Archivio per la categoria ’alimentazione’

Identità Golose Flash / 1: L’Huevo Ranchero di Eugenio Roncoroni

6 February 2012 - Commenti »

Eugenio Roncoroni, chef di Al Mercato, ha preparato una Rivisitazione dell’huevo ranchero, tipico piatto di origine messicana ma ormai diventato americano tout court.La versione tradizionale consiste in uova fritte su tortilla di granturco leggermente fritte con salsa pomodoro-peperoncino, fagioli, fette di avocado o guacamole.

La versione di Eugenio è… è… è una versione di una delicatezza e di un gusto estremi: l’uovo è stato cotto a bassa temperatura (a 64°) per 45’; appoggiato quindi su una spuma di Grana Padano e bacon, una crema di avocado fagioli bianchi e cocco, salsa tandoori (una specie…) e nachos.

Ne voglio un altro.

Grazie a La Viz per le foto (http://www.flickr.com/photos/viz_pics/): io ero troppo occupato a mangiare…

Emanuele Bonati

Il nonno dell’aperitivo: andar per bàcari con Anna Maria Pellegrino

3 February 2012 - Commenti »

Aperitivi a Milano? Non solo! Cominciamo dalla “preistoria” dell’aperitivo: i “bàcari” veneziani (anche se forse ancora prima si potrebbe risalire al mulsum degli antichi Romani).

I “bacari” (termine la cui etimologia è da collegare al dio Bacco) erano i vignaioli e i vinai che si recavano a Venezia con le loro botti di vino per venderlo al bicchiere in Piazza San Marco. I bacari si mettevano all’ombra del campanile per proteggere il vino dal sole, e si spostavano per seguirla: da qui il nome di “ombra” dato al bicchiere di vino, venduto spesso con piccoli spuntini.

28 gennaio 2012 ore 16:00: la Stazione Venezia Santa Lucia, sferzata dalla bora siberiana, ha visto, puntuali come orologi svizzeri, i primi partecipanti a #Bacari baciarsi ed abbracciarsi e subito dopo dirigersi verso la Venezia dei Veneziani, destinazione Rialto, attraverso Campo San Giacomo dell’Orio (nelle vicinanze del Museo di Storia Naturale), Santa Maria Mater Domini, San Cassiano per giungere in zona Pescheria – che purtroppo chiude alle ore 12.00 tutti i giorni ed è ovviamente rigorosamente chiusa al lunedì; di conseguenza non siamo andati ad acquistare il pesce, ma ce lo siamo gustato già cotto, grazie ai cicheti dei Do Mori, l’osteria più antica di Venezia (datata 1462), nonché una delle più affascinanti, in un corridoio tra due calli difficilmente localizzabile per chi non è del luogo (ma forse sono proprio i Do Mori che non vogliono farsi scoprire).

Dopo il battesimo con il primo cibo di strada che l’occidente abbia conosciuto (affermazione rigorosamente storica e assolutamente di parte), un po’ più allegri e sciolti ci siamo diretti verso il famoso “chiosco” di Santa Maria Formosa, situato in un crocevia di calli che vede l’incessante incrociarsi di veneziani più o meno affaccendati. Il bello è sedersi davanti a uno spritz in formato “normale” (per i locali: corrisponde a un formato “flebo” per i foresti), a uno dei tavolini, rigorosamente ed esclusivamente all’aperto, circondati da piccioni curiosi, per osservare l’energia della tipica “Camminata Veneziana” (e vi preghiamo di prestare attenzione ai polpacci dei locali: non trovate anche voi che avrebbero fatto invidia a Claudio Gentile?).

Nel frattempo è diventato buio, ma non ci siamo persi d’animo e, per raggiungere un altro bacaro storico, Al Ponte, abbiamo attraversato Campo San Giovanni e Paolo (alias San Zanipolo, nickname che deriva dalla tipica contrattura che i veneziani amano applicare ai santi e ai fanti…). E lì tutti ad ammirare l’ingresso più bello del mondo, se si considera che si tratta di un ospedale civile (visitabile fino all’inizio degli ambulatori e fino alle 21.00), trattandosi infatti della Scuola Grande di San Marco (una delle sei scuole devozionali “maggiori” della Serenissima).

