Archivio per la categoria ’RICETTE’

Gli strangozzi

10 January 2010 - Commenti »

Intravista ieri in TV – la preparazione di un piatto tipico da Cantalice, paesino in provincia di Rieti: gli strangozzi alle erbe.

Gli strangozzi (o strozzapreti o simili) sono una pasta lunga tipica della zona di Foligno e Spoleto, e più in generale di Umbria-Marche-Lazio (e sono un prodotto agroalimentare tradizionale). Sono simili ai tagliolini ma, a differenza di questi, non sono una pasta all’uovo.

Sono anche una pasta interessante, al di là delle sue varianti locali, più spessa meno spessa, più o meno larga, con o senza sale… Sembra che il nome derivi dalle stringhe di cuoio con cui venivano strangolati o strozzati che dir si voglia i preti che al tempo dello Stato pontificio si opponevano al potere temporale della Chiesa… e strangozzi deriverebbe appunto da un insieme di “stringhe”, “strozzare”, “strangolare”.

Questa e altre notizie interessanti su Vita di donna (da cui prendo in prestito l’immagine…). In giro si trovano diverse ricette: sono una pasta versatile, che ben si accompagna a sughi importanti, dai sapori forti, di carne, al tartufo (nero…), ai funghi porcini.

Un sugo tipico è la tartufaglia: olio extravergine d’oliva, fettine di tartufo nero, pecorino (umbro anch’esso…).

Per la pasta la ricetta di base dovrebbe essere:

Farina 00: gr 200
Farina di grano duro: gr 100
Acqua q.b.

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La ricetta televisiva spiegava che vengono fatti con farina, acqua, un poco d’olio e sale: si impastano come il pane, ma non molto a lungo. Si spiana l’impasto con un mattarello, non troppo sottile, lo si piega due o tre volte mantenendo la larghezza di un palmo di mano, e si taglia tipo tagliatelle, ma di sbieco.

Il sugo che le accompagnava era a base di pomodoro, erbe selvatiche del luogo, non meglio identificate (da me spettatore distratto, ovvio…), e peperoncino.

Altre ricette interessanti: gli strangozzi al poker di funghi di Andrada da VeganBlog.it, gli strangozzi porri e code di mazzancolle su DiarioDiCucina, gli strangozzi alla norcina, e gli strangozzi scampi e chiodini di Bian su L’osso e la lisca.

Emanuele Bonati

Maccaronara al ragù di coniglio e cappone imbottiti

29 December 2009 - Commenti »

Riceviamo (grazie  mille!!) e pubblichiamo questa interessante ricetta dalla Tenuta Monte Laura in Irpinia, a Celzi di Fiorino (Avellino).

Questa antica ricetta contadina dell’Irpinia risale alla notte dei tempi, e come tutte le ricette della nostra economia rurale è improntata al recupero di ogni parte dell’animale e quindi al risparmio. In questo caso le parti da recuperare sono la pelle e le interiora: la pelle si recupera perché il coniglio non si spella ma si spenna, le interiora (sia del coniglio che del cappone) vengono usate per l’imbottitura del cappone.

L’imbottitura del coniglio (l’animale deve pesare almeno 4/5 kg) si realizza sottopelle, dopo aver separato la  stessa dalla carne introducendo la mano tra i due elementi a incominciare dalla pancia dell’animale. Creata così una sorta di sacca, si procede a riempirla con un composto precedentemente preparato con 20/25 uova, gr 500 di formaggio stagionato almeno 10 mesi, metà di mucca e metà di pecora, preferibilmente caciocavallo podolico e carmasciano, e prezzemolo finemente tritato. Riempita tutta la sacca, si procede, così come fa il chirurgo alla fine dell’operazione, a dare i necessari punti di sutura affinché l’imbottitura non fuoriesca durante la cottura.

