Archivio per la categoria ’Le rubriche di CibVs’

L’AntipatiCibVs: la mortadella ti rende nervoso…

7 March 2012 - Commenti »

Notizie food. Tutte vere?

Il caffè ti rende nervoso. No una tazzina due tazzine tre tazzine ti aiutano a rilassarti e stimolano la circolazione e favoriscono l’attenzione. La cioccolata è sana è cancerogena. Un bicchiere di vino a pasto fa bene no fa male. Va bene se è rosso. No meglio il bianco. E un bicchiere di rosè bevuto a una congrua distanza da tutti i pasti dopo aver inalato flavonoidi sintetici?

La carne di maiale è grassa e fa malissimo. No, i maiali moderni sono magrissimi e la dieta gliela ha prescritta Mességué.

Negli spinaci c’è il ferro. No non ce n’è. Sì ce n’è un po’ ma poco. Negli spinaci c’è l’amianto il morbo di ebola.

I dietologi riscoprono il valore nutritivo della sugna. I medici albini consigliano di mangiare in bianco. I nutrizionisti danno del salame ai dietologi.

Il tè eccita. No la cioccolata eccita. No i ciccioli eccitano, oppure fanno male se ti eccitano troppo.

Una mela al giorno toglie il medico di torno: basta che gliela tiri.

Le noci fanno benissimo. Intere, con il guscio. No, che stupidate: è il guscio che fa benissimo, mangiate solo quello: è un consiglio dell’Associazione Dentisti.

Il pesce contiene fosforo: dopo tre giorni si illumina. L’ospite è come il pesce: contiene mercurio.

Le galline allevate a terra sono più sane. Quelle allevate in volo sono più leggere.

Le verdure a foglia larga fanno bene se mangiate in un piatto largo. No bisogna brucarle direttamente nell’orto, lo sanno tutti che i prodotti a centimetri sette sono i migliori.

Saporita e magra, i nutrizionisti riscattano la mortadella bolognese.

Secondo studi recenti, guardare il lardo di colonnata migliora le tue erezioni: anche la tua donna ti dirà “hai del lardo di colonnata in tasca o sei solo felice di vedermi?”

Veneranda Astrusi

Totò a pranzo dal bomber

6 March 2012 - Commenti »

“Mi scusi ma non le ho chiesto se voleva un tovagliolone da mettersi davanti – sa, il sugo di seppia non perdona…”

Diciamo che questa è la cifra stilistica de Il Gusto di Virdis, la piccola enoteca-negozio di specialità-con-cucina aperta da qualche anno dall’ex-calciatore Pietro Paolo Virdis e da sua moglie Claudia in via Pier della Francesca a Milano. La dimensione casalinga nel senso di simpatia, di calore umano, di attenzione e sollecitudine. Non potrebbe essere altrimenti in un posto dove il bancone nell’ambiente principale è anche l’unico tavolo del ristorante (in realtà ce ne sono altri due nel retro) e gli otto posti (altri sei nel retro) sono lì gomito a gomito: si crea una specie di intimità casalinga per cui le conversazioni a volte si intrecciano, lo stare a tavola è uno stare insieme (il che naturalmente non ti impedisce di startene per i fatti tuoi, se vuoi).

“Sì, però la signora ha capito subito che sei uno sbrodolone.”

Totò era tutto contento all’idea che mi avessero riconosciuto come notorio “sbrodolone” – e anche all’idea di vedere da vicino un (ex)calciatore famoso. E all’inizio era rimasto un po’ perplesso (“Ma come? Nemmeno un poster a tutta parete, un pallone da calcio, la maglietta della Nazionale?”) dal fatto che il locale non fosse una specie di tempio in gloria del famoso attaccante, un sacrario alla memoria calcistica, una rassegna delle squadre dei gol… In effetti, a parte qualche foto infilata qua e là distrattamente in mezzo alle bottiglie, le tracce calcistiche sono proprio assenti (ce ne sono nel retro, però…): e sì che Virdis, nella sua carriera, di tracce in giro ne ha sparse molte, nelle varie squadre, Nazionale compresa, in cui ha giocato; ed è uno che ha lasciato dietro di sé un ottimo ricordo.

E che adesso ha trasformato una passione coltivata già in tempi non sospetti in un lavoro: il “Gusto”, appunto, di Virdis per le cose buone, i vini, i prodotti e i produttori. La scelta di bottiglie, barattoli e scatolette presenta etichette interessanti; una zona è dedicata ai barattoli prodotti con l’etichetta “Il gusto di Virdis” e propone prodotti scoperti e selezionati personalmente dai Virdis.

