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Archive for the ‘CIBVS’ Category

Tuesday, July 13th, 2010

Un anno di CibVs

Un anno fa, più o meno a quest’ora, CibVs andava online – o meglio, c’era già, ma diventava finalmente pubblico. Finalmente il primo post che avevamo preparato su BlogVs già in giugno – una frase di Brillat-Savarin, “Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, e solo l’uomo intelligente sa mangiare” (la prima di 55 porzioni di “CibVs per la mente”… – poteva essere letto anche da altri, oltre che da noi…

E gli “altri” sono stati, siete stati veramente tanti. Tantissimi. Quanti? 133.990 visitatori unici, per 264.599 pagine viste; le news indicizzate dall’aggregatore di CibVs sono 87.587, con 41.588 foto, tutte provenienti dai 264 blog indicizzati.

Su BlogVs ci sono 228 post, con più di 300 commenti (non moltissimi, è vero – del resto, non si può non essere d’accordo con quello che postiamo, ed è un fatto così ovvio che non è nemmeno necessario ribadirlo postando un commento…).

E in qualche centinaio ci seguite su Facebook, su Twitter

Certo, ci sono i lati negativi.

Su CibVs ci sono tante ricette, ma nessuno ci ha invitato mai a cena.

In un anno di BlogVs, sono comunque ingrassato di 5 o 6 kili.

Fra noi compagni d’avventura non parliamo più di cose “normali” – hai visto quel film, cosa c’è stasera in tv, non sembra anche a te che il trend dell’economia mondiale si avvii verso una china pericolosa, hai notato che bel colore azzurro il cielo, certo che quel Brad Pitt, hai visto che coda al casello, la moda quest’anno consiglia il rosa, ma sì è lì all’angolo fra via tale e via talaltra – ma di argomenti diciamo così meno personali – hai visto quel post, cosa c’è stasera su quel blog, non sembra anche a te che il trend della nuova cucina italiana si avvii verso una china pericolosa, hai notato che bel colore azzurro le mozzarelle sequestrate, certo che quel Davide Oldani, hai visto che coda alla vaccinara, la moda quest’anno consiglia il rosè, ma sì è lì all’angolo fra il macellaio che vende carne di scottona chianina palpeggiata a mano fino ai sei mesi  da un allevatore massaggiatore tailandese e il negozietto che vende il fagioletto umbropiceno di fossato cantabrico

Però – però… però è bello, è divertente, è piacevole sapere che ci siete e ci seguite, è bello star lì a scrivere un post, o a correggere un intervento, alle due di notte, sistemare un qualche bug del sito di domenica, cercare di scrivere un post sui popcorn dei cinema multisala, o sulle saliere usate nelle pizzerie coi pizzaioli arabi, svegliarsi e vedere che il sito non è più online né offline ma si può vedere solo staccando il decoder e attaccandolo al computer, rileggere la Divina Commedia per vedere se c’era qualcuno che mangiava qualcosa (a parte il povero conte Ugolino) e metterlo in un post chefatantointellettuale…

Insomma, siamo contenti di essere qui – anche se forse un po’ schizzati – e che ci siate anche voi. E speriamo che ci siate sempre di più – consultando il sito, commentando i post, intervenendo in prima persona – se volete anche collaborando con noi, scrivendo articoli per BlogVs, segnalandoci ristoranti, locali, fiere, iniziative… Da parte nostra, noi continueremo a lavorare per migliorare il sito, per offrirvi sempre qualcosa di più – e per i prossimi mesi abbiamo già alcune novità in preparazione…

E per dimostrare la nostra contentezza vi regaliamo Un anno di CibVs - no, non buoni pasto per un anno, o una fornitura di vettovaglie – ma una raccolta delle suddette porzioni di CibVs per la mente…

Emanuele Bonati, Christian, Kumi, Mauro e Bruno

Tuesday, July 13th, 2010

Qual è il piatto più difficile?