Per il cappone, la fase più importante è la preparazione dell’imbottitura. Si rosolano i fegatini a mezza cottura, con sale e pepe; vanno poi amalgamati con gli stessi formaggi usati per l’imbottitura del coniglio, con l’aggiunta di uva sultanina e pinoli. Stessa pratica “chirurgica” per la chiusura e via in pentola.

A questo punto, rosolatura contemporanea nella stessa teglia, bassa e larga, del coniglio e del cappone, per chiudere i pori della pelle al fine di conservare, durante l’estenuante successiva cottura (di almeno tre ore), gli umori delle carni all’interno dell’imbottitura, che diventa così la parte più saporita.

Trasferimento del tutto in un pentolone sufficientemente capiente, dove è stata già fatta imbiondire della cipolla tagliata a tocchetti e… sanmarzano fino a copertura.

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Non ci resta che aspettare che il miracolo si compia…

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CIBVS legge… IL LIBRO DELLE FRATTAGLIE di Roberta Schira

1 December 2009 - Commenti (5) »

Ho letto l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Einaudi: bello, divertente, ben scritto, ben costruito, grottesco… e non mi è nemmeno dispiaciuto Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, Adelphi: intrigante, morboso, anche se si capiva subito che…

Ma il libro veramente più bello e ben scritto ben costruito entusiasmante ricco piacevole interessante intrigante e quant’altro di questi ultimi tempi è senz’altro IL LIBRO DELLE FRATTAGLIE storia scienza e cucina di Roberta Schira con Franco Cazzamali, nella collana di Allan Bay Il lettore goloso edita da Ponte alle Grazie, 352 pagine, 18 euro (costo a pag 0,051, contro i 0,089 di Adelphi, 0,054 Einaudi). Lo sto leggendo in questi giorni: un’inesauribile e metodica e accurata miniera di notizie, curiosità, dati e terminologie scientifiche, ma anche tradizione, cultura, folklore, una marea di ricette e varianti, istruzioni nomi locali procedure storia e storie, e insomma mi piace mi piace mi piace moltissimo, brava bravissima Roberta ( a una che scrive così, e questo, non si può non dare del tu…)…

In effetti, non lo faccio quasi mai, di cucinarmi delle frattaglie (a parte d’intende il fegato, il rognone, il cervello, la trippa, le cose “semplici”); devo proprio andare dal macellaio e chiedergli un po’ che cos’ha del “quinto quarto”, un esofago, delle animelle, che so… un guanciale, un piedino…

Bene o male, ho dei ricordi delle frattaglie fin da piccolo (a parte forse la trippa, che ho iniziato a mangiare un po’ più tardi): il fegato, il cervello (anche quello della gallina: la testa era sempre la mia, e la nonna me la passava, e io la dividevo in due e con uno stuzzicadenti pulivo la cavità con attenzione…), la lingua con la salsa verde preparata da mio padre, il magone, o ventriglio, del pollo, e le creste e i bargigli, che la nonna faceva in umido, mi sembra, che meraviglia…

E poi, ricordi sparsi: le interiora d’agnello alla piastra mangiate in un delizioso ristorante in una conca dietro Cala Luna in Sardegna, il pani ca’ meusa dell’Antica Focacceria San Francesco a Palermo, l’haggis scozzese… e una serie di cose strane mangiate ancora in Sardegna, a un pranzo di nozze in un paesino di montagna (di cui racconterò un’altra volta), e i crostini toscani, e il midollo dell’ossobuco, e…

Mi sta venendo fame. Basta, anche di questo ne riparleremo… Ora vado a leggermi qualche altra pagina…