Al Ponte è un’osteria più recente (ma ha comunque un buon numero di decenni alle spalle),  ma anch’essa molto amata dai veneziani, che si ritemprano con la classica “ombra”, l’unità di misura preferita dal Bacco lagunare, caratterizzata anche dal tipico bicchiere svasato in vetro, che assomiglia (incredibile!) a quello in cui ancor oggi, anche nei Balcani, viene servito il caffè turco.

Non eravamo molto provati (e con il freddo che faceva l’alcool veniva metabolizzato a una velocità che neanche i  neurini), per cui abbiamo proseguito verso la tappa dell’Antica Adelaide – che lungo il tragitto ci ha visti  privilegiati ospiti della Chiesa dei Miracoli, situata nell’omonimo Campo dei Miracoli. Si tratta di un vero e proprio gioiello, uno dei primi esempi di arte rinascimentale a Venezia – e uno dei primi esempi di “costruzione chiavi in mano” perfettamente riusciti. Un mercante lombardo, Antonio Amadi, possedeva un quadro ritenuto miracoloso, una Madonna con Bambino, e volle costruirci una chiesa attorno. Si affidò alla scuola di Pietro Lombardo che, assieme ai figli Antonio e Tullio, dal 1481 al 1489 diede vita al progetto, alla costruzione e alla decorazione di questo autentico capolavoro.

E così, con gli occhi e il cuore carichi di decorazioni marmoree che sembravano cesellate da Benvenuto Cellini in persona, siamo giunti all’Antica Adelaide, osteria riaperta da Alvise e riportata al suo splendore caratteristico dopo anni di incuria. Si tratta di una delle osterie veneziane più cariche di storia, con la sua stanza del latte, quella in cui le donne di Campalto portavano dalla terraferma il latte delle mucche che allevavano e nella quale si riposavano prima di lasciare Venezia per ritornare a Campalto via mare. Allora il Ponte della Libertà non era ancora stato costruito!

Abbiamo mangiato dei bigoli al torchio con scampi freschissimi, un risotto al nero da tripla stella e soprattutto le prime frittelle della stagione, preparate con il lievito madre.

Dall’Antica Adelaide al punto di partenza il tratto più breve è la Strada Nuova, che viene normalmente percorsa dai turisti… e che noi non abbiamo fatto, preferendo il tragitto che attraversa il Ghetto (Nuovo e Vecchio), per arrivare Al Paradiso Perduto, storico locale, situato in Fondamenta della Misericordia, che vide concretizzarsi le canzoni dei Pitura Freska – tra le quali la mitica “Pin Floi”, dedicata al concerto-disastro che i Pink Floyd tennero in laguna nel 1985 (ricordate? “Persi par persi, ndemo a consolarse, / ndemo al Paradiso a inbriagarse”…).

Ho tolto le scarpe alle 3 del mattino – ma ero già pronta a ricominciare!

Avviso ai naviganti: per chi avrà gradito questo tour invernale con l’infaticabile socia Elisabetta Tiveron stiamo meditando una “late spring edition” (verso maggio… prima che faccia troppo caldo) con diverso itinerario (e sempre fuori dalle rotte turistiche).

Per informazioni: Elisabetta Tiveron, bettipanemiele@gmail.com, o Anna Maria Pellegrino, lacucinadiqb@gmail.com

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Food @ work: Identità Milano 2012 si avvicina…

27 January 2012 - Commenti »

«Tornando dalla manifestazione Lo Mejor de La Gastronomia mi sono chiesto: perché i nostri cuochi devono andare in pellegrinaggio a San Sebastian, nei Paesi Baschi, per scambiarsi – e spesso copiare – idee con gli altri cuochi del mondo? Mettiamo in piedi anche noi un congresso di cucina». Tutto qui. Semplice, no?

No, forse no. Questa è stata effettivamente l’intuizione di Paolo Marchi di otto anni fa – ma a giudicare dai risultati, dai programmi delle varie edizioni, a essa è seguito un lavoro enorme, che si è protratto negli anni, ha proliferato  generando una miriade ormai di Identità diverse, da Identità Naturali, a Identità Vent’anni (i giovanissimi cuochi), a Identità Donna, Identità di Pizza, Identità di Pasta e Identità di Carne, alle altre manifestazioni che si susseguono ormai in tutto il mondo.