No, non intendo il piatto dalla preparazione più lunga e complessa, o quello con il maggior numero di ingredienti, o con quelli più rari e introvabili… no, la mia domanda è un’altra – penso alla tragica oliva che rotola per i piatti di fantozziana memoria, o agli escargot che tanto divertivano Julia Roberts in Pretty Woman: qual è secondo voi il piatto più difficile “tecnicamente” da mangiare?

Il mio non è un concorso, né un sondaggio – un amico me lo ha chiesto, e dopo un attimo di incertezza ho pensato di girare la domanda a voi lettori di BlogVs: conoscete, avete provato, avete sentito dire di un piatto che presenta questo tipo di complicazione?

Un altro esempio – anzi due, in foto: da Indiana Jones e il tempio maledetto - che non rappresentano se non in minima parte il tipo di difficoltà che intendo io (qui la difficoltà più che pratica è proprio di approccio culturale, diciamo, ma insomma…

Thursday, July 1st, 2010

CibVs, Agrycult, Emanuele, Twitter…

Anzitutto, prima di dire cosa c’entrano gli uni con l’altro, diciamo chi sono.

Emanuele – e posso dirlo senza false modestie, anzi con piena cognizione di causa, e senza tema di essere smentito – sono io. lo scrivente. Il tenutario di BlogVs, o blogger, bloggatore… L’arguto attento estensore e postatore di questi altrettanto arguti post postati qui. Lo chef che cucina parole in modo da farle diventare discorsi – a volte un po’ come certi pranzi rinascimentali, che nascondevano dietro la pletora della rappresentazione del cibo una certa qual povertà di idee e di sapori primari…

CibVs… beh, chi non lo conosce? tutti, direi (anche perché, se siete qui a leggermi, di là dovete essere in qualche modo passati…).

Twitter – anche questo, chi non lo conosce? Un modo veloce per far sapere e tutti quello che stai facendo in questo momento (a proposito, ora scrivo che sto scrivendo… un attimo… ecco fatto), oppure quello che vuoi far credere che stai facendo (“Sto leggendo ora l’ultimo capitolo de Il tempo ritrovato, l’ultimo volume della Recherche…”).

Resta Agrycult – che cosa sarà mai? Un qualche ‘culto’, magari esotericamente raffinato, che prevede l’uso di procaci contadinotte o baldi braccianti… No: è un sito, un’azienda agricola, un villaggio agricolo… e altro ancora.

Si tratta di una realtà nuova, giovane, innestata sul web 2.0 – parte di quel piccolo universo in movimento di produttori distributori a metà fra i contadini i commercianti e i blogger, cui ha dedicato un articolo un paio di giorni fa (martedì 29) anche DNews (uno dei migliori quotidiani free press…). E cosa vogliono questi? Citiamo: “Abbiamo un obiettivo ambizioso, vogliamo realizzare il chilometro zero della comunicazione e fare in modo che questo si concretizzi in un rivoluzionario modello di distribuzione e consumo dei migliori e più rari prodotti dei contadini italiani.” Quindi, commercio di prodotti agricoli, inviati freschi di giornata ecc ecc. Mi piace – e ci torneremo.

Ma cos’è che tiene insieme tutto questo, sottoscritto compreso? Semplice: Agrycult ha contattato CibVs facendo presente di essere presente, come CibVs, su Twitter; CibVs sono (anche) io; io sono (anche) su Twitter; Agrycult su Twitter ha indetto un concorso per farsi conoscere (retwitta questo tweet ecc); io ho retwittato su Twitter lo tweet di Agrycult; Agrycult ha estratto fra tutti i retweet su Twitter i vincitori; IO (che sono Emanuele di CibVs) sono uno dei vincitori del concorso di Agrycult su Twitter

Ecco che tutto sta assieme – e soprattutto ecco il premio, arrivato fresco e veloce ieri mattina:

Emanuele Bonati

Wednesday, June 23rd, 2010

“Gourmet”: un ritorno?

Abbiamo parlato qualche mese fa della chiusura di una storica rivista statunitense, “Gourmet” – e abbiamo sfogliato con tristezza l’ultimo numero.

