Archivio per la categoria ’Milano’

Milano Food&Wine Festival / 4 – Andrea Aprea e Giovanna Nobile

20 February 2012 - Commenti »

Andrea Aprea e Giovanna Nobile – due napoletani a Milano. Uno è lo chef del Vun del Park Hyatt, qui a Milano; l’altra è La cuoca eclettica, dal nome del suo blog, ed è anche nostra collaboratrice (Buon CibVs col tè!) e inviata speciale, l’anno scorso a Taste of Milano, e quest’anno anche qui al Milano Food&Wine, dove appunto ha presentato lo showcooking di Aprea.

Sedani Monograno Felicetti, cime di rapa, cozze, pecorino e bottarga: è questo il piatto preparato da Aprea e dai suoi collaboratori sotto gli occhi del pubblico e così illustrato da Giovanna sul suo blog: “Un piatto destrutturato, dalle diverse consistenze: il passaggio in padella, tra l’olio e il pecorino, è una vera mantecatura, le cime di rapa sono state in parte frullate, sia per accentuare l’aspetto cremoso del piatto, ma anche per consentire alla verdura di sprigionare appieno il suo sapore. Qualche cimetta integra ha colorato il piatto e nello stesso tempo ha fatto percepire un’altra consistenza di questa verdura.”

Mare e campagna, attenzione ai prodotti mediterranei, e alla stagionalità, lavorazioni semplici: tutto qui, sono queste le basi di una grande cucina italiana.

Emanuele Bonati

Totò nel paese delle meraviglie di Alice

14 February 2012 - Commenti »

“Non mi piace proprio.”

“Come?”

“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”

“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”

“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”

Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…

Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.

Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).

Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.

Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra  (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.

“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”

“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”

Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.

“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”

Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.

Christian:  “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”

Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”

Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.

Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”

Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”

A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).

Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”

Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”

Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).

Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”

“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”

La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.

“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”

Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”

Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.

Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”

“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”

Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).

Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”

Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.

Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…

Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”

Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”

E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”

Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…

Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.

Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano

Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto

via Adige 9, Milano

Telefono             02 5462930

Identità Golose Flash / 1: L’Huevo Ranchero di Eugenio Roncoroni

6 February 2012 - Commento (1) »

Eugenio Roncoroni, chef di Al Mercato, ha preparato una Rivisitazione dell’huevo ranchero, tipico piatto di origine messicana ma ormai diventato americano tout court.La versione tradizionale consiste in uova fritte su tortilla di granturco leggermente fritte con salsa pomodoro-peperoncino, fagioli, fette di avocado o guacamole.

La versione di Eugenio è… è… è una versione di una delicatezza e di un gusto estremi: l’uovo è stato cotto a bassa temperatura (a 64°) per 45’; appoggiato quindi su una spuma di Grana Padano e bacon, una crema di avocado fagioli bianchi e cocco, salsa tandoori (una specie…) e nachos.

Ne voglio un altro.

Grazie a La Viz per le foto (http://www.flickr.com/photos/viz_pics/): io ero troppo occupato a mangiare…

Emanuele Bonati

Milano Food&Wine Festival Flash / 3 – Cesare Battisti e Paola Sucato

5 February 2012 - Commenti (3) »

Paola Sucato (di cui sono profondamente innamorato: per quello che fa dentro e fuori le cucine, non tanto per come beve – non beve – quanto per come panifica, per come è) ha presentato Cesare Battisti, cioè il Ratanà (locale abbastanza nuovo, con un piede nell’Erba Brusca…): di lui non posso dire di essere innamorato – anche se, dopo il suo Riso con latte di capra (crudo, leggermente acidificato), grana padano, vaniglia, pepe nero e carciofi croccanti i miei sentimenti nei suoi confronti registrano un notevole trasporto.

Emanuele Bonati

Milano Food&Wine Festival Flash / 2 – Alice Delcourt e Chiara Giovoni

5 February 2012 - Commenti »

Chiara Giovoni (di cui sono profondamente innamorato: per come scrive, per come beve, per come è) ha presentato Alice Delcourt, la giovane carina elegante cuoca de L’Erba Brusca (locale con orto annesso, aperto l’estate scorsa con Cesare Battisti, che era all’altra postazione), di cui mi sono innamorato – e che ha preparato Sgombro leggermente affumicato su un cous cous di frutta ed erbe (lei ha vinto il CousCous Fest l’anno scorso) affumicato con foglie di tè nero, con melograno e yogurt greco (che forse avrei evitato: secondo me il tutto reggeva anche senza… e avrei volentieri ripulito le pentole…).

Emanuele Bonati

Milano Food&Wine Festival Flash/1

5 February 2012 - Commenti »

Iniziato il Milano Food&Wine Festival – parallelo a Identità Golose, sfalsato di un giorno, fianco a fianco.