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Emanuele Bonati

La pinza onta di mamma ANDREINA

25 November 2009 - Commento (1) »


Quando da piccolo andavo con i miei a trovare i parenti che allevavano maiali nella campagna veneta, ricordo che ci riempivano di prelibatezze suine da riportare a casa. Tra queste cose ce n’era una che non riuscivo ad apprezzare: il suo aspetto e l’odore erano per me, bimbo della provincia milanese, un po’ forti.
Erano dei pezzettini di roba mollicci, grassi e odorosi, dei quali i grandi erano proprio ghiotti: i ciccioli.
Non ci ho messo molto a capire perché: anch’io ho ben presto imparato ad apprezzarli grazie a una preparazione che faceva mia mamma, la “pinza ‘onta”, ovvero la pizza con i ciccioli.
Mia madre faceva rosolare in padella questi pezzetti di grasso, e tutta la casa veniva invasa da un odore (o profumo?…) molto intenso, dopo di che li impastava con farina acqua sale rosmarino e lievito, via in forno e… mi ritrovavo a spanorare un bel pezzo di questa pinza meravigliosa… Che bei ricordi d’infanzia…
Questo preambolo per dire che alla sagra di Brisighella, delizie del porcello, di cui vi ho già raccontato non una, ma due volte, non ho resistito all’acquisto di una bella montagna di ciccioli freschissimi, unti e bisunti.
Neanche a dirlo… ho subito chiesto a mia madre di farmi una pinza onta “perché io devo assolutamente mettere la ricetta sul sito e conspanidere, blablabla…”.
Detto fatto: ecco la PINZA ONTA di mamma ANDREINA.


Ingredienti:

250g farina 0
250g farina manitoba
250g ciccioli freschi (anche di più, a piacere)
rosmarino
sale
1 bustina di lievito di birra in polvere (8g)
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Esecuzione
Setacciare la farina, aggiungere sale lievito in polvere un cucchiaio scarso di olio extravergine (siculo preferibilmente), acqua quanto basta per ottenere un impasto né secco né umido, il rosmarino tritato ed infine i ciccioli freschi, precedentemente spadellati per ammorbidirne il grasso al fine di amalgamarli meglio con il resto degli imgredienti.
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Dopo aver impastato, formare una palla con l’impasto, coprirla e tenerla a riposo per almeno 30min.
Mettere in una teglia precedentemente passata con un velo di olio, stendere l’impasto e praticare dei tagli superficiali con un coltello.
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Infornare per 30 min. e poi…
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…buon appetito da mamma Andreina
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e da Christian

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Tiramisù di Manu

23 October 2009 - Commenti »

Un dolce semplice, al cucchiaio, sul cui contenuto calorico è meglio stendere un velo (di zucchero?): il tiramisu. Come dice con sottile allusione il nome, dolce molto energetico, anzi rinvigorente…

Il tiramisu è un dolce di origine incerta: la sua paternità è contesa fra Veneto (Treviso), Toscana e Lombardia, anche se sembra che la prima testimonianza risalga a una visita a Siena del granduca Cosimo III di Toscana, in occasione della quale gli venne preparato un “dolce del duca” molto apprezzato, che in seguito – con l’aggiunta del mascarpone, nato fra il XVI e il XVII secolo in Lombardia – si diffuse ovunque, diventando uno dei dolci che identificano l’Italia culinaria.

Ci sono molte varianti della ricetta-base; questa che vi propongo mi è stata passata dalla mia amica Manu.

Allora: sbattere i rossi di 5 uova con 5 cucchiai colmi di zucchero, fino a quando non diventano soffici e spumosi; unire 500 gr di mascarpone fresco e amalgamare bene; montare a neve ferma le 5 chiare delle uova e unirle al composto di mascarpone.

Sbriciolare un po’ di amaretti secchi e in un contenitore fare uno strato di amaretti e bagnarli con del buon marsala; alternare strati di mascarpone e strati di amaretti, concludendo con questi ultimi. Un po’ in frigo e….

Naturalmente, anche qui possiamo inserire varianti: un solo strato di amaretti sopra e uno sotto, qualche scaglia di cioccolato, ..

