L’arte culinaria. Così creativa, imprevedibile e mutevole nel corso del tempo. Eppure, nonostante la sempre crescente attenzione di cui è oggetto, sembra destinata a trasformarsi in un ricordo, confinato nell’immaginario collettivo. Perché? Perché probabilmente si parla troppo di cibo, senza che da ciò consegua l’azione più coerente, il cucinare…
Ci hanno insegnato che la cucina è una consuetudine concreta. Diamine se lo è.
Eppure, parlando di cucina, leggiamo di amore, lussuria, edonismo, fantasia, tecnica, gossip, comunicazione, gelosia. Troppe cose, troppe parole, persino per una materia duttile come l’art culinaire, che sin dal suo passato ancestrale si è occupata, e dovrebbe continuare a occuparsi, di preparazione del cibo. Chiacchierare è meraviglioso – ma al desinare non si deve mancare!
Anticamente, nutrirsi corrispondeva a mitigare i morsi della fame più che sbandierare un bel girotondo di concetti più o meno interessanti, e certamente non commestibili. L’a-b-c della cucina parte dai soffritti e arriva ai dessert: rammentate?
Indubbiamente ci sarà qualcuno che farà presente al vostro umile scriba che non si vive di solo pane. Ma è altrettanto vero che tutti i concetti (anche quelli più settoriali), seppur stimolanti, rincorrono artifici astratti, e alla fine l’appetito rimane lì… La cucina attuale è troppo presa da se stessa, dalla propria rappresentazione, dalla comunicazione pressante, dai ricettari e manuali culinari orditi da illustri sconosciuti, dove si confondono astrazioni con grammature, ingredienti con ciance impertinenti.
E c’è dell’altro. La foga di mettere in discussione ogni ingrediente e procedimento culinario. La cipolla non si usa più. L’aglio? C’è di meglio. Il pomodoro? Un ortaggio superato. Il purè di patate? Roba da mensa ospedaliera. Il ragù? Troppo unto, difficile da digerire. Perché mettere la sauce bechamel nelle lasagne o ammollare i fagioli una notte intera prima di bollirli?
Basta: che trionfi ancora una volta la cucina vera, quella delle ricette lette e cucinate sopra i fornelli, e non al computer. Insomma, parliamone pure, ma con costrutto, senza precipitare in osservazioni paludate. E non scordiamo di mettere la pentola sul fuoco…
Stefano Buso
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mi è piaciuta la giusta conclusione!!! buon w-end
Mi ha preso molto la lettura del post, oltretutto perchè molto realistico. Anche se preceduto, devo assolutamente evidenziale LA BRILLANTE CONCLUSIONE.
Di cucina, in effetti, se ne parla molto: da novelli addetti e da blasonati dei fornelli, ma forse troppo da TEORICI che probabilmente sono quelli che propongono ricette con ingredienti alternativi ai classici (cipolla, aglio etc.).
Ma, per cucinare, bisogna ricordarsi di mettere la pentola sul fuoco! (bellissima questa).
Buon fine settimana a tutti
la cucina è diventata edonista e narcisista: viene messa in bella mostra da noi foodblogger ma anche dai cuochi, che si sono trasformati nei veri divi del momento.
Parlarne (o sparlarne come fanno certi giornalisti pseudocritici) porta bene, porta lettori, porta confronto: porta anche soltanto un “wow che bello, che buono!”, anche di fronte a un evidente spatascio colossale.
Che poi… quando devi soltanto scrivere una ricetta che hai appena cucinato per la famiglia, bon: metti due righe di vissuto quotidiano, qualche grammo di sale là, qualche etto di pasta qua e il gioco è fatto.
Ma se inizi ad avere: la ricetta del venerdì (con articolo dotto annesso), l’articolo per quello chef che cucina da Dio, ma non sa mettere due righe di italiano assieme, l’articolo per il giornale xyz, non è più nemmeno tanto divertente…
assolutamente d’accordo con te.
se ne parla troppo, spesso a ragion veduta, molto a sproposito. hai ragione, ma forse, in questo momento di crisi, per tutti, cos’altro ci rimana da scandagliare e sviscerare se non quel che riusciamo a mettere nel piatto?
non so… è come se non ci fosse rimasto altro e allora, ci buttiamo nell’arte antica della cucina… poi è vero che spesso, soprattutto i grandi, peccano di narcisismo, ma li… che ci vogliamo fare?