In cucina, Claudia, piemontese, allieva di Aimo e Nadia, propone un menu interessante, con frequenti aggiornamenti e variazioni, a seguire la stagionalità degli ingredienti. Abbiamo iniziato con i “Bomber”: pane carasau appena ammollato e presentato con un “ripieno” di crescenza e bottarga di muggine di Cabras, o di pesto, o di crescenza, e un filo d’olio… un’idea semplice e ottima (“Me lo sapresti rifare a casa?” – penso di sì, ma potresti anche cimentarti in proprio… “Ah, no, io sono un dilettante del gusto, un gastrodilettante alla ricerca di un perché culinario in un mondo affollato di presenze gastronomiche, e devo rimanere al di qua dei fornelli, o al di là?, perché se no…” – capito…). Avevo già assaggiato uno dei loro flan (di grana, ma ci sono anche di spinaci, di zucchine, di zucca), e mi ha fatto una gola tremenda un lussurioso piatto di Tonno di coniglio servito al commensale alla mia sinistra (“Posso chiedergli se me lo fa assaggiare? No, visto che decanti l’ambiente informale familiare alla mano – e a portata di forchetta, pensavo…” – zitto che arriva il primo…). Sono già stato qui, è vicino al mio ufficio, e verrò ancora, per cui approfondirò la conoscenza col coniglio (“tonnato” a mano da Claudia) prossimamente.

Il primo: abbiamo preso un Risotto al Castelmagno con riduzione di vino rosso, saporito cotto bene buono buono; e delle Pappardelle al nero di seppia (da qui il gentile intervento della cuoca…) e bottarga di muggine di Cabras, molto buone – ma la bottarga tagliata a fettine per quanto sottili non mi ha entusiasmato, troppo sapore tutto assieme: la prossima volta, quando avrò finito di provare gli altri piatti (Risotto alla crema di parmigiano e tartufo nero, Pappardelle al sugo di scamorza e radicchio trevisano, Zuppa di fave porro e catalogna, fra gli altri), me la farò preparare con la bottarga grattugiata (“…e un po’ meno, magari”).

A questo punto, abbiamo saltato il secondo (“Ma una zuppetta di seppioline con la bruschetta?”) e abbiamo affrontato la carta dei dolci: la Degustazione di cioccolatini ai sapori di Sardegna con Barolo chinato era un po’ troppo per un pranzo di mezzogiorno, così siamo andati sul leggero (“Come? non c’è lo Strudel aperto con composta di mele caramellate pinoli uvetta? Questo è un affronto al gastrocriticismo itinerante bisognoso di dolcezze!”), prendendo la Crema di mascarpone con briciole di millefoglie e la Minitatin alla marmellata di arance amare. Come ti sembra?

“AArghauuugh!! Perché non mi impedisci di prendere dolci bollenti scottanti?” Perché la signora ti ha avvisato che era bollente – “E allora? mai credere a quello che dicono i ristoratori – si sa…”

Buona la mini-tatin – o meglio le briciole rimaste dalla degustazione di Totò, che non sembrava patire poi tanto la temperatura ustionante; buonissima la crema di mascarpone (“Tutta qua? Ma non si dovrebbe servire in una tazza tipo prima colazione dei bambini? con a fianco un bricco di crema-mascarpone con cui rincalzare la crema mangiata?”), soffice e delicata a contrasto con le briciole. Il mascarpone è uno dei miei punti deboli, e questo era assolutamente perfetto.

Il pranzo dei giorni lavorativi prevede un menu a prezzo fisso sui 10€; alla carta, gli antipasti vanno dai 7/10€ dei “bomber” ai 15 del Tonno di coniglio ai 18/22 (salumi sardi, foie gras…); i primi fra i 10 e i 15 €, i secondi fra i 15 e i 18, i dessert sui 10. Ben spesi. I vini che abbiamo bevuto erano sardi (un vermentino e un moscato col dolce) – e ci stavano benissimo.

“Ah, complimenti, vedo che non si è macchiato per niente… Bravissimo!”

Il gusto di Virdis

Via Pier della Francesca 38

20154 Milano

0233607093

A gusto di BlogVs: La cucina fiorita

3 March 2012 - Commento (1) »

Già da un po’ di tempo troviamo sempre più spesso sui e nei nostri piatti foglioline e germogli petali e sepali fiorellini e bocciolini artisticamente disposti – non tanto come ornamento quanto come vero e proprio ingrediente integrante il piatto. Una conferma mi è venuta dalla serata “Architecture Aromatique” svoltasi qualche tempo fa al Mirror Lounge & Restaurant, il ristorante di The Hub, in collaborazione con Le stelle si incontrano (motore primo il solito Carlo Vischi), che metteva insieme Koppert Cress, Villa Job e 32 via dei Birrai – il tutto miscelato spadellato e impiattato da Sandro Mesiti, Resident Chef del Mirror  Restaurant, e dai suoi ospiti, Davide Castoldi, Executive Chef dell’Antica Focacceria San Francesco (e Librerie Feltrinelli, per le quali la Focacceria cura la ristorazione), e Alice Delcourt, del Ristorante Erba Brusca di Milano.