I media statunitensi parlano in questi giorni di un ritorno della testata, non in edicola ma sulla rete: la Condé Nast infatti annuncia il lancio di un sito, Gourmet Live, che “brings together content, social and location-based technology, a variety of engagement options all around cooking, travel, entertaining, special occasions, fine dining, holidays and more!” – insomma, un po’ di tutto: il marchio viene ripensato essenzialmente in chiave di cucina e viaggi. Al sito (che dovrebbe andare a regime in autunno) si affiancherà un’app per l’iPad… Ottima idea, ovviamente…

A quanto pare l’editor Ruth Reichl non è stata coinvolta in questa nuova avventura – in un feed su Twitter afferma che stanno riportando in vita il marchio, non tanto la rivista.

Saturday, June 12th, 2010

A CibVs piace…

Una serata all’insegna della sicilianità mercoledì 16 giugno 2010: due spettacoli, con inizio alle ore 21,00,  al Piccolo Teatro Studio, provenienti dal Teatro Garibaldi di Palermo:  Lucio, di e con Franco Scaldati, sotto forma di lettura, un testo visionario e poetico in lingua siciliana, e Sutta Scupa di Giuseppe Massa, immerso nella realtà del precariato e della disoccupazione. Gli spettacoli, della durata di un’ora circa l’uno, sono ad ingresso gratuito, e fanno parte del progetto Masterclass 2010 – La casa delle scuole di teatro.

Da segnalare la proposta per il dopo teatro del Ristorante Bassa Marea, in via Anfiteatro, che propone dalle 23 un buffet di specialità siciliane. Si tratta di una sinergia interessante, intelligente, che unisce la cultura teatrale e quella materiale, culinaria, che probabilmente potrà fornire spunti ulteriori di riflessione…

A CibVs piace l’unione, la mescolanza di linguaggi e media diversi, ma con una cultura comune, come in questo caso…

Emanuele Bonati

Friday, June 11th, 2010

Il panino, la coppa, i mondiali…

Bella, la cerimonia di inaugurazione ieri sera… suggestione, molta emozione, qualche bella canzone, musica e Africa, artisti coristi musicisti… colori rumori umori…felicità… e Mandela (povero grande incredibile tragico glorioso uomo-popolo…) anche se non c’era…

Insomma, emozioni sensazioni… una sensazione anzi.. che so, lo sport, la folla – qualcosa che ti prende alla gola, alla bocca dello stomaco… Stomaco, pancia, ventre – ma certo: ho fame!!!

E allora? Cosa mangio? non saprei… un panino… ecco, sì: un PANINO CON LA COPPA!!!


Ebbene, sì – mi riferisco proprio al contest organizzato dall’amica Anna Maria (lacucinadiqb), che si è ormai chiuso – o meglio è terminata la raccolta delle ricette concorrenti. Quindi, essendo del tutto casulamente e fortuitamente membro della giuria (e non certo ahimè per mertiti sportivi), dovrò darmi da fare per giudicare appunto… Lo so che i giudici di questi tempi non godono di un grande favore, e proprio per questo, sfido chiunque a provare a corrompermi: su, chiunque, vieni qui, portami qualcosa per corrompermi, banconote, pagherò, una cessione del quinto dello stipendio, o meglio ancora di tutti i premi in palio, un invito a cena… Insomma, io sono qui, vedete un po’…

OK, scherzi a parte – ho già iniziato il lavoro… preparatevi!

Emanuele Bonati

Monday, May 31st, 2010

Dalle stelle al firmamento 3: Dai fornelli al territorio

Termina stasera alla Triennale a  Milano il ciclo di incontri Dalle stelle al firmamento.

Lunedì scorso 24 maggio l’incontro era intitolato Dai fornelli al territorio. Il ruolo dei ristoranti stellati nella propulsione del distretto territoriale eno-gastronomico, appunto sul rapporto che può e/o deve intercorrere fra un distretto eno-gastronomico e un polo ristorativo.