ciao!
buona domenica
Ero certo che questo argomento avrebbe destato interesse: sì, la fase descrittiva è ai massimi livelli storici – relativamente al cibo! Mentre la goduria palatale…
Sono d’accordo Stefano. Da tempo sostengo che la cucina è arte di pochi, indubbiamente, ma “artigianato” di molti. Per la stragrande maggioranza non vale seguire le mode e le nuove tecnologie (ovvero: ottimo sempre per conoscere e prendere spunti semmai, ma non per scimmiottare), ma piuttosto affondare nell’ammbobdante cultura implicita nel proprio mestiere, nutrirsene nel fare quotidiano, conoscere a fondo gli ingredienti che si usano dandogli del tu, sperimntare come nuove le procedure di sempre. Vivere il proprio mestiere con la passione del “dilettante”, che si diletta, anche si avessero 70 anni, con umiltà, senza puzze sotto il naso. In ogni gesto, anche il più banale, si può trovare un po’ di creatività: la creatività astratta e imparata sui libri non mi convince. In controcanto: tutto il parlare oggigiorno di cucina certamente è una questione di moda, un rumore di fondo che confonde e disturba, distrae dal “fare”: ma almeno dà l’opportunità di ragionarci attorno, di capire più a fondo. Meglio così, piuttosto che proprio non parlarne: penso a tanti saperi artigianali che, nell’oblio, si stanno perdendo. Ciao Marco
Stefano,ne hai mille di ragioni,ed hai detto tutto tu:il difetto di dissertare su succulenti manicaretti,ma non saper o voler mettere una padella al fuoco,si potrebbe estendere a tutte gli altri comportamenti umani.Ci saranno sempre coloro che chiacchierano,e quelli che fanno di fatti,gente che sparla di donne ma non muove boccia,ed altri che,zitti zitti,si cuccano le più belle.Però la buona capacità di ben cucinare fra le mura domestiche spesso non deriva da meriti,bensì dal privilegio di esser nati ed abitare in regioni e con genti che hanno antiche tradizioni culinarie,il gusto per il bello e quello per il buono.Di pietanze e di abbinamenti se ne parla veramente troppo, é una vera moda,ma é anche vero che nessuno resta più a casa e che lavorano tutti;le nonne che ti insegnavano come si fa il ragù, e stavano lì per ore, non esistono più.Anche da questa “deficenza” nascono le sindromi e le psicosi dei piatti soltanto “contemplativi”.Ciao Dr.Otremam
Mi piace il tuo esame puntuale, caro Marco. All’improvviso qualcuno (senza arte né parte) ha cominciato a comportarsi come se fosse un aristocrato dei dettami culinari! L’aspetto più deprimente di questa finta cultura sono i maitre à penser con la loro puzza al naso. Per inciso, spesso non sono né giornalisti, né chef, né tecnici, né scrittori, né esperti. Ma è pur bello godere osservando questa maschere sotto le quali non c’è nulla
Ciao,
è un tema molto interessante, perfettamente condivisibile e con una conclusione veramente bella!
Saluti
Giuseppe
Argomento interessante e… gustoso… interessanti anche i post di commento.
Io distinguerei chi scrive di cucina, con l’intento di diffondere l’arte, la cultura, la tradizione, da chi vuole “distinguersi”, sì perché chi parla di cucina intesa come tradizione rischia di rimanere nell’ombra vista la quantità di contributi come libri, programmi televisivi, blog, portali, ecc. E allora ecco che emergono le sperimentazioni, le iniziative volte a stimolare l’interesse con proposte “innovative”, ma che, con tutta franchezza, non faranno mai storia come ad esempio un’ottima pasta alla gricia (si tratta della vera “amatriciana”, pasta condita con solo guanciale e pecorino)…
Personalmente, oltre a voler mettere la pentola sul fuoco (magari con qualcosa dentro…), mi piace scrivere di cucina, soprattutto quella tradizionale, quella delle nostre regioni, delle nostre nonne e mamme… una cucina che oggi giorno è sempre più difficile metterla in pratica perché non abbiamo il tempo per fare la spesa al mercato alla ricerca degli alimenti freschi e di stagione,
come non abbiamo il tempo per cucinare rispettando i tempi di cottura giusti… una cucina che purtroppo rischia di sparire, favorendo una cucina “very fast”, sempre più composta di piatti pronti e di materie prime surgelate. E allora, ben vengono gli scribacchini che dedicano il proprio tempo a raccogliere e diffondere la cultura e la tradizione della vera cucina. D’altronde si sa: il ruolo degli scrittori è quello di essere “testimoni della memoria”, andando magari controcorrente, ma garantendo così che la “coda alla vaccinara”, possa essere contrapposta ai “quattro salti in padella”…
Come non essere d’accordo con te? Pur amandola e vivendola quotidianamente provo una profonda nostalgia per quella cucina che aveva nel “buono o non buono” corollario di “mi piace o non mi piace” base dell’elaborazione dei menù quotidiani, professionali o domestici. Una ricetta che necessita di più tempo nel leggere il titolo che nella sua preparazione, ecco, mi sa da nota dissonante.
