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Il nonno dell’aperitivo: andar per bàcari con Anna Maria Pellegrino

3 February 2012 - Commenti »

Aperitivi a Milano? Non solo! Cominciamo dalla “preistoria” dell’aperitivo: i “bàcari” veneziani (anche se forse ancora prima si potrebbe risalire al mulsum degli antichi Romani).

I “bacari” (termine la cui etimologia è da collegare al dio Bacco) erano i vignaioli e i vinai che si recavano a Venezia con le loro botti di vino per venderlo al bicchiere in Piazza San Marco. I bacari si mettevano all’ombra del campanile per proteggere il vino dal sole, e si spostavano per seguirla: da qui il nome di “ombra” dato al bicchiere di vino, venduto spesso con piccoli spuntini.

28 gennaio 2012 ore 16:00: la Stazione Venezia Santa Lucia, sferzata dalla bora siberiana, ha visto, puntuali come orologi svizzeri, i primi partecipanti a #Bacari baciarsi ed abbracciarsi e subito dopo dirigersi verso la Venezia dei Veneziani, destinazione Rialto, attraverso Campo San Giacomo dell’Orio (nelle vicinanze del Museo di Storia Naturale), Santa Maria Mater Domini, San Cassiano per giungere in zona Pescheria – che purtroppo chiude alle ore 12.00 tutti i giorni ed è ovviamente rigorosamente chiusa al lunedì; di conseguenza non siamo andati ad acquistare il pesce, ma ce lo siamo gustato già cotto, grazie ai cicheti dei Do Mori, l’osteria più antica di Venezia (datata 1462), nonché una delle più affascinanti, in un corridoio tra due calli difficilmente localizzabile per chi non è del luogo (ma forse sono proprio i Do Mori che non vogliono farsi scoprire).

Dopo il battesimo con il primo cibo di strada che l’occidente abbia conosciuto (affermazione rigorosamente storica e assolutamente di parte), un po’ più allegri e sciolti ci siamo diretti verso il famoso “chiosco” di Santa Maria Formosa, situato in un crocevia di calli che vede l’incessante incrociarsi di veneziani più o meno affaccendati. Il bello è sedersi davanti a uno spritz in formato “normale” (per i locali: corrisponde a un formato “flebo” per i foresti), a uno dei tavolini, rigorosamente ed esclusivamente all’aperto, circondati da piccioni curiosi, per osservare l’energia della tipica “Camminata Veneziana” (e vi preghiamo di prestare attenzione ai polpacci dei locali: non trovate anche voi che avrebbero fatto invidia a Claudio Gentile?).

Nel frattempo è diventato buio, ma non ci siamo persi d’animo e, per raggiungere un altro bacaro storico, Al Ponte, abbiamo attraversato Campo San Giovanni e Paolo (alias San Zanipolo, nickname che deriva dalla tipica contrattura che i veneziani amano applicare ai santi e ai fanti…). E lì tutti ad ammirare l’ingresso più bello del mondo, se si considera che si tratta di un ospedale civile (visitabile fino all’inizio degli ambulatori e fino alle 21.00), trattandosi infatti della Scuola Grande di San Marco (una delle sei scuole devozionali “maggiori” della Serenissima).

Al Ponte è un’osteria più recente (ma ha comunque un buon numero di decenni alle spalle),  ma anch’essa molto amata dai veneziani, che si ritemprano con la classica “ombra”, l’unità di misura preferita dal Bacco lagunare, caratterizzata anche dal tipico bicchiere svasato in vetro, che assomiglia (incredibile!) a quello in cui ancor oggi, anche nei Balcani, viene servito il caffè turco.

Non eravamo molto provati (e con il freddo che faceva l’alcool veniva metabolizzato a una velocità che neanche i  neurini), per cui abbiamo proseguito verso la tappa dell’Antica Adelaide – che lungo il tragitto ci ha visti  privilegiati ospiti della Chiesa dei Miracoli, situata nell’omonimo Campo dei Miracoli. Si tratta di un vero e proprio gioiello, uno dei primi esempi di arte rinascimentale a Venezia – e uno dei primi esempi di “costruzione chiavi in mano” perfettamente riusciti. Un mercante lombardo, Antonio Amadi, possedeva un quadro ritenuto miracoloso, una Madonna con Bambino, e volle costruirci una chiesa attorno. Si affidò alla scuola di Pietro Lombardo che, assieme ai figli Antonio e Tullio, dal 1481 al 1489 diede vita al progetto, alla costruzione e alla decorazione di questo autentico capolavoro.