Identità, per uno che vuole occuparsi di cibo, a qualsiasi titolo, è una via di mezzo fra un paradiso e un luna park: anziché andare in giro a mangiare dai grandi chef, sono loro a venire a te, e non portandosi dietro pentole e padelle, ma se stessi, e degli assaggi della loro storia-cultura-filosofia-personalità. Il cuoco “parlante”, che esce dalle cucine e si mette in gioco nel confronto con gli altri – siano essi chef, esperti, giornalisti, ma anche gente comune –, è una delle cose più interessanti, forse, di questi ultimi anni. E ogni anno Identità ci aiuta ad assaggiarne un pezzetto.

Identità Golose si terrà a Milano dal 5 al 7 febbraio; dal 4 al 6, in contemporanea, aprirà il Milano Food&Wine Festival, un grande temporary restaurant; il tutto presso il MiCo MILANO CONGRESSI ala nord, gate 14 (via Gattamelata 5).

E nei prossimi giorni vi racconteremo qualche cosa di quello che accadrà – e cercheremo anche di raccontarvi qualcosa da dentro; fermo restando che sul sito di Identità le notizie, le curiosità, gli aggiornamenti si susseguono in tempo reale…

Emanuele Bonati

Food @ work: Olio Officina Food Festival

25 January 2012 - Commenti »

Milano sempre più capitale del cibo, o almeno degli avvenimenti-eventi che intorno al cibo ruotano: quest0 weekend si inizia con Olio Officina Food Festival al Palazzo dei Giureconsulti, seguiranno il Food&Wine Festival e Identità Golose, e poi ancora la Milano Food Week, e Taste of Milano… Tutte doverosamente segnalate su Agendafood, il nostro sito-calendario di eventi.

Cercheremo di seguire un po’ tutto, ovviamente. Grazie al cielo, il mondo del food è attualmente piuttosto Milanocentrico – grazie al cielo per noi blogger milanesi, che abbiamo tutto – tanto – troppo sotto casa…

Una faticaccia, comunque. Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo, di interessante, anche se sembra che ormai di food e consimili ce ne sia anche troppo in giro, ci si sente a volte cinti d’assedio da cuochi spadellanti trincianti che incombono ormai anche dal lattaio sotto casa. Cercheremo di raccontarvi qualche cosa nei prossimi giorni su tutte queste manifestazioni.

Prendiamo Olio Officina Food Festival – il sito recita: “Olio Officina Food Festival – Condimenti per il palato & per la mente è un progetto culturale con cui si intende riformulare l’abituale approccio con i grassi, e più in generale con i condimenti, in cucina. L’obiettivo è soddisfare l’urgente necessità di volgere lo sguardo a nuovi percorsi esplorativi, attraverso l’adozione di linguaggi e stili interpretativi inediti e inusuali. Olio Officina Food Festival non è soltanto cultura materiale, ma è soprattutto un luogo di cultura alta e di confronto. Da qui l’impegno a non confinare l’attenzione ai soli condimenti che soddisfano il palato, ma di estendere equamente il medesimo interesse anche ai condimenti che nutrono e impreziosiscono la mente. All’interno del festival, pertanto, accanto all’officina, c’è un apposito spazio per il salotto e l’intrattenimento.”

C’è dentro un po’ di tutto quello che è food (& winw) oggi: l’attenzione all’ingrediente, alla qualità, ma anche a quello che ci sta intorno, la cultura, la società – si veda il programma, che prevede un’apertura, venerdì 27, con una conversazione filosofica sul cibo fra Gualtiero Marchesi e Nicola Dal Falco, tanto per dire…

Il tutto pensato ideato organizzato da Luigi Caricato, “oleologo” insigne, e dai suoi collaboratori co-coordinatori Angelo Ruta e Giuseppe Capano.

Faremo un salto (magari un po’ di “un salto”…) per raccontarvi qualcoa di quello che succederà nelle varie aree – Cooking, Approfondimenti, Consumatori, Salotto Culturale, Bambini, Percorso Olistico (e qui vorrei segnalare l’”incursione” Verso la tolleranza. Ritrovare la capacità di nutrirsi dallo svezzamento all’età adulta, Malvarosa Edizioni, di un’amica, Irene Binaghi, Cristina Insaghi e Valeria Pincini), Impariamo a degustare…

E intanto preparatevi a scoprire con noi cosa succederà a Identità golose e…

Ossobuco Day: oggi!!!