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La ricetta del riso mantecato con Lapsang Souchong

20 October 2009 - Commenti (4) »
Dosi per 4 persone
320 gr di riso Carnaroli
2 scalogni piccoli
burro
olio
1/2 bicchiere di vino bianco secco
1 l brodo chiaro
parmigiano reggiano 24 mesi
2 tazze di tè nero affumicato Lapsang Souchong
2 mele Golden
1 cucchiaio di fecola di patate o maizena
Preparare il tè lasciando le bustine in infusione nell’acqua bollente per almeno 5 minuti. Mettere il tè in un pentolino basso e riportare sul fuoco vivo per farlo ridurre. Una volta ridotto della metà lasciar raffreddare leggermente ed aggiungere il cucchiaio di maizena o fecola per addensare, ottenendo così una salsina.
Lavare e privare del torsolo la mela. Tagliare la mela a cubettini e poi mettere in una padella o su una padella grigliata e farla scottare leggermente.
Preparare il brodo con carota, sedano, cipolla, 2 grani di pepe.
Dopo che si è ristretto, togliere le verdure e filtrare. Rimettere sul fuoco basso in modo da tenerlo sempre molto caldo.
Far ammorbidire a fuoco dolce lo scalogno con una noce di burro ed un filo di olio extravergine.
Aggiungere il riso e tostare, mescolando, per alcuni minuti.
Aggiungere il vino e lasciar evaporare.
Aggiungere tutto il brodo e lasciar cuocere a fuoco medio finchè il riso non sarà cotto.
Togliere dal fuoco e mantecare con burro e parmigiano grattugiato a volontà.
Impiattare e guarnire con la salsa di tè nero affumicato e i cubetti di mela scottata.
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Christian
christian@cibvs.com

Il tè Lapsang Souchong

19 October 2009 - Commenti (3) »

Una tazza di tè  propriamente consiste in un infuso di foglie di Camelia sinensis, una pianta legnosa coltivata soprattutto in Cina, in India, nello Sri Lanka, ma anche in Giappone e in Kenya. A seconda dei diversi processi di fermentazione e trattamenti si distinguono sei tipi principali di tè: il tè nero e il tè rosso (a fermentazione completa), il tè blu o oolong e il tè bianco (a fermentazione parziale), il tè verde (a fermentazione non avvenuta) e il tè giallo (a fermentazione moderata).

In Cina quelli che noi chiamiamo “tè neri” sono classificati come “tè rossi” (sono i tè che hanno subito un completo processo di ossidazione), mentre i “tè neri” sono quelli che hanno subito un processo di vera e propria fermentazione.

Il Lapsang Souchong è un tè nero (rosso in Cina), affumicato e ossidato; si abbina a pesci robusti (tonno, merluzzi nordici) o carni alla brace, alla piastra, al vapore; a piatti speziato o molto saporiti; ai formaggi; rinvigorente, è ideale dopo una lunga passeggiata o un’intensa attività fisica; può accompagnare, al posto dell’acqua, uno Scotch Single Malt.

Oltre alla ricetta del riso mantecato http://blog.cibvs.com/2009/10/16/riso-mantecato-al-lapsang-souchoung-e-mela/ segnalo i maccheroncini di Campofilone con pesto e salmone affumicato al LS, da Senza Panna (http://senzapanna.blogspot.com/2009/07/maccheroncini-di-campofilone-con-pesto.html) e da Un tocco di zenzero i gamberi al LS con asparagi (http://www.untoccodizenzero.it/index.php/ricette/appetizer/gamberi-al-lapsangpurea-di-asparagi-al-vapore-e-olio-evdi-pianogrillo/).

Volendo, ci si può iscrivere al gruppo dedicato a LS su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Lapsang-Souchong/22031541839#/pages/Lapsang-Souchong/22031541839?v=wall

Qualche negozio dove comprare il tè? A Milano, templi, boutique, meravigliose teierie: L’arte di offrire il the in via M. Melloni 53 (www.artedelricevere.com), L’essenza del the, Via Cerva 12  (www.essenzadelthe.it), La teiera eclettica in p.le Bacone 2 (www.teieraeclettica.it) e Montresor in viale Montenero 5 (www.montresor.mi.it).

