Paolo Marchi
Cucina di montagna
vol. 1 Le Alpi Centrali
Bibliotheca Culinaria
***
Libreria di cultura gastronomica
20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864
Paolo Marchi
Cucina di montagna
vol. 1 Le Alpi Centrali
Bibliotheca Culinaria
***
Libreria di cultura gastronomica
20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864
“Non mi piace proprio.”
“Come?”
“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”
“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”
“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”
Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…
Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.
Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).
Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.
Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.
“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”
“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”
Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.
“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”
Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.
Christian: “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”
Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”
Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.
Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”
Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”
A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).
Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”
Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”
Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).
Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”
“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”
La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.
“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”
Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”
Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.
Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”
“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”
Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).
Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”
Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.
Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…
Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”
Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”
E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”
Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…
Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.
Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano
Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto
via Adige 9, Milano
Telefono 02 5462930
Andrea Ciucci – Paolo Sartor
A tavola con Abramo
Le ricette della Bibbia
con una prefazione di Ezio Santin
San Paolo
176 pagine, 18,00€
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Douglas Adams
Ristorante al termine dell’universo
Mondadori
244 pagine, 9,50€
Un alieno in incognito sulla terra inizia le sue peregrinazioni attraverso l’universo percorrendo una gigantesca autostrada cosmica. Alla ricerca di un ultimo angolo caldo dove poter gustare una buona cena, e dove il cibo “letteralmente” parla. Irresistibile.
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Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…
Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.
“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”
“No… That’s Amore!”
“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”
Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.
Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).
“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.
Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.
Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).
Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.
Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore
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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.
Che ne dici, Totò?
“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”
Emanuele Bonati
That’s Vapore
Corso di Porta Vittoria 5
Milano
0276281437
La prima parola che mi viene in mente? Allegria, entusiasmo, qualcosa del genere, Sì, sono queste le caratteristiche che più mi hanno colpito in questo libro. Forse anche per l’immagine iniziale di Laurel che sbarca in Italia con il suo barbecue, alla conquista definitiva del suo uomo e della famiglia di lui, passando classicamente per la gola… Ma la gola questa volta non è presa classicamente attraverso gli intingoli e le prelibatezze della nostra cucina, bensì attraverso i piatti Tex-Mex, e il BBQ…
Ovviamente, stiamo parlando di Laurel Evans (Un’americana in cucina, dal nome del suo fortunato blog) e del suo libro La cucina Tex-Mex, edito da Ponte alle Grazie nella collana Il lettore goloso diretta da Allan Bay – libro che verrà presentato stasera alle 18:30 alla Libreria Mondadori Cook&Show di Milano, Piazza del Duomo.
Si tratta di un viaggio oltreoceano alla scoperta di una tradizione culinaria – ma anche di una storia e di una società “mista”, pluristratificata, e Laurel ci guida a distinguere queste stratificazioni praticamente in ogni singolo piatto.
Interessante – dalla spiegazione ad esempio degli ingredienti principali, come i sei tipi di peperoncino piccante, a quella del termine Tex-Mex (“è nato come nomignolo affettuoso della ferrovia che univa Texas e Messico creata nel 1875. Col passare del tempo il termine nel mondo è stato usato per definire qualsiasi cibo che potesse sembrare anche lontanamente texano. In realtà Tex-Mex individua solo una tipologia ben precisa di cucina texana: quella nata dalla commistione della cultura spagnola con quella dei nativi del territorio.”), ma soprattutto per la storia delle origini delle varie preparazioni e della gente che sta dietro a ogni tradizione culinaria – dalle Chili Queens, le donne messicane che per prime hanno iniziato a vendere piatti di carne rossa speziata e tortilla ai cuochi cowboy che accompagnavano le mandrie, ai macellai tedeschi che inventarono il barbecue (e la differenza fra BBQ e grigliata in giardino…).
E non dico niente delle ricette, tutte da scoprire… (magari ve ne posto un paio…).
Emanuele Bonati
[omissis] on the rocks
Prima scena: interno giorno. Bottiglietta da 33cc fondo bianco e delicatamente decorata con disegni fucsia, svettante sopra il tavolo vero-fintopovero posto al centro della cucina.
Seconda scena: interno giorno. Creatura quattordicenne, adeguatamente accessoriata di brufoli e polluzioni notturne, entra in cucina.
La Creatura mi guarda, guarda attorno, si sofferma, mi guarda, scoppia in una fragorosa risata e inizia a smanettare col telefonino, sogghignando, tanto che il cellulare sembra posseduto.