17 January 2012 - Commenti »

Si celebra oggi in tutto il mondo la 5a Giornata Internazionale delle Cucine Italiane (IDIC – International Day of Italian Cuisines), protagonista quest’anno l’Ossobuco in Gremolata, uno dei piatti italiani più conosciuti nel mondo (quasi 2 milioni di risultati solo in inglese). In tutto il mondo, centinaia, migliaia di cuochi, blogger, ristoratori, foodlover prepareranno questo piatto, seguendo la ricetta tradizionale, autentica, codificata sul sito del Gruppo Virtuale Cuochi Italiani, che raccoglie appunto i cuochi italiani (o meglio, un network di oltre 1200 professionisti culinari italiani, in 70 Paesi del mondo: chef, ristoratori, manager di ristoranti, sommelier, manager del food&beverage, altri manager del settore, importatori, distributori, rivenditori e giornalisti) sparsi sul globo terracqueo, e che invita tutti – compresi cuochi dilettanti, casalinghe, e passanti vicino ai fornelli – a eseguire questo piatto, fotografarlo e inviarlo (il file della foto, non il piatto) a loro…

Volete la Vera Ricetta? Eccola – ma prima qualche raccomandazione preliminare, sempre tratta dal sito:

* L’ossobuco può essere servito con un classico risotto alla milanese ma anche un risotto con un formaggio grana (Grana Padano o Parmigiano Reggiano) può andare bene. Un purè di patate o la polenta sono alternative altrettanto valide.

* L’ossobuco non può nè deve essere riscaldato. E’ uno di quei piatti da preparare e servire.

* Non usare demi-glace. Chi la usa dimostra di non capire cosa sia l’ossobuco.

* Non servire l’ossobuco con gli spaghetti come si vede in troppo hotel a 5 stelle in giro per il mondo e scrivere il suo nome correttamente. Liberiamo il mondo dagli ossobbucco e osso bucco.

..

Ricetta (per 2)

Per l’ossobuco

4 tranci di stinco di vitello posteriore alti 4-5 cm e larghi 9-10

100 g sedano a brunoise

100 g carote a brunoise

100 g cipolla tritata

200 g burro

800 ml brodo di vitello

300 ml vino bianco

120 g Prosciutto di Parma DPO, con il grasso, tagliato a cubetti

200 g pomodori pelati e tritati

150 ml olio extra vergine di oliva

Per la gremolata

3 g bucce di limone a brunoise

6 g foglie di prezzemolo tritate

3 g spicchio d’aglio pelato e tritato

sale e pepe bianco

Preparazione

1. Mettere la metà dell’olio e del burro a scaldare in una casseruola a fuoco medio.

2. Condire i pezzi di vitello con sale e pepe e metterli nella casseruola, farli rosolare 5 minuti per lato fino a che sono ben dorati.

3. Rimuovere il vitello dalla casseruola e metterlo da parte.

4. Eliminare dalla casseruola il grasso eccedente, aggiungere il resto del burro e dell’olio, aggiungere le carote, il prosciutto, il sedano e le cipolle.

5. Cuocere a fiamma bassa fino a che il composto sia morbido.

6. Alzare la fiamma.

7. Aggiungere il vino e far evaporare.

8. Aggiungere i pomodori e il brodo di vitello e portare a ebollizione.

9. Sistemare con attenzione i tranci di vitello nella casseruola e versargli alcune cucchiaiate di brodo con i vegetali. Il liquido deve coprire la superficie dei pezzi di vitello. Aggiungere altro brodo se necessario.

10. La casseruola deve essere di dimensione giusta per contenere i pezzi di vitello. Se è troppo grande si produrrà eccessivo sugo di cottura.

11. Coprire la casseruola con un foglio di alluminio e metterla in un forno preriscaldato a 180 gradi e far cuocere per due ore.

12. Togliere il foglio di alluminio per gli ultimi 30 minuti per far caramellizzare la superficie degli ossobuchi.

13. Allo stesso tempo preparare la gremolata mescolando le bucce di limone tagliate a brunoise, il prezzemolo e l’aglio tritati.

14. A questo punto il vitello è tenero al punto che si può tagliare solo con la forchetta e il midollo ben cotto dimostra tutta la sua opulenta consistenza e il suo sapore senza eguali.

15. Per servire togliere il vitello dalla casseruola e metterlo in un piatto caldo di servizio.

16. Rimuovere l’olio eccessivo dalla salsa, aggiungere altro brodo se necessario, portare a ebollizione, condire e versare la salsa sulla carne.

