Archivio per la categoria ’letteratura’

CibVs consiglia

18 November 2010 - Commenti (3) »

«È strano, sarà almeno la decima volta che controllo le preparazioni, ma ancora non mi sento tranquillo.

Mancheranno sì e no una trentina di minuti, le pietanze sono quasi tutte pronte, ma a differenza delle altre serate, stasera mi sento piuttosto inquieto.

Forse sarà la stanchezza. Anzi, direi proprio che sto risentendo di una stagione estiva piena di lavoro che non mi ha permesso di avere nemmeno un fine settimana libero. Ma l’inquietudine che sento stasera ha più il sapore dell’apprensione, come se mi dovesse capitare qualche cosa.»

Comincia così il nuovo libro di Gaetano Taverna. Chi è Gaetano? “Un amico di CibVs” non è un gran che come definizione – si può fare di meglio. Ma più che una descrizione, meglio elencarne gli ingredienti: un po’ di Sicilia, ma anche un po’ di Roma; un po’ di IT (diciamo quanto basta), da usare come base, tanta scrittura, tanta cucina, da condire con passione di gourmet. Mescolare il tutto, far lievitare, dare la forma di un Gaetano – ed ecco pronto un sito (cucinet.com), ricette, racconti e romanzi a volontà.

E proprio dall’ultimo romanzo di Gaetano sono tratte le righe che avete letto all’inizio di questo post. Si tratta di un nuovo, secondo episodio delle avventure di Davide Sali, chef, e del suo amico-aiuto chef tuareg, Jamal Hawad, che dopo aver cucinato ed essere stati al centro di una spy story ambientata in Arabia Saudita nel romanzo precedente (Una spia tra i fornelli, 2006) si trovano ora invischiati (impastati?) in un’altra vicenda spionistica che unisce Venezia, i fornelli, la ex-Jugoslavia…

Interessante mix di avventure e preparazioni culinarie (con ricette), questo nuovo romanzo si intitola Storia di cucina, amore e follia, è edito da Perrone LAB – Giulio Perrone Editore ed è prefato da un altro amico, Stefano Buso, che ne sottolinea le atmosfere chandleriane – portate nella laguna veneta…

Emanuele Bonati


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“Se penso” di Patrizia Valduga

21 October 2010 - Commenti »

La poetessa e traduttrice Patrizia Valduga ha pubblicato queste righe su “D”, l’inserto del quotidiano “la Repubblica”, il 12 giugno scorso.


Non so più cosa mangiare, mi sta venendo una specie di nevrosi. Al “biologico” ormai credo sempre meno, perché è sempre più uguale al “non-biologico”. Prendiamo i pomodori: prima quelli classici erano sempre soddisfacenti, poi, per un po’ di sapore, sono passata ai cuori di bue, e quando anche i cuori di bue si sono fatti pallidi e scipiti, ho ripiegato sui ciliegini, che in men che non si dica sono diventati delle palline piene d’acqua, e sono arrivati i datterini a confortarmi e poi a deludermi… Le patate, placido ripiego, oggi mi fanno paura: sono ogm? Parenti di ogm? Vicine di casa di ogm? Hanno dentro il selenio? Non mi farà male, alle volte? Hanno dentro gli antibiotici? Questa neopatata, questa iperpatata, sapesse almeno di patata, marcisse in modo meno strano. E poi fragole e funghi che forse non hanno mai visto il terriccio, polli che non hanno mai visto un’aia, pesci in prigione, suini tutti sugna…

I cannoli di Camilleri

22 September 2010 - Commenti »

La prima cosa che il commissario notò sopra la scrivania di Pasquano, ‘n mezzo a carte e fotografie di morti ammazzati, fu una guantera di cannoli giganti con allato ‘na buttiglia di passito di Pantelleria e un bicchieri. Era cosa cognita che Pasquano era licco cannaruto di dolci. Si calò a sciaurare i cannoli: erano freschissimi. Allura si versò tanticchia di passito nel bicchiere, affirò un cannolo e principiò a sbafarselo talianno il paesaggio dalla finestra aperta. Il sole addrumava i colori della vallata, li staccava nettamente dall’azzurro del mare lontano. Dio, o chi ne faciva le veci, qua si stava addimostrando un pittore naïf. A filo d’orizzonte, uno stormo di gabbiani che se la fissiavano a fare finta di scontrarsi tra loro, in un virivirì di piacchiate, virate, cabrate che parivano ‘na stampa e ‘na figura con una squatriglia aerea acrobatica. S’affatò a taliarne le evoluzioni. Finito il primo si pigliò un secondo cannolo.

Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, Palermo 2008

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Il brodo per i tortellini…

27 July 2010 - Commenti »

Lucarelli mi obbliga a scriverti anche la ricetta per il brodo, che non ti venga in mente di mangiarli asciutti [i tortellini], magari con la panna. Dice che è come li fa la sua mamma: un po’ di muscolo di manzo, un po’ di gallina (non di cappone perché se no viene troppo saporito, deve restare leggero per non coprire i tortellini), un pezzetto di lingua, ossa, sedano e carota. E schiumarlo ogni tanto.

Camilleri-Lucarelli, Acqua in bocca, minimum fax 2010


Un giallo scritto a quattro mani da due grandi autori, con qualche incursione gastronomica – oltre ai tortellini, inviati da Grazia Negro, il personaggio creato da Lucarelli (che peraltro nella finzione romanzesca si occupa della loro spedizione in quanto ‘amico’ di Grazia), al Montalbano di Camilleri, ci sono (ovviamente, diciamolo) cannoli e cassata che fanno il percorso inverso…

L’idea di fondo – il giallo a quattro mani – non è forse delle più nuove, ma sembra funzionare – ma solo a livello di idea, la realizzazione mi sembra un poco approssimativa, mi ha lasciato un po’ freddino. Forse è l’idea dello scambio epistolare fra i due personaggi a essere un po’ debole, ci si aspetterebbe o auspicherebbe un’interazione più diretta fra i due… E forse anche la trama ne risente un po’.

Emanuele Bonati



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A CibVs piace…

12 June 2010 - Commenti »

Una serata all’insegna della sicilianità mercoledì 16 giugno 2010: due spettacoli, con inizio alle ore 21,00,  al Piccolo Teatro Studio, provenienti dal Teatro Garibaldi di Palermo:  Lucio, di e con Franco Scaldati, sotto forma di lettura, un testo visionario e poetico in lingua siciliana, e Sutta Scupa di Giuseppe Massa, immerso nella realtà del precariato e della disoccupazione. Gli spettacoli, della durata di un’ora circa l’uno, sono ad ingresso gratuito, e fanno parte del progetto Masterclass 2010 – La casa delle scuole di teatro.

Da segnalare la proposta per il dopo teatro del Ristorante Bassa Marea, in via Anfiteatro, che propone dalle 23 un buffet di specialità siciliane. Si tratta di una sinergia interessante, intelligente, che unisce la cultura teatrale e quella materiale, culinaria, che probabilmente potrà fornire spunti ulteriori di riflessione…

A CibVs piace l’unione, la mescolanza di linguaggi e media diversi, ma con una cultura comune, come in questo caso…

Emanuele Bonati

Cocktail, di Stefano Benni

28 April 2010 - Commenti (2) »

Il cocktailista più fenomenale di tutti gli otto mondi alterei fu King Misclot; ecco la ricetta di un suo cocktail:

gin, angostura, grappa di pera, merlot, pinot, sbargiullo, pallini da caccia, solfuro d’ammonio e due gocce di mercurio protoplastico; chiudere il tutto in una damigiana e spaccarla in testa al cliente.

Da Bennilogia, l’antologia di Stefano Benni

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La Luisona, di Stefano Benni

20 April 2010 - Commento (1) »

La Luisona è una pasta (cioè una brioche) protagonista dell’omonimo capitolo del romanzo Bar Sport di  Stefano Benni, pubblicato nel 1976.

Secondo il surreale (ma verosimile) ritratto che Stefano Benni fa dei bar italiani, nella maggior parte dei bar dei paesi di provincia (di cui il Bar Sport è il prototipo), la bacheca delle paste è “puramente coreografica”, e le paste sono “ornamentali, veri e propri pezzi di artigianato”. Perciò restano in bacheca per anni, tanto che gli avventori ormai le chiamano familiarmente per nome.

La Luisona è la “decana delle paste” del Bar Sport. Risalente al 1959, è “una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio”. La Luisona venne mangiata da un incauto rappresentante di Milano, che subisce le conseguenze del suo atto insensato: “fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori”.