Una parte dell’incontro è stata dedicata a un collegamento via satellite con la “Festa a Vico” di Gennaro Esposito (Chef, Torre del Saracino) a Vico Equense, con gli interventi, coordinati da Massimo Bergami, di Stefano Bonilli (Giornalista e critico); Norbert Niederkofler (Chef, St. Hubertus, San Cassiano in Badia, BZ); Massimo Spigaroli (Chef, Antica Corte Pallavicina e Presidente Euro-Toques Italia, Presidente del Consorzio del culatello di Zibello), e Paolo Parisi. Molto interessanti, ma un po’ offuscati dal contesto e dall’occasione – pensavo, ma guardali là, belli contenti, a mangiare chissà che bontà…

Tornando a Milano, gli interventi degli economisti hanno evidenziato le difficoltà di riuscire a identificare nelle statistiche ufficiali le interazioni alta ristorazione / territorio, a parte elementi quali la presenza di ristoranti stellati in zone ricche di rodotti DOP; ed è anche stata avanzata l’obiezione – è giusto che la nicchia (il prodotto di nicchia) debba cercare di uscire dalla nicchia?

Al di là comunque dei vari interventi tecnici, sono risultate particolarmente interessanti le testimonianze di due imprenditori del centro Italia.

Riccardo Baracchi, il Patron del Relais Il Falconiere, a Cortona, provincia di Arezzo, ha illustrato la storia della sua impresa, nata dalla ristruttazione di una villa di famiglia del Seicento, bellissima, in una posizione splendida, e dalla successiva riqualificazione del territorio circostante, con la reintroduzione di vigneti (da cui vengono fra l’altro vini in purezza come lo Smeriglio Sangiovese, e Astore, un trebbiano vinificato con le sue bucce) e olivi, una spa, scuole di cucina, e insomma un centro che ha veramente influenzato il territorio intorno, e ne è stato influenzato, anche a livello economico. Baracchi poi è un bravo comunicatore, ed è riuscito a raccontare la sua storia facendoci capire soprattutto la passione che di questa storia è il filo conduttore – ho scambiato due parole, casualmente, con lui, e penso proprio che prima o poi da quelle parti ci dovrò andare…

Lo stesso discorso vale per Marco Caprai, Amministratore Delegato Azienda agricola Arnaldo Caprai a Montefalco, Perugia: artefice di una rivalutazione del Sagrantino, vino del territorio, attraverso la ricerca e la comunicazione (come si può vedere sul sito, le iniziative spaziano dalle partecipazioni e fiere ed eventi alle cantine aperte a un Motorhome, un camion ristorante su cui, operano chef di spicco…), che è stata un vero e proprio motore economico per la zona di Montefalco, divenuta Distretto del Vino.

Emanuele Bonati

Friday, May 28th, 2010

Christian in New York 3

Leggendo la Lonely Planet, mi avevano particolarmente incuriosito due locali: un noodle bar, del quale poi ho visto un libro sugli scaffali delle librerie (e la cosa ha accresciuto ancor più il mio desiderio di andarci), Momofuku, e un locale vegetariano crudista, Pure Food & Wine.

Siamo arrivati piuttosto presto da Momofuku, verso le 18.30, perché si dice che ci sia addirittura la coda di persone fuori ad aspettare per cenare, visto che non prendono prenotazioni. Una volta lì, effettivamente c’era già un bel po’ di gente che mangiava, e qualcuno in attesa di collocazione…

Lungo e stretto il locale; ci siamo accomodati al bancone, in fondo al quale una brigata di almeno sei chef e sous chefs  alle prese con spadellamenti e tagli ultraveloci. Abbiamo optato per il menù degustazione che prevede 4 piatti a prezzo fisso di 30$. All’inizio, un assaggio: cucchiaio di petto di coniglio, maionese di rafano, cavolo rosso marinato e cilantro (cos’è il cilantro? O culantro? Il nostro coriandolo…). Poi un piatto di tonno in crosta di qualcosa, con salsa di barbabietola, e salsina al lime. Quindi, Clam Ramen: noodles fatti a mano e con alghe nori, molluschi tipo vongole, dei crostini di pesce e olio al peperoncino, il tutto immerso in brodo di pesce – è un piatto tipico giapponese.