Ma cosa avrà scatenato cotanta ilarità e frenesia diteggiatrice? Ovviamente la visione del packaging della bottiglietta di cui sopra, 33cc di soft drink, una “bibita funzionale”, come viene definita nel sito istituzionale www.fioridiguarana.it, ovvero che svolge alcune funzioni fondamentali (effetto tonico, vitaminico, dietetico…), che ha trasformato i principi attivi utilizzati per la preparazione del drink – derivanti dal fiore di guaranà – in un acronimo degno di un adolescente in pieno tsunami ormonale.
Base del ragionamento che ha portato i “fiori di guaranà” a diventare “fi-Gà”, recita il sito, è la scoperta che la pubblicità tradizionale è morta (ma va?), e che quindi bisogna inventare la mucca viola, o qualsiasi altra cosa, ovvero la parola, lo slogan che stupisce e che diventa virale. Questo. Questo? Una vera fi-gàta, insomma.
Continuiamo a farci del male, mi verrebbe da dire. A insistere sulla sineddoche malsana che negli ultimi trent’anni ha avvelenato l’aria respirata da una generazione: un’intera donna in una singola parte del suo corpo.
Continuiamo a consentire che la figura della donna venga dileggiata in ogni suo singolo aspetto: il suo impegno, le sue capacità, il suo ruolo istituzionale, la sua lotta quotidiana contro l’ignoranza, la deficienza, la sua dificoltà a portare avanti un quotidiano lavorativo, familiare, economico in un mondo che da lei tutto pretende e a lei molto rifiuta.
Nel sito si legge: “La nostra filosofia è continuare in questa strada, lasciare cioè che sia il consumatore finale ad essere l’unico ‘punto di riferimento’ e ‘giudice’ del nostro ‘brand’.” Il tutto sulle note di La vie en rose – che imperversa in loop sul sito, a confermare che la felicità è un loop analcolico che comunque gira sempre lì attorno. Intanto sono indecisi se la cosa sia maschile o femminile il forum è fermo al 2010, l’e-shop è ricco di oggetti mai visti in giro, la galleria fotografica è quanto mai triste e stanca. Poveri fiori di guaranà, eletti a metafora altrettanto triste e stanca. Chi li ha mai visti, comprati, odorati, usati, i fiori di guaranà?
I fiori di guaranà non sono stati usati da Tawakkul Karman, 32 anni, “nelle circostanze più difficili sia prima che durante la Primavera araba”, insignita del Nobel per la Pace, premio che Comitato norvegese si augura possa ”contribuisca a porre fine alla repressione delle donne che ancora esiste in molti Paesi del mondo e a realizzare il grande potenziale per la democrazia e la pace che le donne rappresentano”.
I fiori di guaranà non stati usati, sostituti delle ottocentesche mimose, a coprire pudicamente il sudario di cemento e mattoni delle 5 lavoratrici morte a Barletta.
I fiori di guaranà non mi daranno sicurezza quando attraverserò sola il sottopasso di una stazione ferroviaria, dopo essere scesa da un treno al calar del buio.
Che la mucca viola se li sia mangiati tutti?
Nel frattempo la Creatura ha evidentemente finito il credito e si è fatto un’idea. “Ma ti pare che si possa ordinarla in un bar senza scoppiare a ridere come degli scemi?! Dai mami, me la fai portare a scuola? Così la presento ai miei amici…”
“Guarda che se continui così ti metto in castigo perpetuo.”
Anna Maria Pellegrino
«Oh Emanuele – senti. Ti devo dire una cosa.»
«Cosa?»
«A me veramente i funghi non mi sono mai piaciuti.»
«Eh?»
«Eh, no – insomma… Sì vabbè, i porcini mi piacciono. Ma gli altri mica tanto. Ok gli champignon – ma devo stare attento, perché gli amanti dei funghi mi insultano se solo li nomino…»
«Christian – te, non sei normale. Cosa fai a una cena di funghi da Oldani se i funghi non ti piacciono? Gli chiedi una paillard con due patate bollite? E perché poi non ti piacciono?»
«Un po’ la consistenza, un po’ il gusto di questi affari– mi lasciano perplesso, ecco. Anzi, diciamola tutta: sai che abito in campagna, circondato da boschi. Da piccino ricordo i miei genitori che portavano a casa cesti giganti e borse piene di funghi colti nel bosco, che subito iniziavano a pulire, a cucinare, a mettere sott’olio, a seccare… Per giorni mi restava nel naso quell’odore di terriccio e di funghi cotti, e nella mente quelle immagini da incubo di tavolate stracolme di funghi di ogni genere, colore, odore, dimensione…»
«No no, Christian, non sei normale. E allora?»