Koppert Cress, fondata alla fine degli anni Ottanta, si occupa della produzione e commercializzazione appunto di micro ortaggi (piantine allo stadio giovanile, foglie, fiori, ecc.); ha avuto un grande sviluppo a partire dal 2002, ampliando i propri spazi, allargando la commercializzazione dei prodotti a nuovi paesi, e inondandoci di piantine foglioline e così via. Una politica commerciale direi molto ben condotta. Saranno anche a Taste of Milano, fra l’altro, dove saremo anche noi, e per allora approfondiremo la conoscenza – per il momento, a livello gustativo, ci piace l’idea di scoprire nuove declinazioni dei sapori e dei piatti attraverso questi accenni di gusto forniti da Koppert Cress.

Su 32 via dei Birrai non c’è molto da dire, se non che gli accostamenti della Tre+Due e della Oppale agli antipasti è stato interessante, e notevole quello della Atra al dolce – non amo la birra, ma amo le birre artigianali (qualcuno me lo spiegherà, prima o poi…), e mi piacciono le birre di questo micro-birrificio (che fra l’altro propone una grafica e delle soluzioni di packaging insolite e piacevoli). Come mi sono piaciuti il Friuli Grave Pinot Grigio 2010 e soprattutto il Risic Blanc igt delle Venezie Bianco 2010 di Villa Job, un’azienda giovane, alla quale Alessandro Job sta dando una fisionomia contemporanea (aiutato dagli ottimi prodotti – ho già detto che il Risic Blanc mi è proprio piaciuto?).

Ma tutto questo, senza i piatti preparati dai tre chef, non stava in piedi. O per lo meno – in piedi ci sarebbe anche stato, noi magari un po’ meno, in una serata che sarebbe stata birra vino e germogli…

Invece, il tutto è stato preso in mano dagli chef, e il risultato è stato una delle cene migliori di questi ultimi mesi. Ve la presento in breve…

Tacos di gamberi al Chilly Cress di Davide Castoldi

Hamburger di tonno e germogli di Atsina, Ricciola marinata al Sechuan Cress, Capasanta scottata su insalatina di Crazy Pea di Sandro Mesiti

Cannoli di semola, crema di zucchine verdi e Purple Delight di Sandro Mesiti

Rombo carciofi purè di limone e insalatina di germogli di Davide Castoldi

Insalatina di frutta invernale, fiori di anice e Jasmine, gelato alla lavanda e maggiorana di Alice Delcourt

Una delle cene migliori, tutto al posto giusto – picco, il Rombo di Davide Castoldi, sdraiato su un letto di purè di limone…

Emanuele Bonati

Le foto sono di Bruno Cordioli

I consigli di Malafarina: “Kitchen Evolution” di Franco Luise

25 February 2012 - Commenti »

Franco Luise

Kitchen Evolution

Il menu management

Bibliotheca Culinaria

197 pagine, 44€


La realizzazione di un menu si basa su una ricerca che rispecchi le esigenze di marketing dell’azienda ristorativa e rappresenti convenientemente la filosofia gastronomica del locale.

Questo volume sarà utile sia a chi si accinge ad aprire un ristorante e desidera essere aiutato durante tutto l’arco creativo del menu, sia a color che decidono di rivedere quello esistente, cambiarne l’impostazione grafica o il concept.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

I consigli di Malafarina: “Cucina di montagna 1″ di Paolo Marchi

16 February 2012 - Commenti »

Paolo Marchi

Cucina di montagna

vol. 1 Le Alpi Centrali

Bibliotheca Culinaria

160 pagine, 40€
Primo di una collana che racconterà l’Italia delle cime percorrendo prima la catena delle Alpi e più avanti anche quella degli Appennini, questo libro conduce il lettore per montagne e valli lombarde alla scoperta dei cuochi che vedono nel loro legame col territorio l’antidoto all’appiattimento del gusto generato dalla globalizzazione. Il giro non passa solo per le cucine: sono diversi i prodotti tipici da scoprire, dalla Bresaola al Bitto e molti altri ancora.
Stupende fotografie di Stefania Sainaghi.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

Totò nel paese delle meraviglie di Alice

14 February 2012 - Commenti »

“Non mi piace proprio.”

“Come?”

“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”

“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”

“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”

Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…

Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.

Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).

Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.

Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra  (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.

“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”

“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”

Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.

“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”

Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.

Christian:  “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”

Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”

Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.

Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”

Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”

A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).

Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”

Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”

Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).

Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”

“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”

La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.

“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”

Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”

Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.

Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”

“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”

Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).

Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”

Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.

Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…

Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”

Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”

E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”

Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…

Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.

Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano

Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto

via Adige 9, Milano

Telefono             02 5462930

I consigli di Malafarina: “A tavola con Abramo”

3 February 2012 - Commenti »

Andrea Ciucci – Paolo Sartor

A tavola con Abramo

Le ricette della Bibbia

con una prefazione di Ezio Santin

San Paolo

176 pagine, 18,00€

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Sessanta ricette per riproporre la tradizione gastronomica tramandata nella Bibbia. Alcuni piatti sono descritti con precisione dal testo sacro,altri sono soltanto citati, altri ancora appartengono al patrimonio culinario dell’antico Vicino Oriente.
Un modo inusuale di approfondire le Scritture e di provarne concretamente i sapori cercando, per quanto possibile, di restituire un clima e un ambiente culturale che sono alla radice della nostra storia. Un libro di  ricette bibliche, quindi, presentate nel modo più fedele possibile, sia nella scelta degli ingredienti sia nei metodi di cottura.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

I consigli di Malafarina: “Ristorante al termine dell’universo” di Douglas Adams

28 January 2012 - Commenti »

Douglas Adams

Ristorante al termine dell’universo

Mondadori

244 pagine, 9,50€


Un alieno in incognito sulla terra inizia le sue peregrinazioni attraverso l’universo percorrendo una gigantesca autostrada cosmica. Alla ricerca di un ultimo angolo caldo dove poter gustare una buona cena, e dove il cibo “letteralmente” parla. Irresistibile.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

Totò ed Emanuele “a tutto vapore”…

24 January 2012 - Commento (1) »

Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…

Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.

“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”

“No… That’s Amore!”

“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”

Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.

Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).

“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.

Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.

Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).

Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.

Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore :-)

La vellutata di potimarron e castagne

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I ravioli al monococco... cottura perfetta, e le verdurine sotto...

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Petto d'anatra chutney e cos'altro... un ottimo assieme

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...con un po' di pane

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Ah, già – devo ricordarlo - prima si fotografa, poi si mangia... il tiramisu!

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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.

Che ne dici, Totò?

“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”

Emanuele Bonati

That’s Vapore

Corso di Porta Vittoria 5

Milano

0276281437

www.thatsvapore.com

Il Leggio di BlogVs: Leggere (e mangiare) Tex-Mex

1 December 2011 - Commenti »

La prima parola che mi viene in mente? Allegria, entusiasmo, qualcosa del genere, Sì, sono queste le caratteristiche che più mi hanno colpito in questo libro. Forse anche per l’immagine iniziale di Laurel che sbarca in Italia con il suo barbecue, alla conquista definitiva del suo uomo e della famiglia di lui, passando classicamente per la gola… Ma la gola questa volta non è presa classicamente attraverso gli intingoli e le prelibatezze della nostra cucina, bensì attraverso i piatti Tex-Mex, e il BBQ…

Ovviamente, stiamo parlando di Laurel Evans (Un’americana in cucina, dal nome del suo fortunato blog) e del suo libro La cucina Tex-Mex, edito da Ponte alle Grazie nella collana Il lettore goloso diretta da Allan Bay – libro che verrà presentato stasera alle 18:30 alla Libreria Mondadori Cook&Show di Milano, Piazza del Duomo.

Si tratta di un viaggio oltreoceano alla scoperta di una tradizione culinaria – ma anche di una storia e di una società “mista”, pluristratificata, e Laurel ci guida a distinguere queste stratificazioni praticamente in ogni singolo piatto.

Interessante – dalla spiegazione ad esempio degli ingredienti principali, come i sei tipi di peperoncino piccante, a quella del termine Tex-Mex (“è nato come nomignolo affettuoso della ferrovia che univa Texas e Messico creata nel 1875. Col passare del tempo il termine nel mondo è stato usato per definire qualsiasi cibo che potesse sembrare anche lontanamente texano. In realtà Tex-Mex individua solo una tipologia ben precisa di cucina texana: quella nata dalla commistione della cultura spagnola con quella dei nativi del territorio.”), ma soprattutto per la storia delle origini delle varie preparazioni e della gente che sta dietro a ogni tradizione culinaria – dalle Chili Queens, le donne messicane che per prime hanno iniziato a vendere piatti di carne rossa speziata e tortilla ai cuochi cowboy che accompagnavano le mandrie, ai macellai tedeschi che inventarono il barbecue (e la differenza fra BBQ e grigliata in giardino…).

E non dico niente delle ricette, tutte da scoprire… (magari ve ne posto un paio…).

Emanuele Bonati