Un fuori menù che ho visto al tavolo accanto e mi ha decisamente invogliato… Una sorta di panozzo stramorbido tipo nuvola e bianco (di riso) che avvolgeva delle fettine di pancetta di maiale alla piastra con del Kimchi (verdure orientali fermentate con spezie).

Ancora, petto di anatra scottato e servito con una restrizione agrodolce. Infine, due dessert: palline biscottate che facevano “crunch” moooolto buone, e un bicchierino di soft ice cream all’olio di oliva e ciliegie.

Spesa = 78$ (per 2 persone).

Non ho comprato il loro libro (edizione speciale) perché, ho pensato, sicuramente su IBS lo trovo, e non appesantisco il bagaglio… Ecco, non fate come me: prendetelo lì.

Vorrei infine soffermarmi su quella che è stata la mia vera esperienza culinaria di questi giorni a New York. Prima di partire dall’Italia, leggendo sempre quella che per me è una sorta di Bibbia del viaggiare bene, avevo notato – come dicevo – un locale molto particolare, un locale di cucina vegetariana-vegana. Ma non solo… un locale dove si mangia del cibo crudo. Insomma, di ristoranti vegetariani-vegani ne ho provati molti, ma uno che propone il solo crudo – no, mai.

Ho prenotato con largo anticipo perché sembrava un altro posto molto gettonato e frequentato…

Il locale si chiama Pure Food & Wine dell’amica Sarma Melngailis (chef e patron) – e ringrazio subito Tiffany Burton dello staff, che mi ha gentilmente inviato le fotografie dei piatti scattate da Erica Graff e quella del giardino estivo scattata da Ayo Oto.

Arrivati nel quartiere, troviamo il ristorante, la cui entrata è seminterrata. L’atmosfera è molto intima. Colori scuri, luci basse e candele; siamo accolti con simpatia dal personale. C’è anche questo delizioso giardino dove si può cenare, ma il tempo ancora non lo permette, purtroppo.

Come bevande servono ovviamente dei tè organici, dei succhi e dei vini biodinamici. Scegliamo un calice di vino della California (che ovviamente non ho memorizzato) davvero ottimo. Poi, con non poco imbarazzo, scegliamo i piatti dalla carta – li riporto qui senza traduzione (pensateci un po’ voi…): dei rolls (tipo gli Hosomaki giapponesi) di alga nori, formaggio vegano cremoso, baby bok choi, hijiki, avocado; crostini di cocciola con funghi, bernese di capperi, crauti e riduzione di sidro di mele; una composizione che assomiglia a una lasagna, anzi, è una lasagna, però composta da fette di zucchine alternate a fette di pomodoro, tra le quali viene inserito del pesto di pistacchio e basilico, del pesto di pomodorini essiccati e una sorta di ricotta fatta con semi di zucca e macadamia, ovviamente, tutto crudo; ravioli fatti con fette sottili di barbabietola marinata, farciti di un formaggio di pistacchio ed uva passa, cavolfiore arrostito al curry, anacardi speziati e canditi, olio al peperoncino…

Come dessert:

• Trio of Dark Chocolate Coated Indian Spiced Ice Cream Treats (chocolate cardamom coconut ice cream cone, pistachio gelato ice cream sandwich, and chai tea creamsicle)

• Chocolate Passion Fruit Tart (passion fruit curd with fresh raspberries, framboise pearls, vanilla cream and chocolate cacao nib ice cream)

Grandiosa esperienza! Non posso descrivere le sensazioni provate e soprattutto il gusto: io e il mio commensale ci siamo guardati interdetti per tutta la cena!

Una cosa simpatica che tutti i ristoranti di un certo livello fanno, è quella di portare assieme al conto anche una cartolina da compilare per lasciare una sorta di feedback. Sulla cartolina di Pure Food & Wine ho scritto: Great Experience!!!

Volendo si possono trovare le loro specialità nel takeaway dietro l’angolo,vicino al ristorante, oppure nello shop all’interno del Chelsea Market.

