ricorda il tema della serata e il messaggio che si vuole lanciare con la gastronomia di eccellenza.

Interviene Davide Oldani. Cari ragazzi, solo due righe per dirvi che oggi per me è una grande Domenica. Ho veramente capito il significato della frase che mia madre mi ripete spesso: L’uomo propone e Dio dispone. Inviterei chi non fosse mai stato a L’Aquila a percorrere le sue strade e a pensare qualcosa di semplice e concreto che possa aiutare a farla rivivere…

La prima Cena a 4 Mani vede Davide Oldani con Marzia Buzzanca aiutati da Davide Novati e Marzia Ursini.

Rosa Aguirre, da anni nella cucina di Marzia Buzzanca, che aiuta anche stasera nella preparazione dei piatti.

I due Davide e la vellutata di pesca con gambero di fiume e lenticchie.

Si parte. Cona la jotta rivisitata da Davide.

La “Jotta” con mozzarella, pomodoro candito, alici in salagione e gazpacho di patate al profumo di timo. Le briciole di pane accompagnano un piatto fresco e profumato. Il saluto all’estate entrata da qualche giorno!

Risottata sì, risottata no. Si parla di pasta ed è nota la scelta di Davide Oldani che al suo D’O utilizza i formati corti. E in questo caso si parla delle Sandrine della Verrigni.

Lo zafferano è l’elemento tipico, ça va sans dire, e qui trova un bel connubio con l’anguria che riporta alla freschezza e abbassa la nota grassa del Parmigiano. Nota fruttata insolita ma piacevolissima per coadiuvare una mantecatura eccellente.

Battuta di manzo cruda, salsa di liquirizia e spuma di birra. Questa portata deve dire grazie a Giovannino Palumbo, storico macellaio dell’Aquila, e all’interpretazione scanzonata di Davide che unisce l’hamburger con la birra il cui gusto amaro è reiterato dalla liquirizia in un bilanciamento che sembrerebbe impossibile e che invece riesce alla perfezione. Da bis immediato…

Vellutata di pesca salata, gambero di fiume al vapore e lenticchie. Ancora freschezza conferita dal cetriolo e dalla pesca appena salata. Una spinta per il gambero che viene accompagnato dalla consistenza farinosa delle lenticchie. Bello e proporrei a Davide di portarlo alla Notte degli Chef. Per comprendere il grado di difficoltà e la temperatura di servizio.

La chiusura è affidata alla fricassea di frutta al vino e basilico, gelato di caprino al miele e pepe nero. Un dolce che piace per la forza del gelato caprino e per l’associazione con il basilico ancora una volta inaspettato ma piacevolissimo.

La cena a 4 Mani di Marzia e Davide è l’occasione per Francesco Paolo Valentini di presentare in anteprima nazionale la nuova etichetta del Cerasuolo d’Abruzzo 2010. Ottenuto da uve Montepulciano con vinificazione in bianco (in assenza di vinacce). La vinificazione avviene con lieviti autoctoni naturali senza controllo di temperatura e senza filtraggio. Il risultato è un rosato particolare che riflette i cambiamenti climatici.

Grazie ancora a Vincenzo Pagano, cronista attento della serata, e fortunato commensale… Aspettiamo la cronaca della serata con Gino Sorbillo