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Emanuele Bonati

Riso mantecato al Lapsang Souchong e mela

16 October 2009 - Commenti (4) »
Un po’ di tempo fa mi hanno regalato del tè dal nome complesso – Lapsang Souchong – della COMPAGNIE du SAMOVAR, la marca che utilizzo di solito e che consiglio caldamente.
Si tratta di un tè nero affumicato.
Infatti aprendo la scatola sono stato quasi immediatamente travolto da un intenso profumo di affumicato che mi ha suscitato una forte curiosità. Ho provato subito a prepararne una tazza. Mmmh… molto profumato… ma un po’ strano… insomma, bevuto da solo non mi fa propriamente impazzire; però accompagnato alla giusta pietanza deve essere ottimo, ho pensato.
Alla fine, invece di abbinarlo ad una pietanza, ho deciso di usarlo direttamente nella preparazione della stessa: e ho provato un pollo arrosto cotto nel tè. Interessante.
Però quello che volevo creare era un primo piatto. Anzi, un risotto.
Subito mi sono venuti in mente certi risotti di Davide Oldani: un riso mantecato, un giro di salsa (vaniglia, cacao, zafferano, caffè…), un altro ingrediente abbinato (frutta, verdura…).
Quindi, un po’ sulla linea del mio chef preferito, ho dato indegnamente vita al mio Riso Carnaroli mantecato, tè nero affumicato, mela stufata in cubi. Il risultato non è male, sicuramente è da migliorare la restrizione di tè; dovrei farla un po più densa perchè la sua (quella doi Oldani, intendo) resta sopra al riso e non “cola” finchè non ci si sforchetta dentro.
Ah, evito di elencare la sequela di parolacce proferite quando, preparato il piatto, volevo scattare la foto con la macchina e mi sono accorto che le batterie erano esaurite e non avevo modo di ricaricarle… E ho dovuto usare il telefonino…
Appena l’avrò perfezionata, pubblicherò qui la ricetta.
risoteato
Christian
christian@cibvs.com
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CIBVS ascolta

14 October 2009 - Commenti »

A çímma / La cima

Fabrizio de André, Ivano Fossati, Mauro Pagani

da Nuvole

Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin
ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare

ti t’ammiàe a ou spègiu dà ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn

ti guarderai allo specchio di un tegamino
metterai la scopa dritta in un angolo

che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia

che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura

Bell’oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu ‘ntou prebuggiun

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

cun dui aguggiuìn dritu ‘n pùnta de pè
da sùrvia ‘n zù fitu ti ‘a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia

con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

ch’ou cègu ou pèrde ‘a tèsta l’àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos’àtru fa cos’àtru dàghe a ou cè

che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera

nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria

non ritornare dura
e nel nome di Maria

tùtti diài da sta pùgnatta
anène via

tutti i diavoli da questa pentola
andate via

Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d’ou toèu mestè

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via

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Sarde al forno alla pugliese

12 October 2009 - Commento (1) »

Sarde o sardine o alici o alacce o altro pesce azzurro…

Quando uno si trova con delle alacce in freezer e niente in casa… beh… ho provato questa ricetta tradizionale, magari da lavorare un po’… ma buona-

Dunque: per 6 persone ci vogliono 1,2 kg di sarde (da pulire) -

Composto di:

200 gr pangrattato

4 cucchiai prezzemolo tritato

2 cucchiai origano fresco

1 cucchiaio di verde di finocchio selvatico

1 cucchiaio di menta romana tritata

150 gr pecorino grattugiato

Mescolare tutti gli ingredienti, salare e pepare il composto

Cospargere di sale una tortiera, oliarla, disporre alternativamente uno strato di pesce e uno di composto; finire con il composto

Cospargere bene con olio extravergine d’oliva

Sbattere tre uova con sale e pepe e versarle uniformemente sulla superficie

In forno a 170° per 45′ se avete fatto tre strati, 35′ se gli strati sono due; lasciar riposare fuori dal forno per 5′ e servire.

io ho usato le alacce di cui sopra (e non avevo finocchio selvatico), e ho usato un misto di erbe liguri tritate…

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