Christian

Tuesday, May 25th, 2010

Dalle stelle al firmamento: Tra pop art e crescita industriale (17 maggio)

Proseguono alla Triennale a  Milano gli incontri del lunedì della serie Dalle stelle al firmamento. Sempre interessanti, ricchi di spunti e riflessioni, e dei racconti di esperienze esemplari…

Lunedì 17, ad esempio, il tema era Tra pop art e crescita industriale. Standard, prototipi e replicazione nella ristorazione di qualità con Rossella Cappetta, Moreno Cedroni, Oscar Farinetti, Gianni Lorenzoni, Davide Paolini e Davide Scabin. Da un lato (Cappetta, Lorenzoni)  sono state evidenziate le difficoltà tutte italiane nell’arrivare a una replicazione dell’offerta della ristorazione di qualità su vasta scala – o meglio su scala industriale, dovuta forse a un timore di fondo, ovvero a uno stereotipo che vede nella replicazione il pericolo di una standardizzazione, vista come negativa – ma in realtà il ripetere ogni volta lo stesso piatto è una forma di replicazione… Si tratterebbe quindi di arrivare a una definizione di identità – identificare una chiara formula distintiva – e di codificarla (un po’ come ha fatto Lidia Bastianich).

Ma forse più che alla replicazione si potrebbe pensare a diversificazioni correlate, cioè all’applicazione di conoscenze e competenze in ambiti complementari – ovvero, muoversi come hanno fatto all’estero, ad esempio se si considerano i locali di Ducasse o di Gordon Ramsay si vede che sono tutti diversi tra loro…

Un altro aspetto da considerare è l’importanza delle filiera: la performance di uno chef si misura anche sulla sua influenza a monte e a valle nella filiera, sui fornitori ad esempio – le recenti comunità di imprese vinicole sono nate e cresciute probabilmente anche per rispondere alle esigenze dei ristoratori che avevano bisogni di carte dei vini adeguate e legate al territorio…

Moreno Cedroni (Madonnina del Pescatore, Senigallia) ha quindi descritto il suo percorso, dall’inizio nel 1984 come cameriere al passaggio in cucina nel 1988 allo stage con Ferran Adriá nel 1997, e le sue “illuminazioni” – ha pensato “crudo” e ha aperto il Clandestino, ha fatto un corso con un macellaio di Bolzano e ha aperto Anikò, è entrato in un supermercato e ha ideato la sua linea di prodotti a lunga conservazione, Officina… Detto così suona un po’ sbrigativo – in realtà, c’è dietro molto studio, sperimentazione, anche rischio commerciale, mentalità imprenditoriale… E se la Madonnina del Pescatore non è replicabile, lo è -pur con le debite differenze rispetto all’originale, con la creazione ad es di piatti nuovi, diversi – il Clandestino (ora anche a Milano nella Maison Moschino).

Un altro imprenditore di successo, Oscar Farinetti (Eataly), ha descritto  a sua volta un percorso partito in modo completamente diverso, ma che lo ha portato a realizzare con i diversi Eataly una replicazione (forse) perfetta, riproducendo più un aspetto caratteriale che fisico – il suo concetto di format è la capacità di creare un’atmosfera, e proprio per questo i cinque Eataly sono tutti diversi fra loro (e, come gli ha fatto notare Stefano Bonilli, davanti a ciascuno Farinetti sostiene che proprio quello è il più bello di tutti – così come il giornalista che ha davanti è il più bravo di tutti – e il bello è che ogni volta che lo dice è perché in quel momento è vero…).Ogni anno viene scelto un valore metafisico che caratterizza la comunicazione dell’anno stesso – nel 2009 la semplicità, nel 2010 l’armonia, la necessità di armonia, di fronte a un sistema sociale in crisi, che confonde l’obiettivo – la felicità – con il mezzo per ottenerlo – il possesso del denaro.