Se ci fossero dei miei lettori fedeli, saprebbero che io in queste cose ci sguazzo – tanta gente, tavoli con cibi prodotti assaggi, vini, bicchieri, chef, cucine… mi piace girare, vedere, assaggiare, conoscere, capire (ok, cercare di capire), incontrare gente che conosco e conoscere gente che non conoscevo – e se capita mangiare qualche cosa.

Il Milano Food&Wine è diciamo la vacanza milanese del Merano Food&Wine Festival (no, non ci sono mai stato, ma devo proprio andarci: se questo fratellogemellominore è così, beh, chissà il fratellogemellomaggiore…).

Allora: Wine – 100 produttori, ovviamente con prodotto, ovvero bottiglie, al seguito (e per buona misura Acqua San Pellegrino e Panna, birra Peroni, e aggiungiamoci un pezzo di Grana Padano, aperitivo San Pellegrino…).

Food: due postazioni cucina (ahimé senza la cappa a raccogliere il fumo… e lo sgombro della prima preparazione pervadeva tutto l’aere dintorno), in cui si alternano cuochi (alle 12, alle 18, alle 20.30) e preparano assemblano servono il loro piatto, introdotti da uno/a foodblogger giornalista o che.

Festival: io che corro da una parte all’altra dell’ampio spazio a saggiando bevendo degustando tastando assaporando tutto quello che sembra potabile commestibile.

E non ultimo le Phood: nove fanciulle scatenate che fotografano twittano bloggano intervistano circolano imperversano…

Mi sa che sono arrivato troppo presto... Paolo Marchi sta ancora contattando gli chef...?

Sete...
Sete?

Sete, sì.

Ma questo è Biscalchin!

Emanuele Bonati

Il nonno dell’aperitivo: andar per bàcari con Anna Maria Pellegrino

3 February 2012 - Commenti »

Aperitivi a Milano? Non solo! Cominciamo dalla “preistoria” dell’aperitivo: i “bàcari” veneziani (anche se forse ancora prima si potrebbe risalire al mulsum degli antichi Romani).

I “bacari” (termine la cui etimologia è da collegare al dio Bacco) erano i vignaioli e i vinai che si recavano a Venezia con le loro botti di vino per venderlo al bicchiere in Piazza San Marco. I bacari si mettevano all’ombra del campanile per proteggere il vino dal sole, e si spostavano per seguirla: da qui il nome di “ombra” dato al bicchiere di vino, venduto spesso con piccoli spuntini.

28 gennaio 2012 ore 16:00: la Stazione Venezia Santa Lucia, sferzata dalla bora siberiana, ha visto, puntuali come orologi svizzeri, i primi partecipanti a #Bacari baciarsi ed abbracciarsi e subito dopo dirigersi verso la Venezia dei Veneziani, destinazione Rialto, attraverso Campo San Giacomo dell’Orio (nelle vicinanze del Museo di Storia Naturale), Santa Maria Mater Domini, San Cassiano per giungere in zona Pescheria – che purtroppo chiude alle ore 12.00 tutti i giorni ed è ovviamente rigorosamente chiusa al lunedì; di conseguenza non siamo andati ad acquistare il pesce, ma ce lo siamo gustato già cotto, grazie ai cicheti dei Do Mori, l’osteria più antica di Venezia (datata 1462), nonché una delle più affascinanti, in un corridoio tra due calli difficilmente localizzabile per chi non è del luogo (ma forse sono proprio i Do Mori che non vogliono farsi scoprire).

Dopo il battesimo con il primo cibo di strada che l’occidente abbia conosciuto (affermazione rigorosamente storica e assolutamente di parte), un po’ più allegri e sciolti ci siamo diretti verso il famoso “chiosco” di Santa Maria Formosa, situato in un crocevia di calli che vede l’incessante incrociarsi di veneziani più o meno affaccendati. Il bello è sedersi davanti a uno spritz in formato “normale” (per i locali: corrisponde a un formato “flebo” per i foresti), a uno dei tavolini, rigorosamente ed esclusivamente all’aperto, circondati da piccioni curiosi, per osservare l’energia della tipica “Camminata Veneziana” (e vi preghiamo di prestare attenzione ai polpacci dei locali: non trovate anche voi che avrebbero fatto invidia a Claudio Gentile?).

Nel frattempo è diventato buio, ma non ci siamo persi d’animo e, per raggiungere un altro bacaro storico, Al Ponte, abbiamo attraversato Campo San Giovanni e Paolo (alias San Zanipolo, nickname che deriva dalla tipica contrattura che i veneziani amano applicare ai santi e ai fanti…). E lì tutti ad ammirare l’ingresso più bello del mondo, se si considera che si tratta di un ospedale civile (visitabile fino all’inizio degli ambulatori e fino alle 21.00), trattandosi infatti della Scuola Grande di San Marco (una delle sei scuole devozionali “maggiori” della Serenissima).