Tra l’oceano dei concetti e… la consecutio pratica ci deve pur stare qualcosa, in qusto caso la materia prima, ergo, il cibo! Cosa pratica che riempie! In un mondo vorticoso, fatto di virtualità estrema, sta sfuggendo una delle azioni più banali: il mangiare
troppa aria fritta e poco companatico detto alla povera
Ciao Stefano, hai scritto un bel post, ma sono d’accordo solo in parte.
In fondo siamo nell’era della comunicazione e dell’informazione (spesso ridondante, superflua, superficiale…) quindi anche la cucina fa informazione. E nel complesso, tutti ne traiamo giovamento, perchè bene o male più se ne parla e più si sa e tutto sommato il livello culturale e la consapevolezza del gusto sono cresciuti.
Punto e a capo.
In fin dei conti non può non essere così: la “cucina” come la intendiamo oggi, inizia dove finisce la necessità di nutrirsi. E diventa moda, estetica, più forma che sostanza. Nel basso medioevo il pane bianco era quello nobile e pregiato, dei signori di città, mentre oggi riscopriamo la crusca, perchè la campagna è un lusso. Dall’opulenza vorace dei banchetti medioevali, si arriva ai brodetti e le creme delle corti francesi del ‘700 – nouvelle cousine ante litteram – in cui il lusso era la moderazione e non l’abbondanza. E così via.
E allora non meravigliamoci se oggi lasciamo volentieri da parte la besciamella per condimenti più freschi e immediati. Prima o poi, tornerà di moda.
@ Michelangelo grazie per il tuo intervento. Sì, comprendo. Con una lieve puntualizzazione: ben venga una cucina più disinvolta, fresca, senza scordare tecniche e ricette d’antan. Credimi, non una posizione reazionaria ma preoccupata
sai che volevo aggiungere? che dietro tutto questo parlar di cibo (e mi riferisco agli ormai migliaia di blog) c’è molta molta “scuola” di cucina autentica.
Mi sembra che si siano usate un sacco di parole per dire che se ne usano troppe, o qualcosa del genere – e in effetti trovo anche in alcuni di questi post una serie di parole che suonano strane (goduria palatale?), ricercate, che sembrano voler colpire, contraddicendo quanto viene detto in nome della semplicità, della pratica e così via.
Dopo di che, è giusto sottolineare, come fa Stefano, l’eccesso di parole spese – anche nei blog – a scapito forse della pratica culinaria – ma è anche vero che chi scive di cinema non deve essere per forza un attore o un regista, e che un critico d’arte può non saper tenre una matita in mano; è altrettanto giusto considerare che molti blog si nutrono di lunghe teorie di ricette, questo sì, ma tutte rigorosamente praticate; è vero che in edicola lo scaffale dedicato a pubblicazioni culinarie si è arricchito a dismisura negli ultimi tempi, ma è vero che buona parte delle pubblicazioni sono essenzialmente dei ricettari, con tutti i vizi e i vezzi e le mode del momento, ma insomma sempre di pratica si tratta; è vero che viviamo nella società della comunicazione, il che prevede teoria, polemica, modi per attrarre l’attenzione, ma anche umili manipolatori di cibi che da tutto questo traggono idee spunti soluzioni…
Mi sembra ottimo lo spunto di Michelangelo; e non sarei preoccupata come Stefano dell’abbandono della “cucina d’antan”, perché sempre da lì si parte, e periodicamente si ritorna: tutto grazie al cielo procede per accumulo e per rielaborazione, e niente viene cancellato, anzi, le parole scritte spesso aiutano a ricordare e a far conoscere proprio quello che viene praticato meno…