E così, con gli occhi e il cuore carichi di decorazioni marmoree che sembravano cesellate da Benvenuto Cellini in persona, siamo giunti all’Antica Adelaide, osteria riaperta da Alvise e riportata al suo splendore caratteristico dopo anni di incuria. Si tratta di una delle osterie veneziane più cariche di storia, con la sua stanza del latte, quella in cui le donne di Campalto portavano dalla terraferma il latte delle mucche che allevavano e nella quale si riposavano prima di lasciare Venezia per ritornare a Campalto via mare. Allora il Ponte della Libertà non era ancora stato costruito!

Abbiamo mangiato dei bigoli al torchio con scampi freschissimi, un risotto al nero da tripla stella e soprattutto le prime frittelle della stagione, preparate con il lievito madre.

Dall’Antica Adelaide al punto di partenza il tratto più breve è la Strada Nuova, che viene normalmente percorsa dai turisti… e che noi non abbiamo fatto, preferendo il tragitto che attraversa il Ghetto (Nuovo e Vecchio), per arrivare Al Paradiso Perduto, storico locale, situato in Fondamenta della Misericordia, che vide concretizzarsi le canzoni dei Pitura Freska – tra le quali la mitica “Pin Floi”, dedicata al concerto-disastro che i Pink Floyd tennero in laguna nel 1985 (ricordate? “Persi par persi, ndemo a consolarse, / ndemo al Paradiso a inbriagarse”…).

Ho tolto le scarpe alle 3 del mattino – ma ero già pronta a ricominciare!

Avviso ai naviganti: per chi avrà gradito questo tour invernale con l’infaticabile socia Elisabetta Tiveron stiamo meditando una “late spring edition” (verso maggio… prima che faccia troppo caldo) con diverso itinerario (e sempre fuori dalle rotte turistiche).

Per informazioni: Elisabetta Tiveron, bettipanemiele@gmail.com, o Anna Maria Pellegrino, lacucinadiqb@gmail.com

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Prolegomeni all’epitomatura dell’aperitivo

30 January 2012 - Commenti (3) »

Foto di Bruno Cordioli.

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L’aperitivo. Una forma di intrattenimento manducatorio-potabile che si presenta, ai nostri giorni, in una serie di modalità espressive che a una base comune – bevi intanto che ti faccio mangiare qualcosa di salato che così ti viene sete e bevi ancora e mangi qualcosa di salato che ti viene sete… – sovrappongono libere interpretazioni contenutistiche, economiche, etiche.

Modalità minimal. Una insalatiera, un tovagliolo di carta, frantumi di patatine ormai ammollate e ipersalinizzate dal succedersi dei giorni di esposizione. Olive in una scodellina, saclà denocciolate. Arachidi. Qualche cetriolino cipollina sottaciuti sottaceti.

Modalità tocco di classe. Vari modelli di similpatatine mais formaggio grigliate fiammiferate aromatizzate paprikapomodorooliverosmarinobasilico puffose spugnose; i popcorn; gli anacardi.

Modalità esotica o melting cauldron. Base irrinunciabile, che lo rende riconoscibile da lontano: chips triangolari di mais e salsa piccante, che fa tanto latinoamericaneggiante. Per giustificarne l’internazionalità si propongono contenuti fra i più disparati: coucous con la trippa, insalata fagioli e fragole, patate arrosto con cavolfiore bollito, …

Modalità veggie. Filetti di carotine svenute, gambetti di sedano svaporati, peperoni rattrappiti, cetrioloni ormai in declino, finocchi demodè. Serviti su tovagliette alla zingaresca hippieggianti. Patatine al kamut, pop corn di crusca.

Modalità ecosensibile autoriciclante. Primi piatti di mezzogiorno rigenerati gratinandoli con la fiamma ossidrica, panini già ripieni affettati o quadrettati, cotolette dall’età indefinita ritagliate porzionate abbellite con rucola e pomodorini (gli stessi da almeno una settimana), focacce pizze a pezzi più per tendenza autodistruttiva che altro, verdure decomposte.