17. Spargere la gremolata sugli ossobuchi e servire immediatamente.

L’AntipatiCibVs: (non) è mai troppo presto

30 December 2011 - Commenti »

Quindi: uova di cioccolato per l’Epifania, anguria a Pasqua…

Dispiace che sia un piccolo tempio della panificazione come il negozio Marinoni (anzi, Maria Marinoni, ex Pattini Marinoni…) a ospitare questo triste indizio di una eccessiva mercantilizzazione… I dolci di Carnevale già a Santo Stefano… no.

L’ho già scritto: no. Non ci sto.

Emanuele Bonati

Pranzo In Pausa

14 December 2011 - Commenti »

L’iniziativa di beneficenza “Pranzo In Pausa” (http://pranzoinpausa.com/)  il 22 dicembre coinvolgerà Roma con un flash mob di raccolta fondi per i bambini del Bangladesh che vedrà anche la partecipazione degli utenti dei social network e di alcuni vip.

Si tratta di una campagna promossa da Unilever a sostegno del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), che ha lo scopo di donare 700.000 pasti ai bambini di Bangladesh e Indonesia. Il culmine della raccolta fondi è previsto alle 13 del 22 dicembre, quando i partecipanti (sia live che online) metteranno in pausa il loro pranzo, in attesa di raggiungere la quota prestabilita di donazioni.

Nel 2006 la multinazionale Unilever, i cui prodotti spaziano dalla maionese Calvè, alla linea cosmetica Dove, al Thè Lipton, ai gelati Algida, stabiliva una partnership globale con il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) chiamata ‘Together for Child Vitality’. Scopo dell’ iniziativa, che prosegue ancora oggi sotto il nome di Project Laser Beam, è sradicare la povertà e la malnutrizione infantile, focalizzando l’ attenzione su una specifica parte del globo.
Dal 2007 ad oggi, grazie a questo progetto, ed a questa partnership, migliaia di persone sono state coinvolte in attività di raccolta fondi, in ben 50 paesi differenti. Famoso il World Food Day, un’iniziativa lanciata dalle Nazioni Unite più  di trent’anni fa, sposata da Unilever nel  2008,  e Walk The World, una corsa mondiale  della durata di 24 ore allo scopo di porre  l’attenzione pubblica sul  problema della malnutrizione. Walk the World solo nel 2010 ha raccolto la partecipazione di 150.000 persone, in 70 diversi paesi del mondo. Unilever in Italia da anni partecipa a queste iniziative e organizza raccolte fondi: negli ultimi due anni ha contribuito al progetto di alimentazione scolastica del WFP, donando circa 1 milione di pasti.

L’anno scorso Unilever rinnovava la sua collaborazione globale con il WFP insieme ad altri tre partner di prim’ordine:  DSM, Kraft Foods e Global Alliance for  Improved Nutrition, dando vita a Project Laser Beam, un piano  d’ intervento concreto per combattere la fame nel mondo.
Cinque le chiavi d’intervento stabilite dal Project Laser Beam per rendere immediato il miglioramento delle condizioni di vita dei bambini: dare la certezza ad ognuno di essi di trovare cibo all’interno della propria casa, aumentare i valori nutrizionale degli alimenti consumati giornalmente, migliorare le pratiche igieniche, aumentare in maniera decisa il trattamento per i casi di malnutrizione, e per concludere migliorare l’allattamento per i neonati, intervenendo in primis sulla nutrizione delle madri.  Per fare ciò Unilever ha scelto, per il primo anno,  di focalizzare il  proprio contributo sulla regione dello Satkhira, area  del sud – ovest del Bangladesh, e sull’Indonesia, considerando il dato sconcertante che quasi un quarto della popolazione mondiale dei bambini che soffrono di malnutrizione, si trova proprio in quell’area.
Il progetto Pranzo in Pausa va dritto al cuore del problema della malnutrizione infantile, problema che Unilever da anni cerca di affrontare coinvolgendo i propri dipendenti e i propri consumatori. Pranzo in Pausa vuole unire gli italiani ed invitarli a sedersi  davanti alla stessa tavola, in un unico immenso pranzo virtuale la cui partecipazione è libera e spontanea e i cui ospiti d’onore saranno i bambini del Bangladesh e dell’Indonesia.
E, come in una vera famiglia, un pranzo non inizia finché non ci sono tutti, così la pausa pranzo, o il Pranzo in Pausa, non avrà inizio finché a tavola non si saranno seduti anche i bambini del Bangladesh e dell’Indonesia, cioè finché non sarà raggiunta una considerevole somma di donazioni.