Al Ponte è un’osteria più recente (ma ha comunque un buon numero di decenni alle spalle),  ma anch’essa molto amata dai veneziani, che si ritemprano con la classica “ombra”, l’unità di misura preferita dal Bacco lagunare, caratterizzata anche dal tipico bicchiere svasato in vetro, che assomiglia (incredibile!) a quello in cui ancor oggi, anche nei Balcani, viene servito il caffè turco.

Non eravamo molto provati (e con il freddo che faceva l’alcool veniva metabolizzato a una velocità che neanche i  neurini), per cui abbiamo proseguito verso la tappa dell’Antica Adelaide – che lungo il tragitto ci ha visti  privilegiati ospiti della Chiesa dei Miracoli, situata nell’omonimo Campo dei Miracoli. Si tratta di un vero e proprio gioiello, uno dei primi esempi di arte rinascimentale a Venezia – e uno dei primi esempi di “costruzione chiavi in mano” perfettamente riusciti. Un mercante lombardo, Antonio Amadi, possedeva un quadro ritenuto miracoloso, una Madonna con Bambino, e volle costruirci una chiesa attorno. Si affidò alla scuola di Pietro Lombardo che, assieme ai figli Antonio e Tullio, dal 1481 al 1489 diede vita al progetto, alla costruzione e alla decorazione di questo autentico capolavoro.

E così, con gli occhi e il cuore carichi di decorazioni marmoree che sembravano cesellate da Benvenuto Cellini in persona, siamo giunti all’Antica Adelaide, osteria riaperta da Alvise e riportata al suo splendore caratteristico dopo anni di incuria. Si tratta di una delle osterie veneziane più cariche di storia, con la sua stanza del latte, quella in cui le donne di Campalto portavano dalla terraferma il latte delle mucche che allevavano e nella quale si riposavano prima di lasciare Venezia per ritornare a Campalto via mare. Allora il Ponte della Libertà non era ancora stato costruito!

Abbiamo mangiato dei bigoli al torchio con scampi freschissimi, un risotto al nero da tripla stella e soprattutto le prime frittelle della stagione, preparate con il lievito madre.

Dall’Antica Adelaide al punto di partenza il tratto più breve è la Strada Nuova, che viene normalmente percorsa dai turisti… e che noi non abbiamo fatto, preferendo il tragitto che attraversa il Ghetto (Nuovo e Vecchio), per arrivare Al Paradiso Perduto, storico locale, situato in Fondamenta della Misericordia, che vide concretizzarsi le canzoni dei Pitura Freska – tra le quali la mitica “Pin Floi”, dedicata al concerto-disastro che i Pink Floyd tennero in laguna nel 1985 (ricordate? “Persi par persi, ndemo a consolarse, / ndemo al Paradiso a inbriagarse”…).

Ho tolto le scarpe alle 3 del mattino – ma ero già pronta a ricominciare!

Avviso ai naviganti: per chi avrà gradito questo tour invernale con l’infaticabile socia Elisabetta Tiveron stiamo meditando una “late spring edition” (verso maggio… prima che faccia troppo caldo) con diverso itinerario (e sempre fuori dalle rotte turistiche).

Per informazioni: Elisabetta Tiveron, bettipanemiele@gmail.com, o Anna Maria Pellegrino, lacucinadiqb@gmail.com

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Food @ work: Identità Milano 2012 si avvicina…

27 January 2012 - Commenti »

«Tornando dalla manifestazione Lo Mejor de La Gastronomia mi sono chiesto: perché i nostri cuochi devono andare in pellegrinaggio a San Sebastian, nei Paesi Baschi, per scambiarsi – e spesso copiare – idee con gli altri cuochi del mondo? Mettiamo in piedi anche noi un congresso di cucina». Tutto qui. Semplice, no?

No, forse no. Questa è stata effettivamente l’intuizione di Paolo Marchi di otto anni fa – ma a giudicare dai risultati, dai programmi delle varie edizioni, a essa è seguito un lavoro enorme, che si è protratto negli anni, ha proliferato  generando una miriade ormai di Identità diverse, da Identità Naturali, a Identità Vent’anni (i giovanissimi cuochi), a Identità Donna, Identità di Pizza, Identità di Pasta e Identità di Carne, alle altre manifestazioni che si susseguono ormai in tutto il mondo.