Modalità megaupload. Teorie di piatti piattoni vassoi di contenuti disparati disperati: piramidi di formaggi di unica provenienza (sottilette rapprese, monoblocchi di mozzarellunta) tagliati a dadi losanghe palline per spacciarli come diverse tipicità casearie (diffidare dei finti erborinati, e dei formaggi cosiddetti tipici della tundra conservati nel muschio di yak…); catafalchi di olive nere verdi e stranamente gialle; pozzi di peperoncini in decomposizione per autocombustione dovuta all’eccesso di capsicina; concrezioni stratificate di tartine panini sandwich tramezzini consistenti di fettine di pane fra fette di pane con aloni di salumi e formaggi; teorie di bandierine polinazionali a segnalare la sottostanza di stuzzicadenti appuntati su qualcosa di  teoricamente commestibile; calderoni di pasta pasticciata, non all’insegna della ricercatezza culinaria ma dell’inopinato smarrimento del ricettario di casa; insalate di riso made in taiwan; trionfi di bastoncini da cocktail (dis)adorni di frutta avanzata dai cocktail della zona vip la sera precedente…

Modalità Milano. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Modalità bacaro. Ne ha parlato Anna Maria in Tanto CibVs Quanto Basta qualche giorno fa: un invito alla riscoperta di ritualità ormai desuete, di una socialità alternativa; chissà com’è andato il suo #Bacaro Tour… Aspettiamo notizie.

Emanuele Bonati

Totò ed Emanuele “a tutto vapore”…

24 January 2012 - Commento (1) »

Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…

Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.

“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”

“No… That’s Amore!”

“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”

Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.

Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).

“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.

Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.

Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).

Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.

Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore :-)

La vellutata di potimarron e castagne

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I ravioli al monococco... cottura perfetta, e le verdurine sotto...

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Petto d'anatra chutney e cos'altro... un ottimo assieme

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...con un po' di pane

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Ah, già – devo ricordarlo - prima si fotografa, poi si mangia... il tiramisu!

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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.

Che ne dici, Totò?

“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”

Emanuele Bonati

That’s Vapore

Corso di Porta Vittoria 5

Milano

0276281437

www.thatsvapore.com

Il food porn di Scatti di Gusto e un vecchio sporcaccione

3 January 2012 - Commenti (2) »

Scatti  di Gusto: due anni on line, e circa 20.000 foto – che poi sono quelle che hanno ispirato a Vincenzo Pagano il nome del blog. Inutile dire che la foto, oggetto voyeuristico per eccellenza, che fissa l’attimo nell’eternità, in questo caso, come foto enogastronomica, si offre come un vero e proprio feticcio del porno più puro: evoca suscita provoca lasciandoti a distanza, ti ritrovi bramoso di un possesso che non puoi avere, almeno ora subito, se non surrogato… Porno, appunto.
Vincenzo ha pubblicato una summa di questo anno food-porno, come saluto al 2011 che ci ha abbandonato, illacrimato ospite, e come augurio per il 2012. E noi ci permettiamo di riportarla, e di commentarla, con la nostra esperienza di “vecchi” e “sporcaccioni”, salutando dipartita (del 2011) e ripartenza (2012) con un apprezzamento al lato più cochon della cucina…

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1. Cosa c’è di più porn nel food di una cozza con prosciutto? La realizza Carmelo Chiaromonte alla festa di Longino&Cardenal, un appuntamento ineludibile per gli appassionati e gli operatori che partecipano a Identità Golose di Paolo Marchi.

Una cozza con prosciutto? Siamo nel porno di lusso, patinato, alla Jenna Jameson, per intenderci.

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2. Forse più lasciva è la maialata, altro appuntamento imperdibile che la famiglia Tinari di Villa Maiella organizza ogni anno. Troppo forte.

Maialata. Porno centroitalico, con quel che di casareccio, ruspante, maialoso: zona Renzo Montagnani, un grande.

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3. Una veste elegantissima e indimenticabile per le cozze con il latte di mozzarella nera preparate da Rosanna Marziale de Le Colonne.

Cozze con latte di mozzarella nera. Porno multietnico, alla Mandinga: la nera che piace.

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4. Ogni volta che la rivedo penso che sia la minestra più sexy del pianeta: quella con crostacei e piccoli pesci di Gennaro Esposito.

Minestra con crostacei e piccoli pesci: porno poetico, delicato, alla Bilitis di davidhamiltoniana memoria, alla Patti d’Arbanville…

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5. Il concetto di esclusività può trascendere dal soggetto? Voi pensereste al caviale o al tartufo? Io penso alle lumache di Oliver Glowig, due stelle Michelin nella nuova location di Roma al primo colpo, che mi regala anche il riconoscimento della cartolina di auguri.