In Bar Sport 2000, il sequel di Bar Sport, viene presentata La Palugona, torta tipica di Monzurlo e parente stretta della Luisona. La caratteristica della Palugona (che tra gli ingredienti, oltre alla farina di castagne e ai canditi, ha anche ghiaia e segatura) è il forte coefficiente di impalugamento, cioè “la tendenza a formare un malloppo ostruttivo in bocca o in gola”.

da Bennilogia, l’antologia di Stefano Benni online

« La Luisona.

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: “La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo”. Oppure: “E’ ora di dar la polvere al krapfen”. Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva.
Subito nel bar si sparse la voce: “Hanno mangiato la Luisona!”. La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perchè il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene. »


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Anguria, da Stefano Benni

9 April 2010 - Commenti »

Frutto commestibile, globoso, a polpa rossa con semi neri. Detta anche cocomero, dal nome della pianta che lo produce, una pianta erbacea appartenente alle cucurbitacee, con fusto sdraiato e frutti di cui sopra (Citrullus vulgaris). L’anguria è fonte di ristoro e consolazione nelle calde serate di agosto, mentre il suo rosso colore è un chiaro riferimento politico (cosa che a Benni non è sfuggita), tant’è che da qualche tempo si sta tentando di lanciare sul mercato l’anguria a polpa gialla.

In una composizione poetica Benni esalta le qualità organolettiche e politiche dell’anguria, facendole risaltare, per contrasto, attraverso il confronto con il borghese melone. Mentre il melone – dice il poeta – cerca il compromesso alleandosi indistintamente con fichi o prosciutto, la rossa anguria basta a se stessa per dar ristoro agli assetati proletari.

“Tu, rossa passionaria

o anguria

bandiera proletaria.”

(Prima o poi l’amore arriva)

Senza dimenticare che è anche tra i quadri che non possono mancare nel nostro salotto (il mangiatore di melone) insieme a bambini in lacrime e altre amenità.

da Bennilogia, l’antologia di Stefano Benni online

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CIBVS per la mente

11 January 2010 - Commenti »

Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare; ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare.

Manuel Vázquez Montalbán

CibVs a teatro: Föch a Bergamo…

5 January 2010 - Commenti »

Segnaliamo questa iniziativa teatrale di una giovane – in tutti i sensi – compagnia bergamasca, Araucaìma Teater (amici di amici… di cui non avremmo mai sentito parlare, forse, se non per queste vie traverse…): uno spettacolo – Föch appunto – che parla di contadini, di campagna, di famiglia, di vita dura, di “Fame, freddo e lavoro. Pance vuote che urlano polenta, facce tagliate dal vento e segnate dal sudore, mani gonfie di zappa, badile e falce.”

Leggiamo dalla presentazione dello spettacolo:

“Nei primi anni del secolo XX la famiglia contadina era unità allargata, estesa. Comprendeva i discendenti di una stessa linea familiare, ma poteva altresì far convivere al suo interno diversi nuclei familiari. Nella famiglia rurale, inserita in un sistema economico di tipo artigianale, prevalevano schemi di autorità patriarcale. Il governo degli affari familiari era affidato ai più anziani. La famiglia contadina si distingueva perché fondata su uno stato di fatto: l’affetto dei suoi componenti. Grande nucleo famigliare rappresentativo di un sistema sociale autarchico, ma non solo, anche intreccio di relazioni, amori, intrighi, faide e vendette. Luogo di importanza fondamentale, che assume significato sacro, era la stalla, dove, durante le lunghe sere d’inverno, si svolgeva la veglia. Attraverso il recupero della lingua parlata, il dialetto, con storie, leggende e canzoni popolari tradizionali e la costruzione dei personaggi, secondo le dinamiche relazionali interne, si vuole raggiungere la rappresentazione di un affresco storico popolare dell’Italia del secolo scorso.”

Il tutto all’interno di una stalla, una notte d’inverno. Il tutto in bergamasco. Il tutto appunto a Bergamo, per tre sere. La prima sera preceduto da una degustazione curata da SlowFood Bergamo, e da alcuni interventi su cultura popolare, teatro e sacro con la partecipazione fra gli altri di Franco Brevini, Renato Palazzi e Gabriele Allevi. L’occhio attento di CibVs si è fermato subito, ovviamente, sulla sctitta “degustazione” – ma probabilmente vale la pena di gustare anche quello che viene dopo…

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Emanuele