«Allora niente. In realtà sono qui proprio per questo: è una sfida con me stesso, voglio capire una volta per tutte se sono allergico, se semplicemente non mi piacciono, se è una specie di trauma subconscio primordiale, o una fissa…»
«Non scherziamo – già i nostri due amici non sono venuti, e secondo me Oldani cercherà di caramellarci il cu*o, visto che si era tanto raccomandato, che faceva l’ordinazione per la cena, e che se c’erano defezioni voleva dire che aveva roba da buttar via, eccetera – ci manca solo che domani sulle prime pagine ci siano foto tue col faccione verde e il fumo che ti esce dagli orifizi sotto il titolo ‘Ammanita assassina colpisce da D’O: giovane avventore gravissimo invoca champignon e champagne’. Ma non potevi fare delle prove prima di venir qui? Farti una pera con la crema di funghi della Campbell? Infilare la testa in un sacchetto di gran misto di funghi surgelati?»
Buonasera signori, gradite dell’acqua?
«Sì, acqua naturale, grazie.»
Ecco… voi sapete che questa sera è serata solo funghi?
«Sì, certo, abbiamo prenotato apposta mesi fa, non ricordo nemmeno quando…»
Molto bene, avete qualche intolleranza particolare, qualche ingrediente che…
«Sì, ai funghi.»
Ehm… ma… dice davvero?
«Ma no, non proprio – boh, insomma, lo scoprirò durante la cena.»
«Hai visto che faccia che ha fatto?»
«Hi hi…»
«No, ma che vergogna – chissà se mi porterebbero da mangiare in macchina…»
Finferli alla liquirizia su fettine di mela caramellata con gelatina di mela e composta di cipolle rosse.
«Come ti sembra? Ti piacciono i finferli?»
«Buoni… Mi piace. Elegante la liquirizia, che ammorbidisce il gusto ferruginoso del fungo e chiude il cerchio con un po’ di amarognolo, subito mitigato dalla dolcezza equilibrata della gelatina di mele assieme alla composta di cipolla.»
«Molto buono, sono d’accordo. Ma da come ne parli mi sa che i finferli sono un po’ allucinogeni… o forse i funghi ti fanno male davvero…»
Risotto ai funghi porcini scottati e crudi, con pepe, salsa d’arancia e pera.
«Ci sono i porcini!»
«Christian non fare storie. Piuttosto passali a me, se pensi che non ti piacciano.»
«No dai… buoni, anzi, buonissimi – come dire? ‘Occhi bianchi’: come quando è come se, per il piacere, alzassi gli occhi al cielo, al punto che non si vede più la pupilla. Questo piatto va al numero 1 dei cinque che compongono il menu, anche se non abbiamo ancora assaggiato gli altri tre.»
«No, diciamolo, Christian, i funghi ti fanno un effetto strano. Comunque, è una meraviglia. Ogni volta che veniamo dal D’O è lo stesso: c’è sempre qualcosa che per un motivo o per l’altro mi ‘commuove’, non nel senso che mi metterei a piangere nel piatto (a rischio di rovinarlo…? giammai!), ma che insomma mi emoziona, mi appaga – un po’ come i tuoi occhi bianchi.»
Nasello cotto con salsa di burro bianco e chiodini al vapore.
«Però: il servizio è assolutamente impeccabile, attese giuste fra un piatto e l’altro – sono proprio bravi, non c’è che dire. Beh – Christian, che c’è? Qualcosa non va, che stai zitto?»
«Taci per favore – sto applaudendo dentro. Per me, è un parimerito al primo posto.»
«In effetti il nasello, che mi sembra un pesce assolutamente normale, qui sembra tutt’altro: sarà la cottura, la morbidezza, questa salsa al burro bianco…»
Gnocchetti verdi agli spinaci su vellutata di zucca profumata allo zenzero, con spugnole e bottarga di tonno.
«Buona, ovvio, non è nemmeno divertente – ma è al terzo posto.»
«A me questa storia delle classifiche dei punteggi mi dà un po’ fastidio, al di là del mi piace di più mi piace di meno non andrei. Quello che mi colpisce invece è da un lato l’altissima qualità degli accostamenti, delle preparazioni, delle presentazioni; e dall’altro l’estremo equilibrio dei vari piatti, non c’è nulla che preponderi, tutto si armonizza al meglio – qui, il tocco di salato della bottarga rinvigorisce la vellutata e accompagna gli gnocchetti a legare con le spugnole…»
«Senti, Emanuele, non pensi che il locale sia un po’ chiassoso?»