Lumache? Bruttine a vedersi, ma una sorpresa di bellezza al palato. Ma l’apparenza inganna – e l’apparenza non ha impedito a Ron Jeremy di offfrire il meglio di sé con il gotha delle femmine del porno, l’ingresso del fisicamente scorretto nell’empireo dell’esclusività.

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6. Eleganti i due gamberi rossi al sale di Gianfranco Pascucci, nuova stella Michelin a Fiumicino (Roma).

Gamberi rossi al sale. Eleganti, eppure sfacciatamente porno. la stessa eleganza che hanno conservato Carmen Villani, Karin Schubert e le altre nelle loro performance a luci rosse – il rosso dei nostri gamberi, delle nostre vergogne, ipocrisie; il sale amaro della vergogna, ma anche della sapidità, del sapore della vita.

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7. Pensi al cibo che fa innamorare e non puoi fare a mano di pensare a un’ostrica. Come quella di Salvatore Tassa (le Colline Ciociare). Uno scatto che profuma di mare e di terra.

Ostrica. Porno sontuoso, di cui riempirsi la bocca, la vita. Un attimo, e non c’è più, scivola via. Ma il gusto rimane e ti accompagna. Chi altra? Moana Pozzi, no? Sontuosa, eppure normale, sensuale e preziosa. Troppo poco tra noi, eppure ancora qui.

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8. Il movimento in cucina. Marzia Buzzanca sembra volare leggera con la pizza fritta preparata in occasione di una delle Cene a 4 Mani il cui cartellone Scatti di Gusto ha seguito in diretta.

La pizza fritta di Marzia Buzzanca. Porno come voglia di vivere, di ricominciare, pulsione vitale, natura che lotta per sopravvivere nelle avversità. Porno come vita.

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9. La verdura. Da Pomarius a prendere gli ingredienti per una vignarola da manuale.

Vignarola. Vitalità esplosa, la primavera, la natura, la grazia, la sostanza, l’innocenza della stagione nuova, la potenza degli ingredienti freschi. Cicciolina, Ilona Staller, fresca ventata nel porno nostrano.

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10. La pizza per antonomasia. La Margherita nella splendida esecuzione di Gino Sorbillo.

Pizza. Italianità alla massima potenza. La potenza di Rocco Siffredi, ovvio: il porno moderno, sdoganato anche nel cinema d’autore, come la pizza nei ristoranti stellati.

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11. La pizza più antica. La Mastunicola di Franco Pepe, antica pizzeria a Caiazzo.

La pizza antica. Il sapore di quei filmini, quelle foto in bianco e nero, d’inizio secolo, signorine polpose, uomini mustacchiuti. Ma anche le bellezze pasoliniane dei film della Trilogia della vita, ricerca di un eden lontano dall’intellettualità, eppure forse tutto mentale, eppure su una salda base – di lievito madre…

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12. La carne. Le salsicce di maiale nero ripiene di broccoli di Sabatino Cillo. Le mangeresti crude.

Salsicce di maiale nero. Porno glorioso, sfacciato: John Holmes nel suo pieno rigoglio, una vita per il cinema, diceva Elio. Ma anche il Supersex di Gabriel Pontello, l’Ifix-tchen-tchen come momento supremo dell’accoppiamento qui celebrato fra la carne di porco e il broccolo.

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Un inno al porno, dunque, quello di Scatti di Gusto, al quale ho associato qualche puntualizzazione pornografica anch’essa, anche se di segno leggermente spostato: all’insegna comunque, io e Vincenzo, del godimento, della sensualità nel senso dell’accarezzare i sensi, del vellicare il vellicabile, e soprattutto dell’augurio per un buon 2012…

Emanuele Bonati

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L’AntipatiCibVs: (non) è mai troppo presto

30 December 2011 - Commenti »

Quindi: uova di cioccolato per l’Epifania, anguria a Pasqua…

Dispiace che sia un piccolo tempio della panificazione come il negozio Marinoni (anzi, Maria Marinoni, ex Pattini Marinoni…) a ospitare questo triste indizio di una eccessiva mercantilizzazione… I dolci di Carnevale già a Santo Stefano… no.

L’ho già scritto: no. Non ci sto.