Scopo di  questa inziativa charity è donare 700.000 pasti per i bambini dello Satkhira, dove un pasto costa solo 0.20 centesimi di euro.

Per maggiori informazioni, per aderire, per donare o prendere parte al flash mob: www.pranzoinpausa.com

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Anforchettabol di Antonio Marchello

10 December 2011 - Commento (1) »

Anpadellabol… Anabbattitorabol… Antortierabol… Anzuppierabol… Insomma, prima o poi troverò anch’io un bel titolo… Se c’è riuscito Antonio Marchello, vincitore a mani basse del premio “Miglior titolo di libro di enogastronomia del decennio” (l’ho appena istituito), posso riuscirci anch’io.

Il titolo (sgrunt: bellissimo, eufonico, divertente, pieno di suggestioni, da Nat King Cole in poi) è Anforchettabol. Pubblicato da Trenta Editore, presentato a Taste of Milano a settembre, e nuovamente domani domenica 11 dicembre alle 18 a Cooks&Books, lo spazio dedicato alla cucina del Mondadori Multicenter di Piazza Duomo a Milano, il libro raccoglie dodici interviste ad altrettanti chef – in ordine alfabetico: Andrea Berton, Carlo Cracco, Pietro Leemann, Luca Montersino, Davide Oldani, Andrea Provenzani, Simone Rugiati, Claudio Sadler, Maurizio Santin, Gaetano Simonato, Matteo Torretta, Viviana Varese. E proprio a Viviana abbiamo dedicato un primo post, in cui abbiamo raccolto qualche spunto “rivelatore” della sua personalità e storia, descritte a fondo nel libro. Seguiranno altri post per tutti gli chef presenti nel volume.

Ormai gli chef sono presenti dappertutto: ci istruiscono o ci giudicano o si sfidano in televisione, dove sono cuochi esperti ospiti divulgatori e un sacco di altre cose; ammiccano nelle pubblicità, come testimonial di buone cause o di buoni prodotti; si affacciano dalle pagine delle riviste patinate, o di gossip – immagini ormai onnipresenti, facce ormai ben note (me li aspetto scendere nell’agone politico in nome della dieta mediterranea…). Nelle pagine, nelle domande di Antonio Marchello scopriamo una dimensione diversa di questi protagonisti, tutta da esplorare: la loro storia, le loro radici, i loro gusti. Scopo delle interviste è spesso permettere agli intervistati di dire quello che vogliono dire – una specie di versione “animata” di un comunicato stampa; qui, invece, è come se fossi anche tu lettore lì a parlare con Antonio e con lo chef, le domande che leggi sono quelle che avresti voluto fare tu. E quando mangerai un piatto cucinato da loro, scoprirai un sapore in più.

Emanuele Bonati

Mangiare da cani

4 December 2011 - Commenti »

Certo che ho un bel daffare a spiegare alle amiche di Doggy-Bag che io della loro Bag non me ne faccio proprio nulla: io non ho un cane (avevo un gatto, morto da poco, povero Ariel tesoro: ma stiamo parlando di Doggy-Bag, non Pussy-Bag), e soprattutto io non avanzo mai nulla, anzi, se non mi tolgono il piatto vuoto di sotto…

Ma andiamo con ordine. A Taste of Milano le abbiamo incontrate una prima volta: molto carine e gentili, ci hanno spiegato la loro idea, il loro prodotto, e ce ne hanno regalata una, di Bag – e di nuovo, a Golosaria, abbiamo incontrato Elisabetta, che voleva rifilarmene una a tutti i costi – e io, no, ce l’ho, non mi serve… Ma mentre provavo a spiegarle che appunto io eccetera, mi sono venuti in mente Spike e Tito, due cagnoloni dolci e atterriti dalla gente, che vivevano in un paesino sperduto sopra Varzi, semi-adottati dalla Titti e nutriti da lei e dagli abitanti del posto (semi- perché non si facevano avvicinare e toccare o quasi), con i quali passeggiavamo spesso, la domenica, arrivando fino a un ristorante sotto il Penice, La Pernice Rossa, dove i cagnoloni bevevano un po’ d’acqua, e dove noi qualche volta mangiavamo qualcosa (molto bene, devo dire). Eravamo in confidenza coi proprietari, che di tanto in tanto allungavano ai cani qualche osso, qualche avanzo – e loro, timorosi ma contenti, si pappavano tutto.