Sentirlo parlare è un piacere, perché riesce a comunicare molto bene, con grande efficacia e simpatia, senza dire banalità – se da un lato ha sostenuto che Cedroni e Scabin sono forse più felici di Rebuchon e Ducasse perché probabilmente più “romantici” dei colleghi francesi, dall’altro ha sottolineato la grande semplicità alla base della cucina italina, e soprattuto la sua grandfe biodiversità, dovuta anche alla presenza di una forte civiltà comunale…

Anche Davide Scabin ha descritto le sue imprese dall’esordio “pubblico” nel 1987 fino a combal.zero – anche qui, una ricerca continua, in ambito diverso da Cedroni, ma proprio per questo molto interessante…

Secondo Gastronauta – Paolini invece non c’è un caso di alta cucina che sia replicabile…

Stefano Bonilli da un alto ha citato Ferran Adriá che sostiene che “il lusso è finito” e che “il nuovo lusso sarà la qualità delle materie prime”, mentre dall’altro ha sottolineato la lotta impari che in Italia si svolge fra gli chef e un pubblico che non riconosce il nuovo che sta maturando.

Emanuele Bonati


Saturday, May 22nd, 2010

Christian in New York 2

Proseguo nel racconto del lato gastronomico del mio viaggio newyorkese, iniziato qualche giorno fa.

Non avendo molto tempo a disposizione per avventurarmi e scovare locali interessanti in cui mangiare, mi sono affidato alla Lonely Planet, secondo me la guida più affidabile per soddisfare ogni esigenza – non solo quelle gastronomiche. La sera, prima di andare a dormire, si organizzavano i giri del giorno seguente in base ai ristoranti in zona. Non male, vero? Quindi, una visitina ad un museo, a una zona, a una strada, e poi a tavola per recuperare le energie spese… Ma ecco, in ordine sparso, alcuni dei locali che ho visitato.

La mattina a colazione: AQ Kafé – locale segnalato anche da blogger ed esperti del settore italiani. Il posto è molto “Ikeoso”, che non è necessariamente una connotazione negativa: caldo, accogliente, tutto è strabuono. Dolci di ogni tipo, sandwich, insalate.

La colazione tipica americana invece la facevamo a due isolati dall’hotel, al Lyric Diner, tipico locale americano.

Ho mangiato una pizza davvero buona. Del resto, lo chef è italianissimo e negli USA è una vera star: parlo di Mario Batali. Sono stato infatti da OTTO enoteca & pizzeria, uno dei suoi numerosi locali (in società con Joe Bastianich e altri). OTTO è un locale accogliente, con una zona enoteca dove ci sono le grandi affettatrici laccate di rosso, le sorelle bilance, e le bottiglie in bella vista, e dove si consumano pasti veloci o degustazioni con assaggi di formaggi e salumi; poi c’è la sala ristorante, dove stare comodamente seduti a godersi la fantastica pizza o la pasta o lo strepitoso gelato all’olio d’oliva, per non parlare di quello alla Guinness… Non fate le facce schifate, è davvero ottimo! Chiaro, deve piacervi la Guinness.

La spesa per una pizza, acqua e un gelato servito a modo nella coppa di peltro? Neanche 20$. Poca spesa – quasi ridicola rispetto a certe pizzerie italiane… – tanta resa.

A proposito di Guinness, per due volte sono stato a mangiare un ottimo hamburger all’Old Town Bar, un vecchio pub molto, molto carino dove bere della buona birra alla spina e gustare dei piatti come l’hamburger con le patate fritte (rigorosamente semi-molli e con la buccia). Pare essere un ritrovo di sportivi, anzi forse uno dei proprietari è coach di qualche squadra di energumeni perché, l’ultima sera che ci sono stato, ero circondato da questi chiassosissimi tipi che intonavano canti goliardici assieme al coach dietro al bancone, facendoci uscire frastornati. Bello però. Bisogna andarci.

Vi chiederete… ma una steakhouse tipica americana? Sì, provata. Non so se sia una delle top, comunque mi è piaciuta. Sono stato da Sparks. Ambiente elegante con mille camerieri in livrea. Costi medio-alti ma la steak è fantastica.

Un  giorno, per pranzo, sempre “casualmente” mi trovavo nella zona di un localino che propone cucina semi araba semi ebraica semi qualcosa, Hummus Place. Hummus a volontà, falafel e tante altre squisitezze. Adoro l’hummus. Ne ho mangiato una gran quantità a Beirut, la scorsa estate. Anche qui, poca spesa tanta resa. Molto buono, molto frequentato.