Emanuele Bonati

Una salumeria ittica: Anikò

29 December 2011 - Commenti »

Interminabile il viaggio da Milano a Teramo e ritorno, a 90-100km/h con un mezzo tipo jeep che trainava un carrello con moto… Ci è venuta un po’ fame. Essendo bene o male nello stesso emisfero, abbiamo ho pensato bene di fare un salto a visitare una delle creature di Moreno Cedroni a Senigallia: Anikò. Come la possiamo definire, o come è stata definita? Trattoria marinara, bistrot di mare? No! “Salumeria ittica”.

È  un vero e proprio chiosco fisso, su una piazza, con sedute al banco e una zona con tavolini. È uno scrigno di legno e acciaio che nessuno immaginerebbe contenere tante cose tanto deliziose.

Ci sono tutti i prodotti di Moreno Cedroni – e non solo – in vendita, quindi scatolette di pesce pronto, confetture, libri, salumi di pesce a peso….

Ci sediamo ai tavolini e nonostante l’aria fresca, il sole ci scalda ben bene.

Le gentilissime fanciulle che ci accolgono, molto professionali ed easy allo stesso tempo, ci illustrano un po’ il contenuto del menù, perché noi proprio non sapremmo scegliere. Troppe cose buone = scelta difficile.

Optiamo per una condivisione di piatti – tra cui:

• bresaola di pesce spada da guarnire con senape Cedroni e salsa Cedroni ai lamponi – si scioglie in bocca…

• prosciutto “san daniele” di tonno da ungere con del buon olio marchigiano – tosto

• scatoletta di pesce nella sua gelatina – ottima

• guance di pesce con cipolla e pomodoro – delicatissime. Se tutte le scatolette fossero come questa…

• tonno crudo con insalata, senape e mandorle tostate – scioglievole

• Fusilloro Verrigni al salmone affumicato con salmone marinato, mayonese di rapa rossa salsa di cocco e lime e polvere yuso– pazzeschi

• panino con egg and bacon – spaziale

• insalata, tonno affumicato, uovo, salsa lamponi e zenzero MC, in un box di cartone bianco opaco marchiato Moreno Cedroni – mi sa che ho finito gli aggettivi che mi ero preparato…

Accompagniamo il pasto con un bicchiere di Lacrima di Morro d’Alba, che sarà pure un vino da signorine, ma a me piace.

Non contenti, vorremo terminare in bellezza con un dolce, ma una delle fanciulle di cui sopra ce ne porta tre! – tre assaggi di:

• una mousse di cioccolato con olio alle clementine e fiore di sale di Cipro MC

• una mousse di cappuccino con lingue di gatto

• una sofficissima crostata di confettura extra di fichi e mandarini

Una vera libidine: è proprio valsa la pena farsi ore e ore di “trattore” per arrivare fin qui!

Tutte le creature di Cedroni sono delle vere opere d’arte; questa è un’installazione a cielo aperto.

Non posso non citare qui la descrizione del locale che si trova sul sito: «Un’installazione. Una marittima pizzicheria, uno spaccio di bengodi. Una eaterie al passo con i tempi. Che ci si fermi per far la spesa, per celebrare l’ora dell’aperitivo o estenuare sine die l’happy hour della ricreazione fin alle soglie della cena nei tavolini adiacenti, Anikó teme pochi confronti per invogliare alla riflessione. Prendetelo come vi pare, luogo d’appuntamenti, smercio domestico, platform, dove baloccarsi di stuzzichini e ettate d’affettati di pesce, per noi il vero modello del luogo non è tanto la botteguccia né l’estensione del ristorante, ma una sorta di proiezione della Haute Couture (la Madonnina del Pescatore) che trova qui la più giusta ridefinizione in un prêt-à-porter/prêt-à-manger. Le radici d’Anikó stanno ovviamente nella tradizione senza frontiere dello Street Food.»

Anikò
Piazza Saffi, 10 – 60019 Senigallia (An)
Tel. e Fax +39 071.7931228

Christian Sarti

Qualcuno volò sul nido del Cube

27 December 2011 - Commenti »

Presentazione di The Cube, il temporary restaurant recentemente “appoggiato” su uno dei palazzi a fianco della Galleria Vittorio Emanuele qui a Milano. Un’architettura moderna accostata a quella ottocentesca del complesso della Galleria. Un’idea piuttosto ardita (o meglio, che tante polemiche ha suscitato per la sua supposta “arditezza”)…