Un giorno, vedendo la generosa porzione di risotto con gli asparagi, ancora caldo e profumato benché avanzato, che veniva servita loro, non potendo avvicinarmi alla loro ciotola, ché i due non me lo avrebbero permesso, mi sono rivolto alla cuoca e… ecco, io… insomma: le ho detto – ehm – sì, detto – “Bau! Bau!”, e ho scodinzolato, con le zampine a mezz’aria come il cane-gatto che si alza e protende verso il cibo tenuto fuori portata, finché non ho avuto anch’io il mio cartoccetto di riso con gli asparagi (più che un cartoccetto: la sera ci abbiamo mangiato in quattro). Ma che dico cartoccetto! Era una vera propria Doggy Bag – quindi, cara Elisabetta, mi correggo: mi serve, la voglio, ne hai una da quindici litri?

A questo punto forse è meglio se vi racconto qualcosa di più sulla Doggy-Bag. L’idea di fondo da un lato è mutuata dal mondo anglosassone, dove richiedere di portarsi via gli avanzi del pranzo o della cena per portarli al proprio cane a casa è assolutamente normale (lo ha fatto anche Michelle Obama al termine di una cena in un noto ristorante romano) , dall’altro rientra in quella tendenza della lotta allo spreco, anche alimentare, che è oggi molto sentita. Ecco quindi queste comode vaschette a uno o due scomparti, chiusura ermetica, riutilizzabili e riciclabili, che reggono il microonde, con il loro elegante sacchettino (e per i San Bernardo che non usano più la botticella, e gli altri cani alcolisti, c’è anche un sacchetto per la bottiglia di vino…), che i ristoranti possono mettere a disposizione dei loro clienti canemuniti o meno.

Idea semplice, utile, elegante, si eliminano gli sprechi di cibo, il contenitore può essere riutilizzato come tale, oppure usato come vaschetta per il pranzo degli amici a quattro zampe; ma si presta anche ad altri usi, ad esempio per dare ai bambini una fetta di torta fatta in casa e un succo di frutta da portare a scuola per la merenda.

Idea già molto apprezzata: diversi ristoranti, agriturismi, e anche alberghi (che la utilizzano anche per i clienti con cani al seguito), hanno adottato la Doggy Bag – fra gli altri, per restare a Milano, Don Carlos, Charleston, a Santa Lucia, Torre di Pisa, A’ Riccione, Di Gennaro, Food’s Good, Malastrana Rossa, Iyo, e fra gli alberghi il Grand Hotel et de Milan. Se ne comincia a parlare in giro (in settimana è uscito un trafiletto sul Vivimilano del Corriere della Sera).

Proprio una bella idea, nel solco di quella rinnovata attenzione agli amici a quattro zampe di cui abbiamo già parlato a proposito dei ricettari di Laura Rangoni. E non solo: chiedere Doggy-Bag al ristorante, al bar, a un catering o alla propria tavola calda significa anche contribuire a dare un sostegno (attraverso la Lu srl, la società distributrice, che devolverà a questo scopo parte degli utili) alle persone che soffrono a causa dell’indigenza e della povertà e ad aiutare animali abbandonati e bisognosi di cure veterinarie.

Bau!

Emanuele Bonati

Le Italie a tavola: la torta di Giuseppe Mazzini

4 December 2011 - Commenti »

Nel 1835, dall’esilio svizzero, Giuseppe Mazzini, lontano per un breve momento dal pensiero e dall’ispirazione dei moti rivoluzionari, inviò la ricetta di una torta alla madre Maria Drago:

«Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai [...] alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese. Pestate tre once di mandorle, altrettante di zucchero. Sbattete il succo d’un limone e due tuorli d’uovo, montate a neve gli albumi e mescolate il tutto. Unta di burro una tortiera, mettete sul fondo pasta sfoglia. sulla quale verserete il miscuglio suddetto. Zuccherare e mettere in forno».

Citato in terramadre.org