«No, non direi – so che ti piacerebbe un’atmosfera raccolta e quasi monastica, con sussurri sopiti e frusciare di posate, ma ti assicuro che rispetto al mio ufficio questo è un eremo tibetano…»
Dolce con mousse di nocciole, gelato ai funghi e meringa morbida con granella di croccante.
“Arriva. Lo vedo. Il ragazzo lo posa sul tavolo, chino la testa, e lo vedo! Lo sento: è in questo momento che mi assento dal presente, che poi ormai è passato quasi remoto, e ciao. Lo osservo: un cilindro beige marroncino su cui poggia una sfera di un tono più scuro e leggermente lucida su cui poggia meravigliosa cupola bianca e fiammata. Mousse di nocciola, gelato di funghi, meringa soffice, e del croccante….”
«Christian – ci sei? Stai bene? I funghi ti hanno fatto male?»
«No – questo è il numero 1 in assoluto, e vince la mia classifica. Anzi no: ho vinto io. Non ho bolle in faccia, non sono svenuto, tantomeno ho schiumato dalla bocca. Va beh, quello magari sì, ma per altri motivi. Dev’essere una specie di miracolo…»
«Mamma mia – lo abbiamo perso.»
«No, sono io che ho vinto. Io i funghi li posso mangiare.»
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Libreria di cultura gastronomica
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Dopo la mozzarella blu, la ricotta rosa, il maiale alla diossina ecco il cetriolo assassino: il bello, o il brutto, di questi ricorrenti allarmi alimentari è che ormai non allarmano più nessuno.
Siamo passati negli anni Ottanta dal vino al metanolo, con i suoi ventitrè morti, all’olio di colza, alla mucca pazza, al pollo influenzato degli anni Novanta…
E ora? A pochi mesi dalla fine del mondo predetta dai Maya, cosa minaccia ulteriormente la nostra già vacillante serenità?
Comincia un cetriolo killer che habla español e che nutre poca simpatia per i teutonici amanti del Cucumis sativus. Penso, “Va bene, sarebbe anche stagione del cetriolo, ma se non si può mangiare, vorrà dire che mi rifarò con i pomodori verdi fritti.”
Non faccio in tempo ad aggiornare il menù che un freddo comunicato stampa rettifica “Scusate, il cetriolo ci aveva ingannato. Il colpevole è un cervo. Anzi, un insaccato di cervo” (che notoriamente si produce con le medesime modalità e nelle medesime location del serial killer vegetariano).
Ripulito il frigo dai “culetti” di salumi assortiti e un po’ “stagionati”, che magari nelle loro vite precedenti avevano avuto rapporti con qualche soppalcato esponente della famiglia dei Cervidi, ecco un nuovo proclama: dietrofront! Fermi tutti! La colpa è dei germogli di soia!
Come i germogli di soia?! Mi avete fatto buttar via tutti i miei adorati culetti di salumi stagionati – che rendono strepitose le paste e fagioli – e fatto acquistare un pallet di insospettabili germogli di soia, finocchio, pisello, asparago e… aspetta – cosa leggo in una recentissima agenzia? “Beh, no, forse, no non è la soia, anzi, ecco – non lo sappiamo!”
Forse – ma solo forse – un po’ di prudenza sarebbe quantomeno consigliabile. E sarebbe anche consigliabile un mini-check up al sistema europeo di allerta rapido, che ha dimostrato di essere più isterico che rapido.
La giustificazione di questo deprecabile comportamento sta nel fatto che se c’è un’emergenza alimentare, una sia pur solo ventilata ipotesi che singoli ingredienti o preparati complessi possano compromettere la salute dei consumatori, portandoli addirittura alla morte, non bisogna andare troppo per il sottile e si deve intervenire tempestivamente. Ma lasciano perplessi i falsi allarmi, che spesso si traducono in un danno economico vuoi per il produttore, vuoi per la collettività, che in ultima analisi paga i doverosi rimborsi…
Qualcuno poi mi deve spiegare qual è la differenza tra un’emergenza alimentare, con conseguente blocco di questo o quel prodotto, e una non-emergenziale malattia cardiovascolare o un cancro, entrambi causati dalle pessime abitudini alimentari che negli ultimi trent’anni hanno portato la popolazione statunitense prima e quella europea poi a convivere con obesità e soprappeso – con costi sociali e sanitari ben più alti rispetto a quanto sta accadendo in queste ultime settimane nel nord della Germania e in diversi paesi europei. Costi sociali che l’intera collettività dovrà sopportare, visto che l’allerta rapido è riuscito a far chiudere rapidamente aziende di produzione alimentare spagnole e tedesche, con la conseguente perdita di lavoro di decine e decine di lavoratori.
Anna Maria Pellegrino