Si tratta di un manufatto provvisorio, sponsorizzato dalla Electrolux, una delle principali aziende produttrici di elettrodomestici a livello mondiale; resterà appunto “appoggiato” su questo palazzo per qualche mese (anzi, fino al 26 aprile), ed è un ristorante, con la sua cucina (con gli elettrodomestici dello sponsor), a vista, e un lungo tavolo da 20 (22 stringendosi un po’) posti; in cucina si alterneranno alcuni giovani cuochi stellati (a cura della JRE, associazione dei Giovani Ristoratori d’Europa), a partire dai fratelli Costardi, a pranzo e a cena (200 e 270 € rispettivamente); la costruzione è “atterrata” sulla nostra Galleria proveniente da Bruxelles, dove è rimasta appollaiata per qualche mese sul Parc du Cinquantenaire a partire dal primo marzo scorso, e da Milano andrà poi a Londra, Stoccolma e mi sembra Mosca.

The Cube a Bruxelles

The Cube a Bruxelles: in cima all'arco

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L’impatto iniziale della vista da terra è curioso – una cosa che ovviamente non c’entra, appoggiata e protrusa sopra un palazzo dell’800, in un contesto che è il simbolo della città: ma è talmente estranea, e visibilmente appoggiata, che non mi causato nessun trauma particolare, anzi, è piacevole vedere qualcosa di nuovo e diverso. Magari se sapessi che è definitiva, sarei più turbato, o contrario; ma non lo è, quindi… E poi, una città è viva, non è un museo immobile; le cose fatte bene possono convivere, anche se sono moderne, con il vecchio, o l’antico… Palazzo Reale, lì davanti, non è che stia benissimo, scorciato com’è dal Palazzo dell’Arengario (e peraltro molti, io compreso, ricordano ancora con nostalgia le pubblicità luminose che ricoprivano il palazzo di fronte al Duomo, che peraltro era sorto al posto del Coperto dei Figini, un palazzo porticato quattrocentesco…). Insomma, bene atterrato al Cube (purché se ne vada…).

Il panorama dei tetti non è oggettivamente un gran che, almeno in questa sezione della città; ma la torre del Filarete, la Torre Velasca, che si scorgono poco lontano, e più in lontananza i nuovi grattacieli… sono proprio Milano, e poi, basta voltare lo sguardo ed ecco i marmi le guglie i santi del Duomo… Insomma, bella idea, bella posizione – è anche una giornata di sole, fredda ma si sta bene, quasi al caldo…

La costruzione è comunque molto bella, un’ampia terrazza, il corpo del locale costituito da un’unica sala con un lungo tavolo bianco – come bianco è il colore del tutto (l’idea, diceva Christian Costardi, è quella di colorarlo con i colori dei piatti, degli ingredienti). Due pareti vetrate, a raccogliere tutta la luce possibile; la terza, anch’essa in vetro, a esagoni, motivo ricorrente nella decorazione e costitutivo del cubo che è il logo Cube. Il progetto architettonico e degli interni è dello studio Park Associati, ovvero Filippo Pagliani e Michele Rossi, logo e texture design sono dello Studio FM Milano.


Christian e Manuel Costardi ai fornelli: hanno preparato una serie di piattini di assaggio, il menu di mezzogiorno e sera mi sembra di capire non sia sempre uguale (prezzi: 200€ a mezzogiorno, 270 la sera). Il bello è che te li preparano sotto gli occhi – anche se immagino che a pranzo e cena si stia più seduti –, non c’è separazione fra cucina e sala. E cucinando ti spiegano cos’è che stanno facendo, e perché, e i loro ingredienti, e loro stessi attraverso il loro piatto. Mi piace questo desiderio di comunicazione, di farti capire cose che sono già lì tutte dentro al piatto, ma che magari non ti fermi a considerare.

I piatti:

“Semplicemente gambero”, gamberi crudi in una riduzione direi di un brodo fatto con le teste, e pistacchi sbriciolati.

Baccalà mantecato su un morbido di patate e un pizzico di noce moscata (ne avrei messo un pizzico meno pizzico e più pizzicotto….).

Riso con sugo di pomodorini pugliesi (cucinato a crudo, senza soffritto… quindi più pomodoroso: ottimo) e un pesto leggero di basilico pinoli e poco aglio;.

Spuma di grana padano con crema di birra e polvere di caffè.