Identità, per uno che vuole occuparsi di cibo, a qualsiasi titolo, è una via di mezzo fra un paradiso e un luna park: anziché andare in giro a mangiare dai grandi chef, sono loro a venire a te, e non portandosi dietro pentole e padelle, ma se stessi, e degli assaggi della loro storia-cultura-filosofia-personalità. Il cuoco “parlante”, che esce dalle cucine e si mette in gioco nel confronto con gli altri – siano essi chef, esperti, giornalisti, ma anche gente comune –, è una delle cose più interessanti, forse, di questi ultimi anni. E ogni anno Identità ci aiuta ad assaggiarne un pezzetto.

Identità Golose si terrà a Milano dal 5 al 7 febbraio; dal 4 al 6, in contemporanea, aprirà il Milano Food&Wine Festival, un grande temporary restaurant; il tutto presso il MiCo MILANO CONGRESSI ala nord, gate 14 (via Gattamelata 5).

E nei prossimi giorni vi racconteremo qualche cosa di quello che accadrà – e cercheremo anche di raccontarvi qualcosa da dentro; fermo restando che sul sito di Identità le notizie, le curiosità, gli aggiornamenti si susseguono in tempo reale…

Emanuele Bonati

Food @ work: Olio Officina Food Festival

25 January 2012 - Commenti »

Milano sempre più capitale del cibo, o almeno degli avvenimenti-eventi che intorno al cibo ruotano: quest0 weekend si inizia con Olio Officina Food Festival al Palazzo dei Giureconsulti, seguiranno il Food&Wine Festival e Identità Golose, e poi ancora la Milano Food Week, e Taste of Milano… Tutte doverosamente segnalate su Agendafood, il nostro sito-calendario di eventi.

Cercheremo di seguire un po’ tutto, ovviamente. Grazie al cielo, il mondo del food è attualmente piuttosto Milanocentrico – grazie al cielo per noi blogger milanesi, che abbiamo tutto – tanto – troppo sotto casa…

Una faticaccia, comunque. Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo, di interessante, anche se sembra che ormai di food e consimili ce ne sia anche troppo in giro, ci si sente a volte cinti d’assedio da cuochi spadellanti trincianti che incombono ormai anche dal lattaio sotto casa. Cercheremo di raccontarvi qualche cosa nei prossimi giorni su tutte queste manifestazioni.

Prendiamo Olio Officina Food Festival – il sito recita: “Olio Officina Food Festival – Condimenti per il palato & per la mente è un progetto culturale con cui si intende riformulare l’abituale approccio con i grassi, e più in generale con i condimenti, in cucina. L’obiettivo è soddisfare l’urgente necessità di volgere lo sguardo a nuovi percorsi esplorativi, attraverso l’adozione di linguaggi e stili interpretativi inediti e inusuali. Olio Officina Food Festival non è soltanto cultura materiale, ma è soprattutto un luogo di cultura alta e di confronto. Da qui l’impegno a non confinare l’attenzione ai soli condimenti che soddisfano il palato, ma di estendere equamente il medesimo interesse anche ai condimenti che nutrono e impreziosiscono la mente. All’interno del festival, pertanto, accanto all’officina, c’è un apposito spazio per il salotto e l’intrattenimento.”

C’è dentro un po’ di tutto quello che è food (& winw) oggi: l’attenzione all’ingrediente, alla qualità, ma anche a quello che ci sta intorno, la cultura, la società – si veda il programma, che prevede un’apertura, venerdì 27, con una conversazione filosofica sul cibo fra Gualtiero Marchesi e Nicola Dal Falco, tanto per dire…

Il tutto pensato ideato organizzato da Luigi Caricato, “oleologo” insigne, e dai suoi collaboratori co-coordinatori Angelo Ruta e Giuseppe Capano.

Faremo un salto (magari un po’ di “un salto”…) per raccontarvi qualcoa di quello che succederà nelle varie aree – Cooking, Approfondimenti, Consumatori, Salotto Culturale, Bambini, Percorso Olistico (e qui vorrei segnalare l’”incursione” Verso la tolleranza. Ritrovare la capacità di nutrirsi dallo svezzamento all’età adulta, Malvarosa Edizioni, di un’amica, Irene Binaghi, Cristina Insaghi e Valeria Pincini), Impariamo a degustare…

E intanto preparatevi a scoprire con noi cosa succederà a Identità golose e…

Totò ed Emanuele “a tutto vapore”…

24 January 2012 - Commento (1) »

Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…

Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.

“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”

“No… That’s Amore!”

“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”

Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.

Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).

“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.

Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.

Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).

Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.

Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore :-)

La vellutata di potimarron e castagne

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I ravioli al monococco... cottura perfetta, e le verdurine sotto...

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Petto d'anatra chutney e cos'altro... un ottimo assieme

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...con un po' di pane

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Ah, già – devo ricordarlo - prima si fotografa, poi si mangia... il tiramisu!

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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.

Che ne dici, Totò?

“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”

Emanuele Bonati

That’s Vapore

Corso di Porta Vittoria 5

Milano

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