Capasanta passata brevemente in forno con olio sale pepe su una crema di latte con briciole di liquirizia e limone e sopra qualche grano di sale Maldon… ehm… mi sa che mi sono mangiato anche la foto…

Piaciuti tutti, molto: i fratelli Costardi mi sono piaciuti, come i loro piatti: semplici, chiari, genuini, ricchi di sapori distinti ed equilibrati; se il giovane aiutante non avesse continuato a cucinare il risotto, mi sarei offerto di pulirne la pentola…

E ci sarebbe ancora da parlare – del pane, ad esempio, della focaccia, dei cioccolatini, ma anche, perché no, del caffè, e della caffettiera… Lo faremo l’anno prossimo.

Semplicità, qualità, ambientazione, presentazione, colore: un’esperienza esaltante.

Emanuele Bonati

Le foto di The Cube Milano sono di Bruno Cordioli

Per fare un cuoco: Andrea Provenzani

18 December 2011 - Commenti »

Anforchettabol, il volume, pubblicato da Trenta Editore, di interviste di Antonio Marchello ai più grandi chef di oggi, contiene anche un’intervista ad Andrea Provenzani, ovvero Il Liberty.

Andrea Provenzani è partito dall’Istituto Alberghiero Carlo Porta di Milano, è diventato sommelier professionista, e nel 2002 ha aperto il suo locale, Il Liberty appunto. Non ha avuto maestri stellati, ma ha lavorato in piccoli ristoranti familiari, e ha avuto come insegnanti le materie prime. Un esempio? La Parmigiana di melanzane “incartata” con stracciatella e julienne di zucchine al basilico che ho assaggiato a Taste of Milano.

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CHEF Andrea ProvenzaniIl Liberty, Viale Monte Grappa 6, Milano

NATO A Milano nel 1971

I MAESTRI Claudio Sadler, Maurizio Bosotti, Aimo Moroni

IL RICORDO La lasagna della mamma

IL PIATTO Parmigiana di melanzane

UN LIBRO, UN FILM, UNA CANZONE Due di due di Andrea De Carlo; Marrakesh Express di Salvatores; Incredibile romantica di Vasco Rossi

DICE “[...] mi accorgo che nei miei menù, nella mia cucina, la mia memoria storica mi porta sempre più indietro a dire ‘guarda che stai lasciando qualcosa, riprendilo, riprendilo!’ E la gente gode di queste cose. Mi rendo conto che la concretezza del piatto, la semplicità, l’essenzialità è ciò che conta.”

INGREDIENTI La determinazione, la perseveranza, il disordine, l’istinto

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Emanuele Bonati

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Grappoli & Luppoli ovvero Carussin & Clan!Destino?

11 December 2011 - Commento (1) »

Ho approfittato del ponte Sant’Ambrogio-Immacolata per andare a far visita a una persona conosciuta durante un evento organizzato da Carlo Vischi: Luca Garberoglio, che ha ideato un progetto parallelo all’azienda vitivinicola di famiglia – un birrificio Clan!Destino?, protagonista della serata.

Bello il gioco di unione tra le due parole Clan, che indica la sicurezza della famiglia, la tradizione, e Destino, il dubbio di ciò che il futuro può riservare – in particolare a questa sperimentazione.
La birra mi ha colpito molto perché beverina, amara, fresca. Il tipo di birra che prediligo, e che si può utilizzare a tutto pasto perché ben si presta a quasi tutti gli abbinamenti. Un prodotto ad alta fermentazione, non pastorizzato, non filtrato, e rifermentato in bottiglia da 75cl o in fusto da 15l. Due malti chiari e quattro luppoli di cui uno aggiunto in luppolatura a freddo.
Si tratta di una birra diversa dal solito, forse proprio per il fatto di provenire da un’azienda agricola produttrice di vini di qualità (Carussin): può essere questo il fattore che ha dato a Luca una marcia in più nella sua sperimentazione.

Arriviamo a San Marzano Oliveto (in provincia di Asti, sulle colline tra Nizza Monferrato e Canelli) giusto per l’ora di pranzo. Ci accoglie Luca, che ci fa accomodare in uno spazio dall’atmosfera accogliente e familiare – un locale inaugurato lo scorso settembre, Grappolo contro Luppolo . Si capisce da qui che questa famiglia, superato lo shock iniziale dato dal fatto che Luca avesse altri progetti per il suo futuro, legati alla birra, è riuscita a creare un grande equilibrio, e che il progetto Carussin si è semplicemente allargato grazie ai due figli. Oltre a Luca infatti c’è Matteo, che si occupa della gestione del locale. I vini e i distillati sono loro produzioni (non conoscevo i vini Carussin, ma non sono un grande esperto e conoscitore di etichette); la scelta delle etichette di birra è curata, ed è possibile mangiare gustosissimi taglieri di salumi e formaggi super, selezionati da aziende agricole piemontesi.

Durante il pranzo a base di salumi, formaggi, vini e birra, ho avuto la possibilità di conoscere anche la madre Bruna Ferro che fa parte della quarta generazione Carussin, e il padre Luigi. Tutti lavorano nei campi e in cantina, madre padre e figli, rispettando una rigorosa filosofia di vita e rispettando soprattutto la natura (non vengono impiegate sostanze nocive in questa azienda certificata bio).
Bruna racconta della sua terra, di suo padre, racconta e trasmette la sua passione. Si occupa anche dello studio e della tutela dell’asino: e in effetti abbiamo visto in giro diversi asini… Così ci racconta anche di questa sua ulteriore passione. Bruna conduce anche una fattoria didattica – Asinoi, pane e coccole – per far conoscere ai bambini il mondo agreste.

Dalle poche battute scambiate con Luca alla presentazione avevo capito che le radici di Luca erano forti: e mi ha fatto piacere scoprire che sono effettivamente così forti, e che alle sue spalle ci siano tutte queste esperienze. Luca e la sua famiglia sono persone vere, modeste, che sanno bene cosa dicono, e sono legati da una forte passione.
Intanto scopro che il loro Asinoi Barbera 2010 ha ricevuto la chiocciolina nella guida SlowWine 2012 – quindi che non solo la birra di Luca è buona… Davvero, i vini di Carussin  sono ottimi. Assaggio l’intera gamma Barbera d’Asti: Asinoi 2010, diciamo la base della cantina; Lia Vi’ e La Vita Tranquilla; e il più complesso Ferro Carlo Barbera d’Asti Nizza (dicitura che è sinonimo di un restrittivo disciplinare che regolamenta soprattutto le esposizioni dei terreni), vinificato in poche migliaia di bottiglie, il cui nome è una dedica al padre di Bruna. Anche questo dettaglio mi sembra molto significativo.

Grande giornata in compagnia di questa famiglia. Spero di rivederli presto e magari di poter passare anche un po’ di tempo in compagnia degli asinelli, splendidi animali a cui hanno dedicato anche un’etichetta!

Christian S.

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Per fare un cuoco: Gaetano Simonato

11 December 2011 - Commenti »

Proseguiamo la nostra esplorazione degli “ingredienti” per fare un cuoco, condotta attraverso le risposte degli chef alle domande di Antonio Marchello in Anforchettabol (Trenta Editore), con la “ricetta” di Tano Simonato.

Gaetano “Tano” Simonato ha aperto il suo ristorante, Tano passami l’olio, nel 1995, dopo 17 anni passati a fare il barman. La passione per la cucina, per l’olio evo, e anche per Nadia, hanno portato a una serie di creazioni originali, come le Uova di quaglia caramellate in mousse di anatra, bottarga di uovo d’anatra e anatra fredda all’arancia, che ho assaggiato a Taste of Milano. A prima vista, un conglomerato confuso di ingredienti – un “barlafüs”, come diciamo a Milano, a indicare appunto un insieme di cianfrusaglie, o una persona disordinata: e proprio “barlafüs” è la parole scelta da Tano come suo motto.

Gaetano Simonato fotografato da Monica Placanica.

CHEF Gaetano Simonato, Tano passami l’olio, Via Villoresi 16, Milano

NATO A Milano

I MAESTRI nessuno: è un autodidatta

IL RICORDO Coniglio in umido con i piselli della mamma

IL PIATTO Crottin de chèvre in glassa di zucchero al profumo d’arancia e Caldiff con aceto balsamico e tartufo

UN LIBRO, UN FILM, UNA CANZONE L’isola del tesoro; Jesus Christ Superstar; Avrai di Claudio Baglioni

DICE “Mi auguro che la ristorazione, non solo domani, inteso come futuro, ma spero già domani, cioè giorno dopo giorno, abbia sempre motivi di miglioramento. Vorrei che la ristorazione desse la giusta motivazione per uscire di casa, per cercare e creare condivisione. La ristorazione è questo: un momento in cui la gente esce, viene al ristorante, condivide.”

INGREDIENTI Passione, un pizzico d’amore, un pizzico d’intelligenza, un po’ di personalità, un po’ di creatività

Emanuele Bonati